Il dovere della paura
Per affrontare la responsabilità per il futuro della terra, la paura, quella che cerca di capire, di scoprire, è un dovere
Ci sono momenti così, nella storia degli uomini: dove si reagisce con l’emozione oltre che con la razionalità, perché l’emozione sveglia, incita a stare all’erta. Già in Eschilo, la passione e il patire sono fonti d’apprendimento. È il caso del Giappone da quando, venerdì, lo tsunami s’è aggiunto al terremoto e non solo ha spazzato case, vite, villaggi, ma ha causato l’esplosione di quattro reattori nucleari a Fukushima.
All’orrore spuntato dal sottosuolo e dal mare s’aggiunge ora
una pioggia radioattiva che spinge chi abita presso le centrali a fuggire o
barricarsi in casa. Ci sono momenti in cui si apre una fessura nel mondo, e non
solo in quello fisico ma in quello mentale, sicché occorre ricorrere ai più
diversi espedienti: all’intelligenza razionale, alla discussione pubblica, ma
anche alla paura, questa passione giudicata troppo triste per servire da
rimedio.
Non a caso, quando sollecita la responsabilità per il futuro della terra, il
filosofo Hans Jonas parla di paura euristica: non la paura che paralizza
l’azione o è usata dai dittatori, ma quella che cerca di capire, di scoprire
(questo significa euristica). Che è generatrice di curiosità, prevede il male
con apprensione, fa domande, sprona a rettificare quanto pensato e fatto
sinora. Jonas evoca addirittura il dovere della paura: “Diventa necessario il
“fiuto” di un’euristica della paura che non si limiti a scoprire e raffigurare
il nuovo oggetto, ma renda noto il particolare interesse etico che
ne risulta” (Il principio di responsabilità, Einaudi ’90).
Alla luce del principio di responsabilità appaiono completamente inani i governi – come l’italiano, il francese – che screditano questa paura, e in tal modo negano la gravità del momento e l’urgenza di correggere i piani nucleari. Obama e Angela Merkel dicono ben altro: “Non si può fare come se nulla fosse”. Non così il ministro dell’energia Eric Besson, o il ministro per lo sviluppo economico Paolo Romani. Per Besson nulla cambia, neanche le centrali invecchiate come quelle giapponesi: nella conferenza stampa di sabato ha evitato il termine “catastrofe”, preferendo il meno allarmante “incidente grave”. Stesso atteggiamento in Romani, che ha invitato l’altro ieri a “non farsi prendere dalla paura”, senza sapere di che parlava. Non sono i soli: anche i governanti giapponesi hanno a lungo minimizzato, prendendo per buone le assicurazioni dei gestori delle centrali (Tepco, Tokyo Electric Power Corporation). La stessa Tepco che più volte è stata indagata (specie nel 2002-3) per il non rispetto delle norme anti-sismiche.
Apocalisse è vocabolo che s’espande come un virus, dall’inizio del cataclisma. Ma apocalisse è altra cosa, ha legami con la religione: è rivelazione di un piano divino, è l’omega che si ricongiunge all’alfa, è il cerchio terrestre che chiudendosi si schiude all’oltrevita. I colpiti sono innocenti, ma per qualche motivo Dio vuole che la storia terrestre s’esaurisca così, stroncando il libero arbitrio d’ognuno. Per questo conviene dismettere questa parola molto scabrosa, che sigilla gli occhi a quel che accade qui, ora; in terra, in mare. Eventi simili non sono la fine del mondo, pur preludendo forse a essa. Sono piuttosto la fine di un mondo: di certezze, di assiomi cocciutamente coltivati.
In Giappone, per vie misteriose, suscitano ricordi funesti,
che hanno radici profondissime nella sua cultura recente. Il collasso delle
centrali nucleari rimanda al trauma mai sopito di Hiroshima e Nagasaki, quando
Washington diede a Tokyo questa lezione di inaudita violenza. La terra che ti
squassa, la solitudine dell’uomo in tanto scompiglio, la natura maligna, la
morte nucleare che incombe: nelle teste nipponiche è incubo magari dissimulato
ma è sempre lì, in agguato. Lo dicono i volti che ci fissano in queste ore:
impietriti, più che impassibili. Lo vediamo nei corpi che d’un tratto
s’immobilizzano, come morissero in piedi.
Non è vero che i giapponesi hanno paure più calme, controllate delle nostre. Il
loro urlo non è quello di Munch ma è pur sempre urlo. Sappiamo dalla Bibbia
quanto possa esser afono l’agnello, e il grido del Giappone è colmo di
interrogativi atterriti: perché le autorità hanno permesso che centrali vecchie
quarant’anni sopravvivessero? Perché non hanno previsto che anche dal mare
poteva venire il mostro? Perché sono così evasive? Perché proprio Tokyo, che ha
già vissuto la sventura e se la porta dentro come assillo, s’è fidata della
tecnologia, non è corsa in tempo ai ripari?
