Il dovere del verbo
Il dovere del verbo non è altro che questo: dire male del male.
Un filo neanche molto sottile lega l’offensiva del
presidente del Consiglio contro La piovra e Gomorra, e il divario crescente che
lo separa da Gianfranco Fini. Il filo è costituito dal parlar-vero, sui mali
italiani: da quello che Melville chiama, meditando in Moby Dick sul ruolo
profetico, il dovere del verbo. Non è la prima volta che Berlusconi attacca La
piovra. Lo ha già fatto il 28 novembre («Se trovo quelli che hanno fatto 9
serie sulla Piovra, e quelli che scrivono libri sulla mafia che vanno in giro
in tutto il mondo a farci fare così bella figura, giuro li strozzo»).
L’assalto non era impulsivo: venerdì s’è esteso al libro di Roberto Saviano
Gomorra. Ha detto testualmente: «(Dalle statistiche) la mafia italiana
risulterebbe la sesta al mondo. Ma guarda caso è quella più conosciuta, perché
c’è stato un supporto promozionale a quest’organizzazione criminale, che l’ha
portata a essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese.
Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160
Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale,
Gomorra...». Se fuori casa appaiamo brutti, la colpa non è della mafia ma di
chi fa vedere.
Allo stesso modo gli sono intollerabili le analisi negative sulla crisi
economica mondiale, e infine il lavorio che Fini sta compiendo per costruire
una destra conservatrice ma non populista, non xenofoba, con un forte senso
della legge e soprattutto dello Stato: poiché è la sfiducia nello Stato che
alimenta, a Sud come a Nord, la potenza mafiosa. I giornalisti narrano come
alle critiche concrete del presidente della Camera, giovedì, Berlusconi
rispondesse, macchinalmente, con slogan di piazza o frasi tipo: «Va tutto
bene». Lo scisma della destra a Sud è disastroso e la Lega prevarica, osservava il
primo, e lui replicava che a Sud la destra vince e che la Lega gli ubbidisce.
Vivo all’estero da tempo e posso certificarlo: se abbiamo ancora prestigio,
presso i cittadini e i politici europei, è perché accanto al crimine esiste chi
lo denuncia, a voce alta, rischiando la solitudine in patria e a volte la
morte. Le sale si riempiono quando dall’Italia giungono Saviano, Travaglio,
Tabucchi, descrivendo il regno d’un prepotente che controlla tutte le tv. Nei
cinema, Gomorra e Il divo suscitano, oltre che spavento, ammirazione. Il giorno
che Saviano visitò il Canada senza guardie del corpo, le giubbe rosse vollero
scortarlo loro: per entusiasmo, e gratitudine. Non va dimenticato che la lotta
antimafia di giudici e scrittori italiani aiuta molti Paesi ad arginare un
crimine fattosi globale. Quando Falcone fu ucciso, nel maggio ’92, il giudice
americano Richard Martin disse che mai sarebbe riuscito a smantellare Pizza
Connection, senza Falcone. La mafia Usa fu combattuta da un trio composto da
Falcone, Martin e Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di
Manhattan. I metodi italiani antimafia sono un esempio mondiale. Non è con
fiabe edificanti che correggiamo la storia. Fuori Italia, è a causa di
Berlusconi che abbiamo problemi. Continuamente dobbiamo spiegare il suo
successo, la sua malia, e non tanto lui quanto noi stessi.
Dice Saviano nella lettera al premier, pubblicata ieri da Repubblica, che
«accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva
pubblicità al Paese non è un modo per migliorare l’immagine italiana, quanto
piuttosto per isolare» chi esplora tale potere. Senza narrazione veridica,
niente riscatto: «È l’unica strada per dimostrare che siamo il Paese di
Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, non il Paese di Totò Riina e di Schiavone
Sandokan». Berlusconi non l’ignora: sa quel che dice, e non teme di dirlo in
nome di tutti gli italiani. Quando proclamò eroe Vittorio Mangano (ergastolo
per due omicidi, appartenenza alla mafia, traffico di droga) fu il silenzio
omertoso che esaltò come modello di virtù. L’arma principe contro le mafie - i
pentiti, che lo Stato deve tutelare - veniva spuntata.
