Il federalismo delle clientele
Quando il politico promette troppo
Mettiamoci nei panni di un politico. Il suo obiettivo non cambia a seconda dei
luoghi in cui opera: farsi eleggere o rieleggere. Ma cambiano i modi in cui può
essere raggiunto. Là dove l’economia privata e la società civile non producono
posti di lavoro e occasioni di reddito in quantità sufficiente, come in molte
regioni meridionali, la domanda degli elettori si riversa sul settore pubblico
e sono premiati i politici che tali «posti» e occasioni creano, o danno
l’impressione di creare. Anche posti improduttivi — puri stipendi — e anche
occasioni finte: in questo ha ragione il ministro Roberto Maroni («Il Sud
chieda lavoro», Corriere del 2 gennaio), come mostra l’articolo di Sergio Rizzo
di ieri («Ma in Campania la
Finanziaria è "creativa"»). Le cose stanno
diversamente quando i posti e le occasioni li creano l’economia privata e la
società civile: qui gli elettori staranno un po’ più attenti alla qualità dei
servizi erogati dal settore pubblico, nazionale e locale (non abbastanza,
purtroppo, perché anche nel Nord essi sono spesso distratti da richiami
ideologici che coll’efficienza amministrativa poco hanno a che fare).
Queste cose si sanno da tempo. Il problema che non si riesce a risolvere è come
bloccare la risposta impropria dei politici alla domanda impropria degli
elettori. Se si riuscisse a bloccarla, se si riuscisse a costringere i politici
a far bene e soltanto il loro mestiere di amministratori, a fornire servizi
nazionali e locali almeno con la stessa efficienza del Nord — che poi non è
molta — a poco a poco gli elettori si convincerebbero che non ci sono finti
posti, finte pensioni, finte indennità da ottenere. Insieme con una repressione
severa della criminalità e dell’illegalità, l’eliminazione della risposta
impropria dei politici è una pre-condizione necessaria a qualsiasi strategia di
sviluppo si voglia tentare nel Mezzogiorno.
Già, ma come fare? Come spezzare il circolo vizioso tra domanda sociale e
offerta politica improprie? L’ultima speranza forse risiede in una versione
severa del nostro regionalismo e in forti meccanismi di controllo sulla qualità
della spesa pubblica e sull’efficienza amministrativa, con sanzioni effettive e
assenza di «salvataggi» per le amministrazioni che sgarrano. Il regionalismo
del Titolo V della Costituzione è venuto per restare e il suo principio di
fondo è quello sturziano, l’autonomia. Ma autonomia vuol dire responsabilità:
sei libero, sei autonomo, ma poi sei valutato. Se la valutazione degli elettori
è insufficiente, occorrono meccanismi di controllo più potenti di quelli che
operano ora. Se mai faremo le riforme costituzionali di cui tanto si
chiacchiera, perché non dare a questi meccanismi un forte rilievo
costituzionale e collegarli strettamente all’attività della Camera (o Senato)
delle autonomie?
http://www.corriere.it 04 gennaio 2010

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