Ci sono grandi disastri che hanno quest’effetto: di
sconvolgere non solo le vite ma vasti castelli di teorie filosofiche ritenute
sicure. L’Europa ha conosciuto ore analoghe: accadde nel terremoto di Lisbona,
l’1 novembre 1755, e tutte le teorie si scardinarono. Anche quella fu fenditura
d’un mondo: fondato sull’euforia tecnologica, sull’ottimismo, religioso o no.
La modernità iniziava, e già inciampava. Ventidue anni prima, Alexander Pope
aveva scritto un poema intitolato Saggio sull’Uomo. Il verso ricorrente era:
“What ever is, is right”: tutto quel che esiste è bene. Ma ecco che si apre la
crepa di Lisbona, sulla liscia pelle del pensare positivo. Voltaire, Kleist,
Kant sono turbati e scoprono che non è più possibile consolarsi con Pope e le
teodicee di Leibniz. Non è più possibile dire a se stessi, come Pangloss nel
Candide di Voltaire: avanziamo “nel migliore dei mondi possibili”.
Cadde anche l’illusione, cara alle chiese, sul dolore salvifico: non esiste una
felix culpa, ma un male che ti prende di sorpresa, ingiusto. In presenza del
disastro o del crimine sono più opportuni la sapienza di Kleist, le ricerche di
Kant sulle origini dei terremoti (Kant è il primo a scoprire la “rabbia del
mare”), lo sguardo di Voltaire: “Elementi, animali, umani, tutto è in guerra.
Occorre confessarlo: il male è sulla terra”. Ansioso di conforto, Rousseau
scrisse incongruenze, in una lettera a Voltaire del 1756: “Non sempre una morte
prematura è un male reale (…). Di tanti uomini schiacciati sotto le rovine di
Lisbona, parecchi senza dubbio hanno evitato disgrazie più grandi, e (…) non è
detto che uno solo di quegli sventurati abbia sofferto più che se, seguendo il
corso naturale delle cose, avesse dovuto attendere in lunghe angosce la morte
che lo ha colto invece di sorpresa”. Ma anch’egli pone domande che solo
l’emozione accende: non è stata edificata male Lisbona, con le sue case alte
6-7 piani? Non è l’uomo il colpevole, più della natura? Candide soffre il
terremoto e conclude: “Bisogna coltivare (meglio) il proprio giardino”, dunque
la terra, perché questo tocca all’uomo. All’uomo descritto da Kant dopo il
1755: “legno storto”, “mai più grande dell’uomo”.
Il Giappone non ha alle spalle i settecenteschi ottimismi
europei. Dopo Hiroshima si è risollevato con non poche rimozioni, ma con traumi
indelebili. Cinema e letteratura narrano questi traumi, e una paura niente
affatto calma. Su queste ramificazioni del pessimismo s’è rovesciato lo
tsunami, e Jonas aiuta più di Voltaire. I giapponesi sapevano già che “il male
è sulla terra”, e quel che può soccorrerli è la paura che scoperchia, che
scopre. La stessa paura che affiora da decenni, sotto forma di fantasmi, nel
suo cinema, nella sua letteratura. In questi giorni guardi la tv, e sembra di
vedere la città su cui s’abbatte l’indicibile cataclisma raccontato nel film
Kairo, di Kiyoshi Kurosawa: strade e autobus vuoti, fughe verso il nulla, e in
cielo, a distanza ravvicinata, un immenso aereo-avvoltoio (nell’Apocalisse
griderebbe: “guai! guai!”) che vola verso lo schianto.
Rivedere Kairo fa capire lo squasso mentale nipponico e anche il nostro. Il
Giappone ha dietro di sé un’epoca che è stata chiamata Decennio perduto, fra il
1991 e il 2000, e s’è poi prolungata in Decenni perduti. Il film di Kurosawa
risale a quegli anni (2001) e non è cinema dell’orrore ma – all’ombra dello
tsunami – visione iperrealistica. Kairo vuol dire circuito: ma è un cerchio
senza alfa e omega. Il fenomeno narrato da Kurosawa è quello di intere
generazioni che si barricano in casa fino a divenire ombre davanti ai computer
(le statistiche parlano di almeno un milione di drop-out). Il fenomeno si
chiama Hikikomori: è un ritrarsi, confinarsi nella solitudine. Nasce da
insicurezze esasperate dalla crisi, dal futuro amputato. Sulle pareti delle
case, nel film, si stagliano informi ombre color carbone. Gridano “Aiutami!”,
nel momento in cui i giovani morenti lasciano in eredità quest’effigie di sé.
È la silhouette annerita dell’uomo accanto alla scala che apparve impressa su un muro di Hiroshima nel ’45. L’incubo si stende sull’uomo, spaventandolo incessantemente. Viene da lontano, va lontano. Solo spaventandoci unisce il passato al presente; e ci tiene svegli, forse.
http://www.repubblica.it 16 marzo 2011

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