Il futuro è rinnovabile.
Le politiche USA in fatto d’energia e clima in relazione alle prospettive per il Pianeta, passando per le politiche dell’Unione Europea e della Cina.
Lei
ritiene che il piano energia-clima in discussione al Senato americano sarà
approvato entro l’anno? L’incidente del Golfo del Messico spingerà verso
obbiettivi più ambiziosi sulle rinnovabili e sulle emissioni di gas serra
rispetto a quelli previsti dal Congresso?
«Nel corso degli ultimi mesi la proposta di legge presentata in Senato è stata
progressivamente annacquata. Si tratta di un documento di circa 980 pagine che
contiene ogni sorta di eccezione e di esclusione. La mia sensazione è che
questa legge non riuscirà ad avere un impatto consistente sulle emissioni di
anidride carbonica. Ciò che invece è sicuro, è che non corrisponde a quanto
sarebbe necessario fare alla luce del tasso d’incremento delle emissioni. Oggi,
negli Stati Uniti, stanno avvenendo cose ben più rilevanti di quanto possa
essere contenuto in questa legge. Una di queste è l’avvento di un movimento di
base - “grassroots movement” – contro la costruzione di nuove centrali a
carbone, movimento che è riuscito a paralizzare la concessione di nuovi
permessi di costruzione al punto che dubito che, negli Stati Uniti, venga più
costruita anche una sola centrale a carbone. In più questo movimento, che è
stato coordinato a livello nazionale dal Sierra Club, si sta adoperando per
avviare la fase due, ossia la chiusura delle centrali a carbone esistenti.
Prima di lasciare Washington stavo stilando una lista di 30, forse 40 centrali
che dovranno chiudere nei prossimi anni. Si tratta di 30-40 centrali su un
totale di 600, quindi un numero piuttosto contenuto, ma siamo testimoni
dell’inizio di un processo».
Quindi
lei considera che questo movimento sarà sicuramente più efficace di quanto
possa esserlo la proposta di legge energia-clima?
«Se, nei prossimi anni, questo movimento continuerà a essere altrettanto
efficace di quanto lo è stato negli ultimi tre anni, allora assisteremo a una
riduzione molto consistente dell’uso del carbone negli Stati Uniti, e
ovviamente la riduzione dell’uso del carbone è la chiave per una riduzione
dell’impatto sul clima.
Ma oltre a ciò la transizione energetica è già all’opera negli USA. Tra il 2007
e il 2009 l’uso del carbone è diminuito dell’11%; beninteso, ciò è avvenuto
durante la recessione economica, ma nello stesso periodo 191 parchi eolici sono
stati collegati alla rete e questi equivalgono a una potenza generata di oltre
17.000MW. Quindi vi faccio notare queste tendenze perché sono convinto che
questo movimento avrà conseguenze enormi, ben maggiori di quanto la gran parte
delle persone siano capaci di immaginare. La domanda sull’effetto che potrà
avere la fuoriuscita di greggio nel Golfo del Messico è interessante, in quanto
potrebbe effettivamente rappresentare la Chernobyl dell’industria petrolifera. Alla luce
dei danni che saranno provocati nel Golfo del Messico, e forse anche lungo la
costa atlantica degli USA poiché la corrente che appunto attraversa il Golfo
potrebbe far risalire il petrolio lungo la costa est degli USA, gli effetti
saranno disastrosi. Alcune delle spiagge più lunghe, delle più importanti aree
ricreative e delle maggiori città si affacciano su questa costa e quindi
potrebbero essere danneggiate da questa marea di greggio. È troppo presto per
pronunciarsi, ma il semplice fatto di guardare, sera dopo sera, le immagini
televisive dei danni già provocati, che con ogni probabilità continueremo a vedere
settimana dopo settimana, forse mese dopo mese, credo che queste immagini
influiranno sul modo in cui pensiamo il futuro del petrolio. Ciò ci
costringerà, per esempio, a riflettere su come far funzionare le nostre
automobili con l’elettricità piuttosto che con benzina e gasolio, e sappiamo
che negli Stati Uniti si può produrre abbastanza energia eolica per alimentare
l’insieme del parco automobilistico del Paese e che, anzi, il potenziale è tale
che ne sarebbe consumata solo una piccola parte».