Infatti è stata spuntata, come spiega il giudice Nicola Gratteri quando evoca
la battaglia alla ’ndrangheta. Gian Carlo Caselli sostiene che il discredito
gettato sui pentiti - quindi su chi parla - non esisteva nel contrasto al terrorismo,
ragion per cui quest’ultimo fu vinto e la mafia no (Le due guerre, Melampo
2009). Sono arrestati molti latitanti, non c’è dubbio: un successo del ministro
dell’Interno, ma anche di magistrati e poliziotti non intralciati. In futuro lo
saranno. Dice ancora Gratteri che quella sulle intercettazioni è «una legge
spaventosa, che costruirà attorno alle mafie una diga di silenzio con il
pretesto della “privacy”» (il suo libro, La malapianta, è pubblicato come
Saviano da Mondadori, editrice del premier). Il silenzio è un regalo enorme
alle mafie.
Anche per questo, perché l’omertà trascolora in eroismo, la mafia non spara
come prima. Ma dilaga, specie a Nord. La legge del silenzio e la legge che
silenzia: probabilmente è questa la stoffa di cui è fatto il patto
politica-mafia, sotto la cui tenda viviamo. Ci ha protetti da attentati. Non ci
protegge da una condiscendenza dilatata all’illegalità, dai profitti colossali
della ’ndrangheta. Parlando degli elettori berlusconiani, Saviano osserva:
«Molti di loro saranno rimasti sbigottiti e indignati dalle sue parole». Gli
italiani, non solo di sinistra, si sono appassionati a Gomorra e alla Piovra
(il primo film che parli di rapporti fra mafia, politica, finanzieri, massoni).
La piovra ha agito sulle coscienze come il serial televisivo Olocausto sui
tedeschi, nel 1979, o come sui francesi il film di Resnais sulla
collaborazione, Notte e nebbia.
Scoprire i propri lati oscuri è parte d’ogni guarigione, individuale o
collettiva. È raccontare il proprio Paese com’è, per migliorarlo. Matilde Serao
fece vedere che Napoli non era una cuccagna: nel Ventre di Napoli
s’aggrovigliavano crimine e povertà. Grazie a lei la medicazione ebbe inizio.
Parlare vero è anche una barriera contro la degradazione della politica, contro
i suoi vocaboli edulcoranti, i suoi eufemismi. È qui che il richiamo al dovere
del verbo si allaccia alle vicende di Fini. Dell’Utri afferma che la politica
gli serve per i processi di complicità con la mafia. Lo ha detto in
un’intervista a Beatrice Borromeo, il 10 febbraio sul Fatto: «A me della
politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera». Lo
ha ripetuto giovedì, al processo d’appello di Palermo. Ancora non si sa come
finirà il conflitto Fini-Berlusconi, ma spegnersi del tutto non può: perché due
visioni della destra si scontrano. Perché la contesa ha al proprio centro il
dovere del verbo. Perché dall’antichità è con la parola che la politica
comincia, o ricomincia. Perché l’attesa che si è creata non è piccola.
È vero: Fini ha inaugurato la sua diversità con il vocabolario e lo stile,
prima che con le azioni; con discorsi sempre più affilati su temi decisivi come
l’immigrazione, la legalità, la Costituzione. Dicono che qui è la sua debolezza,
che mancano le politiche; che tutto è intellettualismo, maniera. «Fini dove va?
Sono quattro gatti, sono dei fighetti», dice Berlusconi, e sa di poter contare
su molti che la pensano così. Molti detrattori della parola, sospettata di non
avere «radici nel territorio»: dunque radici nella paura, come la Lega. La retorica ha una
fama cattiva, ma ha nobili tradizioni. Chi voglia riscoprirlo sfogli il
periodico online di Farefuturo, la fondazione di Fini: spesso troverà i toni
del j’accuse di Zola, che non è roba di fighetti. Il massimo politologo europeo
è Machiavelli. È lui a smascherare l’opacità verbale, quando descrive
riformatori religiosi come San Francesco: essi «lasciarono intendere che egli è
male dir male del male», coprendo per questa via gli uomini della Chiesa. «Così
quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non
veggono e non credono».
Il dovere del verbo non è altro che questo: dire male del male. Su mafia,
crisi, sul parto così difficile di una destra non biliosa, equilibrata. Un male
non imbellito da telegiornali che rincretiniscono con servizi sulla fine dei
chewing-gum masticati, e che diventano - la formula è di Sabina Guzzanti - armi
di distrazione di massa. Saremo apprezzati all’estero a queste condizioni. In
Italia si dimenticano presto non solo i propri misfatti, ma anche le proprie
grandezze e i propri uomini di valore.
http://www.lastampa.it 18/4/2010

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