Il gulag di Šalamov mi ha cambiato la vita
Questo articolo è parte quasi integrale della prefazione – qui pubblicata per gentile concessione di Roberto Saviano - al libro «Višera», preludio ai «Racconti della Kolyma» in cui Varlam Šalamov (1907-1982) racconta la nascita dei lager sovietici, con il suo primo arresto e le esperienze nel Gulag.
Leggere Varlam Šalamov mi ha cambiato la vita. Di per sé questa non è una gran notizia. Non è nulla di importante, anzi, è un dettaglio privato di nessun valore per un lettore. Ma da parte mia può essere il miglior invito a entrare nelle sue pagine. Non saprei cosa dire di più convincente e di più vero. È un autore che ho conosciuto quasi per caso, trovando i suoi libri con una certa difficoltà. Mi fu consigliato di leggere I racconti della Kolyma da Gustaw Herling, autore di Un mondo a parte e reduce dai gulag, che il destino portò a vivere a Napoli.
Un consiglio che passava di bocca in bocca tra i dissidenti
dell'Est, tra chi sapeva che il sogno di un'umanità redenta da ingiustizie e
fatica, riscattata dal salario e dall'oppressione si era materializzato in uno
degli incubi peggiori che l'uomo avesse mai visto: i gulag.
Entrare nelle pagine di Varlam Šalamov è una vera e propria esperienza fisica
per il lettore. Aveva fatto vent'anni di gulag, questo scrittore sconosciuto al
grande pubblico e venerato dai suoi pochi lettori. Venti lunghi anni in
Siberia. Vent'anni per reati di opinione. Questa la condanna. E quelli che gli
erano rimasti da vivere dopo il lager li passò a raccontare quell'esperienza,
con la coscienza di chi sa che sta facendo qualcosa di assolutamente
necessario. E per farlo perse tutto. Per scrivere del gulag perse addirittura
la vicinanza della prima moglie, che al suo ritorno dai campi andò a prenderlo
alla stazione e gli comunicò, sulla banchina, che non voleva altre seccature, e
che quindi per favore portasse i suoi stracci da un'altra parte. Così Šalamov
andò a vivere da solo, in una stanza minuscola, sotto costante osservazione dei
servizi di sicurezza sovietici.
La sua grandezza non è solo nella testimonianza, che pur necessaria, è cosa
diversa dalla letteratura. Le storie di Šalamov smettono di essere gulag,
Siberia, totalitarismo, automutilazione, morte. Divengono, come solo la
letteratura può divenire, spazi e azioni che mettono alla prova l'essere umano
e ne tracciano l'essenza.
È una lettura che richiede la forza di continuare, pagina dopo pagina, l'ascesa
verso la spogliazione dell'anima. Una dimensione universale. Una discesa e una
risalita nella dimensione dell'uomo. Al netto della sofferenza, dopo la feccia
della corruzione. Šalamov disegna l'individuo assoluto. L'essere nudo di fronte
all'esistenza. È una letteratura che ti permette di vedere cos'è l'uomo, la sua
capacità di resistere. A meno quaranta gradi sotto zero, circondato da esseri
che hanno l'unico obiettivo di toglierti il pane e ogni mattina sperano di
trovarti morto per prenderti i vestiti. Lì l'uomo può ancora tentare di essere
uomo. Questo si chiede e cerca in se stesso Varlam Šalamov.
Non lasciatevi scoraggiare dai racconti che leggerete, non
partite prevenuti sapendo che sentirete nelle carni sensazioni atroci, non
spaventatevi sapendo che apprenderete di torture orribili e tremende
ingiustizie. Gli scritti di Šalamov sono la conferma del bene. Può sembrare
paradossale, ma è così. Lo diceva lui stesso. « I miei scritti sono la conferma
del bene sul male». Tutta quella sofferenza, quel male, quelle privazioni, alla
fine dimostrano quanto l'animo umano sia capace di salvarsi. C'è bellezza e
forza sul fondo di tutto quell'orrore.
In Šalamov c'è sempre la consapevolezza di non aver mai e poi mai tradito il
prossimo per migliorare la propria condizione. È la cosa di cui più andava
fiero.
Šalamov riesce a dimostrare la bontà del singolo gesto nell'inferno quotidiano
del gulag. Come la frase di un personaggio di Vasilij Grossman: «Non ci credo,
io, nel bene. Io credo nella bontà». Il bene è una considerazione metafisica,
lontana, generale, postuma. La bontà è uno spazio del presente. Del guardarsi
negli occhi. Di un momento. La bontà è umana, il bene è storico. E quando si
parla di progetto storico, di giustizia, di felicità come di qualcosa che
trascende l'umano Šalamov ha un brivido di paura. Sa che si parla di qualcosa
che l'uomo subirà, che passerà sull'uomo.
Šalamov riesce a dimostrare attraverso l'osservazione della natura che
resistere si può. In ogni singola vicenda c'è una stilla di possibilità: la
possibilità della vita. Questo discorso nelle pagine di Šalamov non è retorico.
