Il fisco classista che blocca il Paese
C'è una crisi dell'occupazione con 200 mila precari della scuola e 500 mila lavoratori a rischio. Serve una manovra che punti ad un trasferimento tributario dalle fasce deboli a quelle opulenti
La recessione e la crisi economica a w
sono dunque scongiurate: parola di Bernanke e di Trichet, cioè dei due
banchieri centrali più potenti dell'Occidente. I tassi del Pil e della
produzione industriale (automobile escluso) vengono rivisti al rialzo sia in
Usa che in Eurolandia. Insomma il peggio sarebbe passato anche se sono gli
stessi Bernanke e Trichet a metter le mani avanti: sì, il peggio è passato,
dicono, ma camminiamo tuttora su terre incognite, la crisi sociale è ancora
davanti a noi, la ripresa c'è ma non è omogenea; inoltre è aumentata la
disparità di intenti tra i governi e specie in Europa ogni paese va per conto
suo, perciò non si può allentare la guardia.
Del resto, appena quindici giorni fa sia Bernanke sia Trichet in pubbliche
dichiarazioni avevano affermato esattamente il contrario. Prevedevano
rallentamento produttivo, rivedevano al ribasso i tassi del Pil sulle due
sponde dell'Atlantico, temevano stasi degli investimenti e diminuzione dei
consumi specie nei settori sensibili delle costruzioni, segnalando con preoccupazione
le posizioni debitorie di molti paesi e gli effetti che avrebbero potuto avere
sui mercati finanziari e monetari. Il minimo che si possa dire di queste tesi
contraddittorie dei due massimi banchieri centrali è che la loro visione della
realtà è alquanto confusa e l'arco delle loro divisioni è quanto mai
oscillante. Non so se se ne rendano conto, ma il loro comportamento sta
diventando grottesco, il barometro di cui dispongono sembra uno strumento
impazzito dal quale forse è più saggio prescindere.
Chi invece non ha dubbi di sorta è il nostro ministro dell'Economia.
Intervistato ieri da Repubblica dichiara senza esitazione che siamo fuori dalla
crisi. Dai problemi no, ma dalla crisi sì. I problemi per Tremonti consistono
nel coordinamento delle politiche economiche tra i governi europei. L'Europa è
ancora un arcipelago ma è arrivato il momento che diventi un blocco
continentale guidato da un unico cervello, cioè dal Consiglio dei ministri
europei (Ecofin) di cui la
Commissione di Bruxelles è l'organo esecutivo. L'Ecofin si
riunirà domani e varerà questa trasformazione epocale: la nascita del cervello
economico europeo cui spetterà il compito di tutelare la stabilità già in atto
e di avviare su scala continentale la politica della competitività che
consentirà all'Europa di competere con successo sia con l'America sia con i
colossi emergenti dell'Asia.
Va da sé che il canone della competitività risiede soprattutto nella fine della
lotta di classe e nell'accordo tra capitale e lavoro da realizzarsi azienda per
azienda, contratto per contratto. La sorpresa finale nell'intervista del
ministro a Massimo Giannini consiste nell'apertura a tutte le parti sociali e a
tutte le forze parlamentari, dopo aver comunque ricordato che il governo
Berlusconi durerà come minimo fino al 2013 e probabilmente anche di più.
Ricapitoliamo: un'Europa ormai in marcia accelerata verso l'unità economica e
politica; un'Italia che, a dispetto del suo enorme debito pubblico, viaggia in
perfetta e solida stabilità; il traino della locomotiva tedesca, modello di
riferimento per tutti; una riforma fiscale nel nostro paese che privilegi le
famiglie, il lavoro, le imprese e sposti il prelievo dalle persone alle cose.
Nel frattempo bisognerà abolire tutti i divieti e tutte le regole salvo quelli
esplicitamente riconfermati. Così Tremonti e così secondo lui l'Europa. Restano
però molto lacune in questo paesaggio dipinto di rosa, molti interrogativi ed
anche qualche marchiano errore da correggere.
Per cominciare: l'Europa vive in un complesso mondiale e in particolare in un
ambito occidentale dove gli Usa giocano una partita decisiva. A parte le
montagne russe sulle quali continuano a viaggiare sia Bernanke sia Trichet, il
dato certo consiste nell'enorme debito pubblico del governo americano, nel
deficit fiscale che continua a gonfiarlo, nel lago di liquidità che la Fed dovrà incrementare per
sostenere la ripresa e nel debito con l'estero altrettanto elevato e
preoccupante. Washington per ora tira avanti su questa strada in attesa delle
elezioni di medio termine del prossimo novembre, ma subito dopo dovrà fare
delle scelte. Rigore e rientro del debito in proporzioni accettabili,
diminuzione del deficit con l'estero, dollaro debole per scoraggiare le
importazioni, oppure inflazione. Inflazione consapevole, inflazione voluta e
manovrata per diminuire il peso dei debiti e svalutare i crediti.
Queste scelte, quali che saranno, non risparmieranno l'Europa la quale a sua
volta dovrà affrontare in modi appropriati le decisioni americane. Chi deciderà
le risposte europee? L'Ecofin, risponderebbe Tremonti. La Germania, risponde la
realtà. Deciderà la Germania,
concedendo alla Francia qualche compenso in termini di cariche nella gestione
dell'Unione. Ma se questo non bastasse è molto improbabile che l'arcipelago
europeo possa trasformarsi nell'auspicato blocco continentale. In realtà lo
schema tremontiano sembra ancora scritto sull'acqua, in attesa di eventuali
incognite che non dipendono dall'Europa e tantomeno dall'Italia.
