Il futuro siamo noi
Non è possibile che ci siano copie del nostro universo, né dentro né fuori di esso. Perché nessun sottosistema può replicare esattamente il sistema più grande di cui è una parte
Il tempo è reale o è un' illusione? Il mondo è organizzato nel modo in cui lo percepiamo, come una successione di momenti, o c' è una realtà più profonda, atemporale, in cui tutto quel che è reale e vero è fuori e oltre il tempo? E c' è solo l' universo che vediamo o ce ne sono altri? Queste antiche domande sono tornate di recente ad animare la frontiera delle ricerche di fisica e di cosmologia. Nell' ultimo decennio molti dei miei colleghi che si occupano di cosmologia e fisica fondamentale hanno adottato una visione della cosmologia quasi da fantascienza, in cui c' è un numero enorme, perfino infinito, di universi, ognuno governato in modo casuale da leggi naturali diverse. Tra questi universi, il nostro si distingue solo per il fatto che le sue leggi permettono la nostra esistenza. Molti di questi metafisici credono anche che la nostra percezione del trascorrere del tempo sia un' illusione, al di là della quale vi sia una realtà congelata, atemporale. Il problema di questi scenari è che è molto difficile fare previsioni sulle quali verificare queste complesse ipotesi. Perciò, pur essendo stato tra i primi a ipotizzare l' esistenza di una molteplicità di universi, l' esigenza scientifica di verificabilità delle ipotesi mi induce ad avere adesso un' opinione quasi opposta. Tendo ora a credere che per il progresso della scienza sia necessario accogliere la realtà del tempo in maniera tanto profonda da comprendere la possibilità che anche le leggi della natura possano modificarsi ed evolversi. E che si debba abbracciare l' idea dell' unicità dell' universo e bandire dal campo scientifico la contemplazione di altri universi che siano al di là delle nostre possibilità di osservazione. In questo cambio di rotta mi è stata di grande aiuto la collaborazione di uno dei pochi pensatori veramente originali e provocatori del nostro tempo, il filosofo brasiliano Roberto Mangabeira Unger. Il nostro punto di vista si può sintetizzare in questi due principi: 1)C' è solo quest' unico universo. Non ce ne sono altri, né c' è qualcosa che sia isomorfo ad esso. 2)Tutto quello che è reale lo è in un determinato momento, che fa parte di una successione di momenti. Tutto ciò che è vero lo è nel momento presente.
Il primo principio implica non solo che non ci sono altri universi, ma anche che non è possibile che ci siano copie del nostro universo, né dentro né fuori di esso. Questo è impossibile perché nessun sottosistema può replicare esattamente il sistema più grande di cui è una parte, e perché l' universo è per definizione tutto quel che esiste. Il secondo principio dice non solo che il tempo è reale, ma che tutto quel che è reale è situato nel tempo. Non c' è nulla, quindi, che esista fuori del tempo. Questa cornice metafisica alternativa ha delle conseguenze sulla natura delle leggi fisiche. Dato che nulla è vero o reale al di fuori del tempo, non è possibile parlare di leggi eterne. Le leggi sono delle regolarità che constatiamo permanere per lunghi periodi di tempo, ma non vi è ragione per ritenere le leggi atemporali - in effetti non c' è modo di dare senso a una nozione del genere. Questo apre la porta alla possibilità che le leggi si evolvano con il tempo, un' idea sul tappeto fin dal 1891, quando Charles Sanders Pierce scriveva: «Supporre che vi siano leggi universali della natura che possano essere apprese dalla mente pur non essendovi alcuna ragione che determini le loro particolari forme, che resterebbero quindi inspiegabili e irrazionali, è una posizione difficilmente giustificabile. Le uniformità sono precisamente i fatti che vanno spiegati. Una legge è par excellence qualcosa che richiede una ragione. Ora il solo modo possibile di spiegare le leggi della natura, e le uniformità in generale, è di supporre che siano un risultato dell' evoluzione». Secondo questo punto di vista, l' idea di trascendere le nostre esperienze legate al tempo in modo da scoprire verità che siano atemporali è una fantasia irrealizzabile. Quando si ottengono dei risultati scientifici, non si fa nulla del genere: quel che noi fisici facciamo è scoprire delle leggi che governano l' universo che percepiamo all' interno del tempo. Questo, direi, dovrebbe bastare, tutto quel che va oltre è più un bisogno religioso di trascendenza che scienza. Tentando di concepire quei principi, cerchiamo una nozione di legge che non è applicabile a un universo appartenente a un multi-verso, e che non si può immaginare resti eternamente in attesa della nascita di un universo da poter poi regolare. Dato che l' universo esiste solo una volta, dobbiamo cercare di immaginare un nuovo tipo di legge che si applichi solo quella volta. Questa legge non deve e non dovrebbe avere alcun senso al di fuori del tempo. Né può essere concepita separata dall' universo che descrive. Potrebbe effettivamente essere una legge che si evolve nel tempo, cioè una legge che vede affievolirsi la distinzione tra una narrazione della storia dell' unico universo che si verifica una sola volta e l' affermazione di principi che governano quella storia. Se il paradigma del multiverso senza tempo ora dominante è giusto, ci stiamo avvicinando alla fine di un processo che eliminerà la realtà del tempo e la sostituirà con un oscuro tipo di «esistenza» all' interno di un mondo eterno e congelato, consistente di un grande numero di possibilità. Se, d' altro canto, sono più vicini alla verità i principi che proponiamo, siamo all' inizio di una nuova avventura della scienza in cui dobbiamo riformulare la nozione di legge da applicare a un singolo universo che esiste solo una volta. In entrambi i casi finiremo con il concepire il nostro universo in termini molto diversi e meno familiari di prima. Ma pensavamo veramente che completare la rivoluzione cominciata da Einstein sarebbe stato possibile senza dover abbandonare qualcuna delle nostre comode convinzioni a favore di nuove idee inquietanti, quasi inconcepibili? A questo livello facciamo scienza non per noi, ma per le generazioni future, che saranno a loro agio in mondi concettuali che nella migliore delle ipotesi ora possiamo a malapena intravedere. (Traduzione di Maria Sepa)
http://www.corriere.it (23 ottobre 2009)

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