Non è nemmeno religioso. Non c'è un voler credere in un contesto dove tutto è
disperante e disumano. La sua è una ricerca. Stando in silenzio, lottando per
mangiare. L'orgoglio dell'esistenza. La capacità di non lasciarsi corrompere
dal bisogno. Si può continuare a essere uomini anche in quelle condizioni, ci
si può riuscire. Questa è la grandezza di Šalamov.
In Italia non è stato pubblicato per molti anni. Era uscito per la prima volta
nel 1976, fra le polemiche tipiche e desolanti di quegli anni. Poi era
scomparso. Mentre I Racconti della Kolyma
uscivano in Francia, nel 1980, e negli Stati Uniti nel 1982, da noi si
discuteva sull'opportunità o meno di dargli voce. Molti intellettuali vicini al
Partito comunista, molti editori vicini al Partito comunista lo rifiutarono
considerandolo reazionario, favolistico, esagerato. Šalamov sapeva dell'enorme
diffidenza attorno al suo lavoro, ne era cosciente. Veniva spesso accusato di
essere anticomunista, disfattista, al servizio delle potenze capitaliste. Per
sua disgrazia, era semplicemente uno scrittore. E questo bastava per farlo
odiare.
Šalamov racconta un inferno che i lettori non conoscono bene quanto quello di
Auschwitz. E che neanche sospettano. Attorno alle atrocità del comunismo
sovietico dei gulag è calato il silenzio per troppo tempo. La loro esistenza
nell'immaginario di quasi tutti non esiste. Lo conoscono gli specialisti, la
parte colta della società. Un silenzio enorme e colpevole. «Mi si prospettava
una discesa agli inferi, come Orfeo, insieme alla dubbia speranza di
riemergerne ». L'ha fatta due volte quella discesa Šalamov: nel viverla e nel
raccontarla una volta uscito. Eppure leggendo queste pagine non si ha mai un
senso di malinconia, di depressione. Di scoramento. Incredibilmente le pagine
di Šalamov trasudano speranza nella resistenza. Non concedono nulla alla
disperazione. La disperazione gli sembra qualcosa che attesta la vittoria del
potere. Non bisognava cederle. La morte poteva essere un traguardo sperato. Ma
lasciarsi andare, diventare come ti volevano, era per lui la sconfitta
peggiore.
Non mi è mai capitato di chiudere un suo libro senza la sensazione di aver
capito come cercare di vivere, senza la netta sensazione di aver ricevuto in
dono dalle sue storie una mappa per procedere nel quotidiano. Qui, lontano
dalla Siberia, lontano dai gulag, lontano anni e chilometri da Stalin. Eppure
queste parole dicono di qui, di ora, e ti guidano verso un vivere più cosciente.
Più vero. Assoluto. Višera diviene anche una sorta di manuale di sopravvivenza.
Non solo nell'universo concentrazionario. È un manuale sulla possibilità di
essere uomini, nonostante tutto. «Non avrei temuto niente e nessuno. La paura è
un sentimento vergognoso e depravante, che umilia l'uomo. A nessuno avrei
chiesto di fidarsi di me, né io mi sarei fidato di alcuno. Per il resto, avrei
fatto conto sulla mia intuizione e sulla mia coscienza».
Sente Varlam Šalamov, vuole sentirlo, deve sentirlo di star lì non da solo:
«ero dov'ero in nome di coloro che continuamente finiscono in carcere, al
confino, nei lager... Essere un rivoluzionario significa prima di tutto essere
una persona onesta. Di per sé una cosa semplice, eppure così difficile».
Rivoluzione come onestà. La cosa più complessa che esista. Un'onestà che non
deve essere leale verso nessun codice penale, ma verso la parte più profonda di
se stessi.
Un giorno Šalamov venne a sapere dell'invenzione di due prigionieri, Miller e
Novikov: un vagone che si scaricava da solo. Una semplice, piccola rivoluzione
che avrebbe in parte alleggerito il tremendo giogo a cui erano sottoposti nei
gulag i prigionieri. Šalamov riuscì a far passare la notizia sulla rivista
specializzata «Bor'ba za techniku». Nel 1937 il direttore venne fucilato.
Invece al caporedattore che aveva pubblicato la notizia, amico di Šalamov, andò
un po' meglio: gli «spezzarono la schiena a furia di botte, a Lefortovo,
durante un interrogatorio» dice lui. Però poi aggiunge con una strana forza consolatoria:
«Ma è ancora vivo e scrive…». Questa consolazione mi sembra la verità ultima
dietro la sua vita. Ecco. È ancora vivo. Ma quel «vivo» non basta. Deve
aggiungere: «e scrive ». La speranza, l'unica, passa esclusivamente attraverso
la scrittura. E la resistenza. Scrivere è resistere. Non serve altro a Šalamov.
Non serve altro ancora a molti altri per continuare a raccontare la propria
verità. Scrivere diviene forse una ricompensa a sopportare tutto, una necessità
per darsi forza e continuare a vivere. Vivere per scrivere, perché se non lo
racconti, non succede. E se non lo fai, nessuno saprà mai che è successo.
http://www.ilsole24ore.com 4 luglio 2010

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