Su quanto sta accadendo nel nostro paese la diagnosi del ministro dell'Economia
è a dir poco parziale. C'è una crisi dell'occupazione che coinvolge soprattutto
i giovani e i precari. C'è una crisi del Mezzogiorno. C'è una stasi nei consumi
e negli investimenti. E non ci sono risorse disponibili. Ne ha parlato con
lucida competenza Tommaso Padoa Schioppa in un'intervista a 24Ore di venerdì
scorso, nella quale tra l'altro loda il rigore di Tremonti. L'intervistatore
domanda: «In Italia c'è chi rilancia i tagli fiscali. è una ricetta possibile?».
Risposta: «Quando si fanno proposte che invece di ridurre il deficit lo
aumentano, mi piacerebbe che si spiegasse come si fa a mantenere i conti a
posto. Altrimenti la risposta è «no». «Sembra di sentire Tremonti» commenta
l'intervistatore. Padoa Schioppa risponde: «Tremonti è stato fin dall'inizio
consapevole del fatto che l'Italia non aveva margini di manovra. E questo è un
fatto positivo».
L'ex ministro dell'Economia di Prodi vede una continuità con la politica del
suo successore, basata su un dato di fatto: l'Italia non ha margini di manovra.
Ma è un dato di fatto immodificabile? In un paese che comunque si colloca tra i
primi dieci paesi ricchi del mondo? Qual è la risposta e c'è una risposta
plausibile? E una ricetta attuabile? Prima di affrontare questo tema è però
opportuno fornire ancora una fotografia di quanto sta per accadere nelle
prossime settimane, anzi nei prossimi giorni. Ci sono 200 mila precari nella
scuola che per decisione del ministro Gelmini saranno lasciati col sedere per terra.
Ci sono 500 mila lavoratori che si troveranno di fronte a problemi
occupazionali molto complicati da risolvere. Infine, in attesa che sia nominato
il titolare del ministero dello Sviluppo dopo quattro mesi di vuoto, il
calendario dei tavoli di crisi aziendali che riguardano il destino di 14 mila
lavoratori è affollatissimo. Tra questi segnalo il caso Eutelia,
l'Ideal-Standard, lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, il caso Oerlikon,
Indesit, Burani, Merloni e molti altri.Dal 7 al 23 settembre queste vertenze
dovranno esser decise in un modo o nell'altro. Questo è il quadro. Tutto in
ordine, ministro Tremonti? Fruttifera cooperazione tra capitale e lavoro sotto
l'egida dell'intramontabile governo Berlusconi?
Le risorse ci sono, bisogna solo aver voglia di trovarle. La prima via da
perseguire riguarda la lotta contro l'evasione che in gran parte si identifica
con il mercato sommerso. Dette i primi risultati quando il fisco era nelle mani
di Vincenzo Visco, adesso continua a darne: nell'esercizio in corso siamo
nell'ordine di nove miliardi di recupero, non è poco ma in queste dimensioni
somiglia a una goccia d'acqua nel mare anche perché al recupero dell'evasione
esistente fa da controfaccia un'evasione nuova è aggiuntiva, sicché lo stock
che si sottrae al fisco rimane più o meno immutato.
La seconda strada da percorrere per recuperare risorse consiste nella lotta
contro gli sprechi. Qui ci sarebbe molta polpa, gli impieghi improduttivi
rappresentano una quantità ingente della spesa pubblica e i tagli disposti
nelle leggi finanziarie 2009 e 2010 avevano infatti questa motivazione. Il
metodo adottato tuttavia è stato piuttosto infelice. I tagli ai ministeri sono
stati disposti in modo lineare, sicché sono state penalizzate nella stessa
proporzione sia spese improduttive sia spese necessarie che anzi avrebbero
dovuto essere accresciute. Quanto ai tagli su personale, la scelta di spremere
gli impiegati pubblici fu giustificata dal fatto che gli aumenti stipendiali
ottenuti in passato erano maggiori di quelli ottenuti dagli impiegati privati.
Giustificazione assai difficile da provare e comunque contestatissima.
L'insieme di queste misure non ha recuperato molto in fatto di sprechi ma
abbassando il livello complessivo della spesa ha comunque compresso ulteriormente
la domanda interna con effetti visibili sui consumi. Altri effetti depressivi
provengono dal taglio dei trasferimenti ai Comuni e alle Regioni, con
conseguenze sulle tasse locali e sulla qualità dei servizi.
Esiste infine una terza strada da percorrere per recuperare risorse ed è un
trasferimento del carico tributario dalle fasce deboli alle fasce opulenti e
dal reddito al patrimonio. In un paese dove le diseguaglianze sono enormemente
aumentate negli ultimi vent'anni, un'operazione del genere dovrebbe esser fatta
ma la casta politica fa finta che sia impraticabile. Diciamo che non è popolare
perché colpirebbe in modo continuativo le corporazioni più potenti, le
clientele più spregiudicate e una fascia di elettori preziosa per l'attuale
maggioranza. La verità è che la politica fiscale in atto ha connotati
tipicamente classisti, colpisce in basso anziché in alto ed ha di fatto
trasformato la progressività fiscale in una vera e propria regressività, con
tanti saluti al principio costituzionale. Eppure una modifica fiscale nel senso
d'un ritorno al principio della progressività contribuirebbe fortemente al
rilancio della domanda e della crescita. Contribuirebbe altresì al taglio
effettivo degli sprechi e all'aumento della competitività. Però non sta scritta
nelle tabelle di questo governo, perciò fino a quando non ci saranno mutamenti
politici sostanziali la finanza e la fiscalità classiste resteranno inalterate,
con buona pace per chi sostiene che la lotta di classe non esiste più.
http://www.repubblica.it (05 settembre 2010)

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