Il lavoro nell'era senza Cristo
Difendere i diritti operai significa difendere i diritti di tutti
La vicenda Marchionne-Pomigliano è stata analizzata da par
suo, fin dal suo primo manifestarsi, da Eugenio Scalfari, in due articoli su la Repubblica (20
giugno e 29 agosto 2010). La sua tesi di fondo è che, per la teoria dei vasi
comunicanti, la globalizzazione impone all'industria una linea di condotta non
molto dissimile da quella di Marchionne, con la quale perciò è inutile
polemizzare. Scalfari cita anche direttamente Marchionne, con una frase
diventata da allora famosa: «Io vivo nell'epoca dopo Cristo; tutto ciò che è
avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa» (ci tornerò sopra
più avanti).
E però Scalfari aggiunge che la teoria dei vasi comunicanti, per funzionare
senza sfracelli, dovrebbe valere in qualsiasi caso. E cioè: onde evitare che si
creino nell'area dell'ex-benessere mondiale insostenibili perdite di diritti
(libertà ed eguaglianza), bisognerebbe provocare pressoché contestualmente
«analoghi trasferimenti di benessere sociale all'interno dell'area opulenta tra
ceti ricchi e ceti poveri», questi ultimi, oggi, già di per sé fortemente svantaggiati,
e per giunta molto, molto più esposti ai rischi della ventilata trasformazione
marchionniana. Potremmo definire, quella di Scalfari, la risposta solidaristica
e riformistica alla perdita di potere delle classi subalterne. Comporterebbe,
per realizzarsi, un ampio e solido schieramento di forze politiche nazionali e
sopranazionali a suo favore. Ci sono? Dove sono? Per restare ai casi nostri, ci
sono in Italia? Qualcuno ha risposto, pubblicamente consentendo, al saggio
appello di Scalfari? E nel frattempo?
In questi mesi ha pubblicato una serie di articoli sul manifesto (per
quanto mi consta, ma potrebbero essercene degli altri, il 16 giugno, il 1
luglio e il 15 settembre) Guido Viale, con il quale è difficile non consentire
pressoché integralmente. Anche secondo lui al piano A di Marchionne, preso in
sé, non c'è alternativa: perché l'alternativa va cercata altrove.
L'alternativa, infatti, per essere efficace, non può essere parziale:
dev'essere globale e radicale, almeno quanto la linea cui si oppone. Essa
consiste nella «conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri
consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti
obsoleti e nocivi, tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli
armamenti...». Come potrei non essere d'accordo con questa limpida prospettiva
strategica (la quale anch'essa, peraltro, gode per ora di adesioni e perfino
entusiasmi assai limitati nelle popolazioni interessate, e quasi nessuno nei
ceti politici conseguenti)? Sì, va bene, anzi benissimo, ma nel frattempo?
Riprendo ora il ragionamento, imboccando però tutt'altra strada. Uno degli
aspetti più immediatamente positivi delle scelte operate recentemente dal
dottor Marchionne è di aver consentito nella maniera più facile e rapida un
ritorno (persino estremizzato) all'obliato Marx (altro che Machiavelli, altro
che Hegel).
Ricordate? «Se occorre soltanto mezza giornata lavorativa per mantenere in vita
un operaio per un'intera giornata lavorativa, allora il plusvalore del prodotto
risulta automaticamente, perché il capitalista ha pagato soltanto il prezzo di
mezza giornata lavorativa, mentre ne ottiene una intera oggettiva nel prodotto;
dunque, per la seconda metà della giornata lavorativa egli non ha scambiato
nulla. Ciò che solo può fare di lui un capitalista non è dunque lo scambio, ma
un processo in cui egli senza scambio riceve tempo di lavoro oggettivato, ossia
valore» (Grundrisse, III, 1). Solo che, andando in estrema sintesi, e quindi
rischiando mostruose (ma anche, forse, utilmente semplificanti)
approssimazioni, il dottor Marchionne vorrebbe oggi ridurre il prezzo
dell'intera giornata lavorativa, che paga all'operaio, non più alla mezza
giornata dell'esempio marxiano, ma a due ore, un'ora e mezza, un'ora, forse in
prospettiva dieci minuti. E cioè: in cambio della promessa della conservazione
del posto di lavoro (tutt'altro che certa, Viale), la riduzione dell'operaio
italiano, anzi in prospettiva occidentale, al paria indiano, al coolie cinese.
Non è polemica, anche questo è un dato di fatto. Si riscopre cioè oggi - e
anche questo è un dato storico ricorrente - che in tutti quei momenti in cui si
tratta di superare un passaggio epocale (e questo, certo è uno di essi), sotto
la maglietta negligentemente sbottonata del padrone più disinvolto e à la page,
batte il cuore eterno dell'accumulazione primitiva, quella che, quando non se
la può più prendere con nessun altro, se la prende con il lavoro. Si sa che il
sogno del capitalista moderno, da che mondo è mondo, e finché esisterà il
mondo, è: macchine che producono macchine, la soppressione della fastidiosa,
intollerabile, ribelle riluttante, forza lavoro umana (non mi soffermo, ma si
potrebbe, sugli effetti sistemici castrofici che tale prospettiva comunque
produrrebbe, magari ne parliamo un'altra volta). Fin quando, però, sussiste
forza lavoro umana, la compressione finale avviene lì, è lì che deve avvenire.
Uno potrebbe dire e/o pensare (e molti, oggi, moltissimi dicono e/o pensano):
ma in fondo chi se ne frega degli operai, se, purché il sistema regga? Dubito
che il sistema regga, se ce ne freghiamo degli operai. Alcune considerazioni
nel merito del valore generale di tali ragionamenti.
