Il fotovoltaico, un investimento per il futuro
Il fotovoltaico è uscito dalla fase di sperimentazione e affronta quella dell'industrializzazione, con innovazioni tecniche continue e riduzione di costo inimmaginabili solo pochi anni fa.
L’industria fotovoltaica sta passando dalla fase dei pionieri a quella dei prodotti commerciali: dai 5mila megawatt installati nel mondo fino al 2005, si è passati a installarne 6mila nel 2008, 7.200 nel 2009 e, si stima, oltre 10mila nel 2010. E non solo in Europa, anzi con tassi di crescita attesi maggiori in Estremo Oriente e Stati Uniti. Investimenti impressionanti, con previsioni di mercato costantemente riviste al rialzo: il fotovoltaico, uscito dalla fase della sperimentazione, affronta con decisione quella dell’industrializzazione, con innovazioni tecniche continue e riduzione di costo che non si potevano immaginare solo cinque anni fa. Grazie soprattutto alla determinazione con cui alcuni paesi hanno sostenuto le imprese del settore, riconoscendone le prospettive di lungo periodo.
COSTI IN DISCESA
Se si ha a cuore l’efficienza del settore dell’energia, ha
senso stimolare scelte efficienti di investimento. Non ha senso, invece,
criticare la scelta di investire: è già stata presa. E non per un capriccio di
qualcuno, ma sulla base di una politica intelligente e certamente vincente nel
lungo periodo assunta dall’Europa, mirata a ridurre la dipendenza dai combustibili
fossili, l’impatto del settore sull’ambiente, sostituire costi di
combustibili con lavoro e tecnologia locali, promuovendo lo sviluppo. Certo, è
possibile attendere che l’affrancamento dai combustibili fossili sia fatto per
necessità tra venti o trent’anni quando non si avrà altra scelta, ma è forse
più opportuno gestirlo con gradualità, consentendo di sviluppare tecnologie
alternative per tempo. Questo può portare benefici in termini di competitività
dell’industria manifatturiera, come testimonia l’impegno tedesco e cinese, ma
anche stabilizzare i costi futuri, visto che il fotovoltaico, come molte delle
fonti rinnovabili, non ha l’incognita combustibile: fattori di valore per
l’efficienza di un’economia.
Secondo le previsioni di tutti gli osservatori qualificati, grazie ai processi
innovativi in atto, il costo del MWh sarà competitivo con quello delle fonti
fossili. Difficile dire se accadrà tra cinque, dieci o quindici anni, ma la dinamica
dei costi dell’ultimo triennio ha sorpreso tutti: oggi un’impresa come
First Solar comunica di poter vendere impianti chiavi in mano ben al
di sotto dei 1.800 euro/kW, mentre il riferimento di mercato tre anni fa era
almeno doppio. Ma il prezzo lo fa il costo dell’impianto marginale, per cui i
prezzi faticano a seguire i costi, in presenza di capacità produttiva scarsa.
Sembra incredibile, ma la riduzione delle tariffe in Germania dal 1 luglio,
compresa tra il 10 e il 16 per cento, non ha avuto l’effetto di freno che ci si
attendeva e quest’anno il mercato tedesco continuerà a crescere, in modo anche
eccessivo (oltre 5mila MW installati attesi).
Gli investimenti di settore in Italia sono stimati oltre i 3,5
miliardi di euro per il 2010, non più un ambito marginale. Il MWh fotovoltaico
che nel 2007 in
Italia costava 430 euro, oggi ne costa 290: quale aiuto all’innovazione poteva
essere più efficace? Sono nate centinaia di nuove imprese e uno degli effetti
collaterali del programma è stato anche quello di far fiorire iniziative di
ricerca che non si era riusciti ad avviare mai prima d’ora, con prospettive
finalmente concrete anche per la ricerca italiana. Sembra paradossale, ma in
questo settore tutti i programmi di supporto alla ricerca del passato hanno
dato risultati deludenti, si pensi solo all’esito infausto e vergognoso di Industria
2015, mentre l’interesse delle nuove imprese del settore, italiane e straniere,
ha sostenuto la nascita e lo sviluppo di molte realtà innovative. L’aver
attratto investitori stranieri è un risultato positivo in una
prospettiva di mercato: si sono acquisite competenze in modo rapido, facendo
crescere il mercato molto prima di quanto si sarebbe potuto fare con le sole
forze imprenditoriali interne.
GUARDARE AL FUTURO
La ratio del Conto Energia è chiara:
l’impianto riceve un premio per venti anni, ma tutto lascia prevedere che
rimarrà in esercizio anche successivamente, fornendo energia, e soprattutto
potenza, nei momenti di punta, praticamente gratis. L’impianto più vecchio in
Italia di cui io abbia conoscenza ha 28 anni e ha ancora prestazioni in linea con
le garanzie fornite oggi dai produttori (80 per cento della produzione iniziale
dopo 25 anni). Se e quando si dovranno smontare gli impianti, il costo di
smantellamento a fine vita sarà negativo, secondo le stime effettuate: il
valore di vetro, silicio e metalli è superiore al costo per la loro raccolta.
Un investimento di lungo periodo per la comunità nazionale, ma privo di rischi
e con rendimento sicuro. E l’energia necessaria per costruire e installare un
pannello è restituita da esso in meno di due anni.
Ma la valutazione sull’opportunità di investire in questa fonte non può basarsi
solo sulla convenienza attuale e prescindere da una considerazione di
prospettiva: il fotovoltaico è la fonte con le migliori prospettive di riduzione
di costo nel lungo periodo: avrebbe senso rimanere fuori da un settore
così attraente sul piano industriale? No, a parere di chi scrive, anche se è
cruciale lavorare su un progetto di lungo periodo, che possa essere efficiente
nel gestire la fase di sostegno, perché non risulti eccessivamente onerosa. Ma
le imprese più intraprendenti hanno compreso che il Conto Energia è un modo per
ridurre i loro costi di approvvigionamento elettrico, non per aumentarli:
quando realizzano un impianto possono ottenere energia gratis per le proprie
attività produttive. Il problema può essere il trasferimento dal surplus dei
consumatori a quello dei produttori, sostenuto dal nuovo Conto Energia con la
riduzione del 6 per cento annuo dal 2012 dei premi riconosciuti. Ma anche su
questo, siamo laici. L’onere annuo che si va ad accumulare sta
divenendo importante (344 milioni di euro nel 2009, che possono divenire 800 a fine 2010) e ci impegna
per venti anni, ma è la pagliuzza rispetto alla trave, se confrontato con altre
inefficienze di regolazione del settore (si pensi all’utile post tasse delle
cinque maggiori utility elettriche nel 2009, di quasi 7 miliardi di euro).
L’afflato per l’efficienza di settore dovrebbe indirizzarsi altrove, per
incominciare. Il meccanismo di incentivo ha limiti chiari e dovrebbe essere
migliorato, ma facciamo attenzione a non gettare il bambino con l’acqua sporca,
è lui il nostro domani.
http://www.lavoce.info 31.08.2010

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