Copenhagen
è stato un mezzo fallimento. Pensa che entro l’anno prossimo si riuscirà a
trovare un accordo per il post Kyoto? Che ruolo potranno svolgere gli USA?
«Non mi sento veramente in grado di rispondere a questo tipo di domanda, ma ho
la sensazione che, senza che ce ne fossimo accorti, la negoziazione di accordi
internazionali sul cambiamento climatico sia diventata un’impresa obsoleta. Ciò
è parzialmente dovuto al fatto che il più delle volte i Paesi mandano in loro
rappresentanza diplomatici e giuristi. Quindi questa non è una formula per
promuovere iniziative che siano al contempo innovative e coraggiose. Ed è
proprio quello di cui avremmo bisogno. Non penso proprio che otterremo
iniziative coraggiose da questo gruppo. Se i Paesi che partecipano ai negoziati
avessero la volontà di ottenere risultati tangibili allora manderebbero i loro
scienziati, i loro visionari, i loro attivisti ambientali. Questi sono proprio
quelli che cercherebbero di emularsi nel definire le soluzioni più innovative
piuttosto che cercare di ridurre ai minimi termini le azioni da intraprendere».
Tuttavia
si ha spesso l’impressione che la partecipazione degli scienziati al negoziato
sul cambiamento climatico sia considerevole: si tratta di falsa impressione?
«Gli scienziati non definiscono gli obiettivi, né conducono la maggior parte
dei negoziati. Questi sono condotti dai diplomatici e dai giuristi. Se oggi,
nell’osservare ciò che sta avvenendo nel Mondo nell’ultimo anno circa, dovessi
identificare i tre maggiori fattori di riduzione delle emissioni, direi che il
primo fattore è il movimento, nato negli USA, per proibire la costruzione di
nuove centrali a carbone; il secondo è ciò che sta avvenendo in Cina con il
programma di sviluppo dell’energia eolica per produrre oltre 130.000 MWe:
voglio dire, in campo energetico non si è mai visto un progetto di queste
dimensioni, equivale alla costruzione di una nuova centrale a carbone alla
settimana per i prossimi due anni e mezzo, è una cosa enorme. Il terzo elemento
è la proposta europea per il Desertec che vede MunichRe, una compagnia di
ri-assicurazione, insieme a Deutsche Bank, Siemens e altre grandi aziende
multinazionali, formare un consorzio che ha per scopo l’integrazione delle
risorse solari del Nord Africa
alla rete energetica europea. Alla fine vi sarà un’unica rete che comprenderà
l’Europa e il Nord Africa. Questo è un progetto annunciato nel Luglio 2009
proprio mentre i Paesi si preparavano per Copenhagen, è particolarmente
interessante perché i Governi non sono coinvolti. L’altro elemento di interesse
è nell’enorme potenziale del progetto. Gli Algerini hanno rilevato come il loro
deserto possa potenzialmente già fornire energia sufficiente per alimentare
l’economia mondiale. Detto così sembra quasi si tratti di un errore aritmetico,
ma non lo è! Vi è una quantità enorme di energia disponibile in quel Paese.
Stiamo quindi guardando a un potenziale di produzione di energia equivalente ad
alcune centinaia di migliaia di MW di solare termodinamico. In questo modo si
potranno soddisfare sia le necessità energetiche del Nord Africa che la maggior
parte del fabbisogno di elettricità dell’Europa».
Finalmente anche istituzioni
internazionali come l’Agenzia internazionale dell’energia considerano credibile
che le fonti rinnovabili giocheranno un ruolo decisivo nei futuri scenari
energetici. Autorevoli studi hanno inoltre ipotizzato una copertura al 100%
della domanda elettrica europea entro il 2050. Siamo a una svolta nelle
strategie energetiche o dobbiamo aspettarci una dura resistenza delle lobby dei
combustibili fossili e del nucleare?