Checché se ne dica, e checché se ne pensi, è proprio la leggendaria «condizione
operaia» che è tornata in questi mesi (pur sempre faticosamente, e in mezzo a
clamori assordanti d'interdizione) al centro dell'attenzione. La domanda è: è
proprio vero che la «condizione operaia», il modo d'essere operaio, il «punto
di vista» di classe, il suo rapporto non solo economico ma anche «sociale» con
il resto del mondo, sono estranei alla «condizione generale», «sociale» e
«civile», «politica» e «istituzionale», del nostro paese, dell'Europa, del
mondo? Si direbbe, - anzi, questo con sicurezza si può dire, - che, per stare
al gioco, gli operai dovrebbero rinunciare alla contrattazione; al diritto di
sciopero; ai diritti di cittadinanza; al diritto di mangiare, cagare e pisciare
in fabbrica. Più che di un'«epoca dopo Cristo», come dice Marchionne, sarebbe
giusto parlare di «un'era senza Cristo»: un'era in cui l'unica legge torna ad
essere, appunto, quella feroce dell'accumulazione primitiva, e le altre leggi,
giuridiche, politiche e civili, e persino, sullo sfondo, quelle religiose, si
dissolvono come neve al sole.
(Domanda: e gli Stati uniti? Non me ne intendo per parlarne, ma a naso mi pare
che Ron Getterlfinger non abbia la stoffa dei nostri Giuda e Barabba: in ogni
caso la Uaw lì
possiede la maggioranza delle azioni Chrysler e due colossi finanziari come i
fondi pensione e quello sanitario, e dunque, comunque la si voglia giudicare
strategicamente, forse la situazione è diversa. Se mai sarebbe interessante
approfondire in questo contesto quel che scrive Giulio Sapelli sul Corriere
della sera, 18 giugno u.s., in un articolo rimasto anch'esso ingiustamente
defilato. L'operaio cinese alza (finalmente) la testa: descrivendo il movimento
esattamente opposto a quello che Marchionne vorrebbe imprimere agli operai
italiani, e cioè i coolies cinesi che diventano operai coscienti, operai
all'occidentale, e dunque, anche, cittadini diversi da come il regime vorrebbe
che fossero. Questa è la terza strada da battere, l'Internazionale operaia, che
risorge proprio dalle ceneri infeconde e avvelenate del comunismo-capitalismo
di Stato, più utopica, certo, delle altre due, ma in compenso più seducente).
Facciamo a questo punto, e una volta tanto, «mente locale». La contrattazione
significa che due soggetti siedono al medesimo tavolo con le medesime,
potenziali opzioni (e possibilità) di partenza (almeno fino a quando, cosa di
cui per ora, giustamente, non c'è quaestio, non si potrà pensare ad un capitale
senza lavoro o a un lavoro senza capitale). La civiltà giuridica europea, la
civiltà europea tout court sono fondate su questo presupposto (non a caso
garantito esplicitamente dalla nostra Costituzione). La mia tesi è che se si
mette in discussione questo caposaldo, vien giù tutto il resto. Forse è ancora
vero (M. Tronti, La fabbrica e la società: 1962, ahimé) che quel che si
verifica e si modella nel lavoro produttivo allargato (forse oggi più allargato
e differenziato che allora: diciamo più genericamente, e provvisoriamente, il
mondo del lavoro oggi, all'interno del quale, tuttavia, il lavoro operaio
continua a occupare una posizione centrale e decisiva), il giorno dopo lo
ritrovi nei rapporti sociali, nelle forme e nei programmi della politica, nei
valori da perseguire o da rigettare e, alla fine, nelle nuove regolamentazioni
giuridiche del sociale. Ci vorrebbe, insomma, una società diversa, e molto,
molto peggiore, nonostante tutto, di questa, una società di due o tre secoli fa
(e infatti c'è già chi ci pensa), perché il dottor Marchionne possa fare
tranquillamente il suo lavoro.
Tutto, insomma, alla fine si tiene (come sempre, nei momenti decisivi). Se
passa la prospettiva Marchionne, non sola la «condizione operaia» peggiorerà
intollerabilmente, - il che, forse, qualche considerazione «umanitaria»
dovrebbe sollevarla, o no?, - ma scompariranno dalla scena sia l'ipotesi solidaristica
e riformistica (la ridistribuzione politico-sociale della ricchezza) sia
l'ipotesi ecologista (la conversione ambientale del sistema produttivo), per
non parlare, ovviamente, di quella internazionalistico-operaia (quella, cioè,
dell'operaio cinese che comincia a ragionare e comportarsi come l'operaio
occidentale a patto che intanto l'operaio occidentale non sia stato ridotto
nelle condizioni dell'operaio cinese).
Nel frattempo,dunque, difendere i diritti operai, impedire la loro completa
mortificazione, sforzarsi al contrario di fare della loro lotta una battaglia
generale, significa difendere i diritti di tutti, i nostri diritti, la
prospettiva di una società sostanzialmente (e non solo formalmente) più libera
ed eguale. Per una volta tanto diciamo, rischiando l'enfasi, che la «condizione
operaia» è anche la nostra condizione, ne è anzi il presupposto, politico e
civile. Dopo si potrà ragionare più ordinatamente sul «che fare». Ora si tratta
di dire con chiarezza e con forza ciò che non si può fare, e che dunque non si
deve fare.
Il manifesto, 14 ottobre 2010

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