Il fantasma di Lisbona
Fra due settimane la Commissione europea avrebbe dovuto confessare ai quasi 500 milioni di cittadini dell' Unione di avere clamorosamente fallito.
Fra due settimane la Commissione europea avrebbe dovuto confessare ai quasi 500 milioni di cittadini dell' Unione di avere clamorosamente fallito. Neanche uno dei 17 traguardi misurabili (ce ne sono altri 100 non ben definiti) fissati per i successivi dieci anni dal Consiglio Europeo di Lisbona del 24 marzo 2000 è stato raggiunto. Sarebbe stato umiliante per un Presidente portoghese della Commissione europea sancire il fallimento della cosiddetta "agenda di Lisbona". Allora Josè Manuel Barroso ha deciso di giocare d'anticipo. Preparata in fretta e furia una nuova agenda, l'ha battezzata, bontà sua, una "strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva". Sembra in tutto e per tutto la fotocopia dell'agenda precedente. Preconizza, con l'ausilio di grafici molto rassicuranti, un'economia europea che in due anni recupera tutto il terreno perduto con la crisi e poi torna miracolosamente a crescere come prima, anzi più di prima. Non si sa come e perché. Ma c'è una differenza importante rispetto all'agenda di Lisbona: la data per la sua realizzazione è stata spostata in avanti di altri 10 anni. Come recita il titolo, il sogno è rimandato a "Europa 2020".
Barroso sembra come quei presidenti delle squadre di calcio che rinviano di anno in anno i sogni di scudetto, cercando di illudere i tifosi e convincerli a rinnovare l'abbonamento allo stadio. In questo caso però il sogno di diventare l'economia più dinamica del mondo viene rinviato di decennio in decennio, sperando che qualcuno, nel frattempo, si dimentichi di una promessa così impegnativa. Perché solo annettendo Cina e India l'Europa riuscirebbe davvero a correre più di tutti. Le istituzioni europee in questo momento hanno bisogno di tutto tranne che di retorica. Neanche gli europeisti più convinti e i paesi storicamente più legati all'Europa sono disposti a credere in promesse scritte sul nulla. Anche il voto olandese della scorsa settimana ha sancito una crescente insoddisfazione nei confronti delle istituzioni europee, del modo con cui non riescono a gestire un fenomeno che va necessariamente affrontato a livello europeo come l'immigrazione. La scadenza dell'agenda di Lisbona sarebbe dovuta diventare l'occasione di una seria riflessione sui motivi di un fallimento innegabile e annunciato.
Non essendo organismo elettivo, la Commissione poteva apertamente confessare di non essere riuscita nei suoi obiettivi e aprire un confronto sui perché dei ritardi nel raggiungimento anche di quei traguardi che erano sulla carta alla portata dell'Unione, come quelli sui tassi di occupazione, sulla partecipazione al mercato del lavoro delle donne e sulla riduzione della povertà. Invece, la Commissione ha scelto di attribuire la colpa dei ritardi alla crisi, e ha deciso di prendere altro tempo. Avremo altri 10 anni di "progress report" con una burocrazia attiva nel monitorare i progressi fatti nel mettere in atto un'agenda di cui nessuno è in grado di assicurare l'attuazione. Perché proprio questo è il punto: questi piani sono destinati a fallire uno dopo l'altro fin quando non ci sarà qualcuno in grado di farli rispettare. È come se uno Stato introducesse delle leggi senza avere un corpo di polizia e una magistratura che ne impongano il rispetto. L'agenda di Lisbona doveva basarsi sul cosiddetto metodo del "coordinamento aperto" in cui i ministri dei vari governi dell'Unione avrebbero dovuto esercitare la "pressione dei pari grado" sugli altri governi spingendoli a mettere in atto le strategie concordate a livello europeo.
Come era prevedibile ed era stato ampiamente previsto, la "pressione dei pari grado" si è ben presto trasformata nella "protezione dei pari grado", un atteggiamento collusivo in cui tutti si danno una mano nel celare i propri ritardi nell'attuazione dell'agenda: "Se io non ti rimprovero per il tuo ritardo, anche tu sarai altrettanto magnanimo con me quando sarà il mio turno ad essere giudicato" si sono detti i ministri dei paesi dell'Unione coinvolti nella "peer pressure". È del tutto evidente che è il metodo del coordinamento aperto ad avere fallito prima ancora dell'agenda di Lisbona in quanto tale. Perché i governi dei paesi membri si attivino davvero nella realizzazione di obiettivi che comportano cambiamenti di priorità (ad esempio investendo almeno il 3 per cento del prodotto interno lordo in Ricerca e Sviluppo o riducendo la povertà assoluta) ci vogliono delle sanzioni per chi non rispetta i patti. Di più ci vogliono agenzie indipendenti, non controllate dai Governi, in grado di assicurare che queste sanzioni vengano poi effettivamente e rapidamente comminate. È la lezione che abbiamo tutti imparato da un altro patto sottoscritto a livello europeo, il Patto di Stabilità e Crescita. Quel Patto conteneva delle sanzioni, che non sono però state applicate ai paesi più grandi dell'Unione perché erano i politici a decidere se e quando metterle in atto. Quel Patto è morto il 25 novembre 2003 quando l'Ecofin, la riunione dei ministri delle Finanze dei paesi dell'Unione, ha deciso di non sanzionare Francia e Germania, come previsto dalle procedure, comunemente accettate, sul disavanzo eccessivo.
Il compito della Commissione Europea in questo momento dovrebbe essere proprio quello di resuscitare il Patto di Stabilità e Crescita rendendolo un tutt'uno con le politiche a sostegno del potenziale di crescita dell'economia europea. Mai come in questo momento crescita e sostenibilità dei conti pubblici sono state due facce della stessa medaglia. Invece di avere due piani e due agende zoppicanti, ci vorrebbe un unico piano, con un'agenzia indipendente dai governi, in grado di sanzionare rapidamente chi non rispetta i patti, usando tutti gli strumenti a sua disposizione, che non sono pochi (dal negare l'accesso ai fondi strutturali al sospendere l'utilizzo dei titoli di stato di un Paese come garanzia). Se questo principio fosse stato seguito in passato non dovremmo oggi fare i conti con la crisi greca che è figlia proprio dalla perdita di credibilità del Patto. I governi devono accettare di fare un passo indietro, rendendo credibili e al tempo stesso più forti le sanzioni introdotte a tutela dei patti da loro sottoscritti a livello europeo. Se è questa la filosofia che sta alla base del Fondo Monetario Europeo rilanciato domenica dal ministro delle Finanze tedesco, su cui ieri la Commissione si è impegnata a compiere approfondimenti, anche l'Italia farebbe bene a sostenere questo piano. Non si può certo assegnare il compito di intervenire per affrontare crisi del debito di paesi membri alle banche commerciali, già oggi sovraesposte nei confronti dei Governi dell'Unione (con prestiti agli stati membri superiori di un quarto al valore del loro capitale e riserve). E ci vuole qualcuno che sia in grado di imporre passo per passo il rispetto dei programmi di aggiustamento e di stabilità. Pacta sunt servanda: i problemi dell'Europa (e dell'Italia, come purtroppo vediamo ogni giorno) sono in parte legati alla sistematica violazione delle regole da parte di chi le ha introdotte o comunque sottoscritte.
http://www.repubblica.it 09 marzo 2010

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