«Chiaramente vi è, e vi sarà, un’opposizione delle lobby del petrolio e del
carbone allo sviluppo delle rinnovabili. Tuttavia, man mano che le rinnovabili
si sviluppano, acquisiscono maggiore capacità di influire. Bisogna tener
presente che l’Agenzia internazionale per l’energia è stata dominata per alcuni
decenni dagli interessi del petrolio, e quindi fino a due anni fa prevedevano
che la produzione di petrolio avrebbe raggiunto i 130 milioni di barili al
giorno. Oggi noi sappiamo, e loro lo ammettono, che questa quota non sarà mai
raggiunta. Si parla di 100 o 105 milioni di barili, ma molti geologi
indipendenti dall’industria petrolifera considerano che abbiamo già raggiunto
il peak-oil, o tutt’al più che questo sia imminente.
E se ciò è vero, si prospetta un futuro molto diverso, ossia un modo di
concepirlo diverso da quello cui siamo abituati proprio perche tutta la vita
abbiamo assistito all’aumento della produzione di petrolio. Ma un futuro con
una riduzione della produzione di petrolio sarà sicuramente molto diverso».
Quella che era eresia solo qualche anno
fa ora inizia a delinearsi come un futuro probabile. Per raggiungere i grandi
numeri che saranno necessari, pensa che risulterà sufficiente la diffusione di
milioni di impianti decentrati o sarà necessario puntare anche su grandi
progetti come le centrali eoliche off-shore del Mare del Nord o le centrali
solari nel Sahara?
«Nel guardare al nostro futuro energetico è indubbio che saranno necessari
impianti di grandi dimensioni, come è il caso per i mega parchi eolici in Cina.
Vi saranno dunque grandi impianti per la produzione di energia, ad esempio
impianti solari termici per la produzione di elettricità, ma questo sarà
accompagnato da uno sviluppo dei piccoli impianti. Il solare fotovoltaico
funziona benissimo sui tetti delle costruzioni, mentre l’eolico non è adatto ai
tetti. Perciò vedremo che vi saranno milioni di tetti ricoperti di moduli
fotovoltaici: abitazioni, capannoni, centri commerciali e cosi via. Quindi
assisteremo allo sviluppo sia di impianti di grandi dimensioni che di piccoli
impianti. E si tratterà di solare-termodinamico per produrre elettricità,
solare termico per la produzione di acqua calda, solare fotovoltaico e così
via».
Lei
è sempre stato critico sull’impiego su larga scala dei biocarburanti per il
rischio di interferenza sugli approvvigionamenti alimentari. Pensa che i
biofuels di seconda o terza generazione potranno dare un contributo importante?
«Dubito che i biocarburanti potranno mai dare un contributo rilevante al
settore energetico. Voglio sottolineare che se un agricoltore nord-irlandese ha
un ettaro di terreno sul quale può coltivare mais, produce 400 galloni di un
biocarburante di prima generazione, l’etanolo. Questi valgono 2 dollari al
gallone, e quindi il valore della sua produzione sarà pari a 800 dollari. Ma se
lo stesso agricoltore installa una turbina eolica
su quella superficie potrà produrre elettricità per un valore di 300.000
dollari all’anno. Faccio questo esempio proprio per sottolineare come, in
termini d’uso del suolo, l’energia eolica è incredibilmente più efficiente di
qualunque altra energia rinnovabile, ragione per la quale credo che i
biocarburanti non abbiano alcuna possibilità di sviluppo a medio-lungo termine.
Indubbiamente vi saranno casi in cui terreni altrimenti marginali saranno
utilizzati per la produzione di carburanti, ma in linea di principio l’eolico
occuperà la posizione centrale nella nuova economia energetica. Inoltre gli
agricoltori preferiranno l’energia eolica perché produrla occupa solo l’1% del
suolo, permettendo di continuare a sfruttare il suolo a fini agricoli e di
allevamento. Ma soprattutto l’energia eolica è estremamente redditizia. Perciò
sta nascendo un vero e proprio gruppo di interesse a favore dell’eolico
composto da agricoltori e allevatori che hanno intuito quanto sia ghiotta
l’opportunità».
Nel
suo ultimo libro “Piano B.4” indica come unica soluzione per evitare esiti
catastrofici il taglio delle emissioni di gas serra all’80% rispetto a quelle
attuali non entro il 2050, obbiettivo già molto ambizioso e che diversi Paesi
industrializzati hanno fatto proprio, ma addirittura entro il 2020. Si tratta
di una “provocazione” o ritiene veramente fattibile una transizione così
rapida?
«È assolutamente possibile. Uso sempre l’esempio della mobilitazione degli
Stati Uniti durante la
Seconda Guerra mondiale. L’intera industria americana fu
ristrutturata con l’interdizione di produrre automobili e produrre invece carri
armati, aeroplani, e tante altri prodotti necessari per lo sforzo bellico. Non
furono necessari decenni, neanche furono necessari anni per ristrutturare
l’intero apparato industriale, fu una questione di mesi. E quindi, volendo
farlo adesso, sicuramente possiamo produrre un milione e mezzo di turbine
eoliche nei prossimi dieci anni. Questa è la quantità di turbine necessaria per
chiudere tutti gli impianti a carbone esistenti nel Mondo».
In
Italia, come in altri Paesi, il Governo punta sul nucleare e anche Obama ha
dato qualche segnale di apertura in questo senso. Chiaramente entro il 2020 il
contributo aggiuntivo del nucleare sarà del tutto marginale. Ritiene che
possano avere qualche chance sul lungo periodo i reattori di quarta generazione
se, attorno al 2030, si dimostreranno sicuri ed economicamente proponibili?
«No. La ragione per la quale il nucleare non ha una prospettiva è economica. I
costi dell’energia nucleare sono talmente superiori a quelli di una qualunque
alternativa, sia essa eolica, solare termodinamica o di investimento in
efficienza energetica, che penso non si possa ragionevolmente considerare cha
abbia una chance. Vede, quando io cerco di valutare una nuova tecnologia spesso
mi chiedo: cosa sta facendo Wall Street con questa tecnologia? E se si guarda
cosa abbia fatto Wall Street vediamo che non ha investito in un impianto
nucleare da oltre trent’anni. E non penso che questo possa cambiare. Ciò che il
presidente Obama ha annunciato è proprio quello che l’industria nucleare vuole
sentire. Il Governo federale ha messo da parte fondi per garantire i prestiti
che le banche daranno a questa industria. E la ragione per la quale il Governo
degli Stati Uniti deve costituire un fondo di garanzia è che altrimenti nessuno
investirebbe nel nucleare».
Pachauri,
Presidente dell’IPCC, ha auspicato una campagna che inviti a non consumare
carne per almeno un giorno alla settimana, visti gli impatti in termini di
emissioni climalteranti. Condivide la proposta o la vorrebbe più radicale,
sottolineando l’importanza delle modificazioni degli stili di vita?
«Effettivamente la proposta pone l’accento su quanto sia importante modificare
lo stile di vita, sia che si tratti di scendere lungo la catena alimentare
evitando il consumo di carne, o di inforcare una bicicletta invece di
utilizzare un’automobile: vi sono così tante cose che possiamo fare! Ma ciò che
Pachauri propone è particolarmente utile perché ci costringe a pensare alle
alternative. Negli Stati Uniti mangiamo carne tutti i giorni perché ce lo
possiamo permettere dal punto di vista economico. Ma non è possibile ragionare
solo dal punto di vista economico, bisogna considerare anche gli effetti sulla
salute, e oggi è molto chiaro che abbiamo consumato grassi animali in quantità
molto superiori a quanto sia necessario per assicurare il nostro benessere,
anzi in quantità tali che ci fanno male: malattie cardiovascolari, obesità,
ecc. Mangiare troppi grassi crea persone troppo grasse, e ciò non è sano.
Quindi, sia in termini di salute del Pianeta che della nostra salute personale,
ridurre il consumo di carne rappresenta un passo nella direzione giusta».
Intervista di Gianni Silvestrini.
www.qualenergia.it
QualEnergia numero 3-2010

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