Il corsetto giusto dell'Europa
Il potere delle agenzie di rating può essere limitato e moderato soltanto dal potere di voci politiche europee coordinate, che ora sono assenti.
Quando nel 1941 Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi firmarono il famoso Manifesto di Ventotene, la loro lotta aveva come obiettivo «un'Europa libera e unita». La successiva Dichiarazione di Milano del 1943, che creò il Movimento Federalista Europeo, confermò l'impegno per un'Europa democratica unita. Si trattò di uno sviluppo naturale della ricerca dell'Europa di una democrazia guidata dall'illuminismo, quell'illuminismo europeo fonte d'ispirazione a sua volta per il mondo intero. Per questo motivo, è particolarmente doloroso constatare che il pericolo che oggi incombe sulla governance democratica dell'Europa, dopo aver bussato alla porta secondaria delle priorità finanziarie, non stia ricevendo assolutamente l'attenzione preoccupata che dovrebbe suscitare. La tradizione del dibattito pubblico democratico è così minata dal potere non regolamentato che difatti le agenzie di rating hanno per dettare ai governi democratici ciò che dovrebbero fare, sostenute spesso da altre istituzioni finanziarie internazionali.
Due sono le questioni che occorre tenere distinte. La prima riguarda ciò che Walter Bagehot e John Stuart Mill hanno definito la necessità di «governare con il dibattito». Se i guardiani che vigilano dall'ambito finanziario hanno una reale comprensione di ciò che occorre fare, allora le loro voci dovrebbero essere ascoltate con attenzione e serietà nell'ambito di un dialogo pubblico democratico. Tuttavia, ciò non equivale a consentire loro di avere in ultima istanza il potere effettivo di dettare ordini a governi eletti democraticamente senza che ciò susciti una qualsiasi resistenza generale da parte dell'Europa democratica. Il potere delle agenzie di rating può essere limitato e moderato soltanto dal potere di voci politiche europee coordinate, che ora sono assenti. Secondo, non è facile capire, in effetti, come i sacrifici sollecitati da questi centri di comando finanziari a paesi in situazioni precarie potrebbero in ultima analisi rendere queste economie sostenibili, garantendo inoltre la sopravvivenza dell'euro all'interno di uno schema di amalgama finanziario non preceduto da riforme e di un'appartenenza all'Euroclub senza cambiamenti di sorta. La diagnosi dei problemi economici emessa dalle agenzie di rating non è poi così vera come queste agenzie pretendono. Vale la pena ricordare che le valutazioni sul merito creditizio degli istituti finanziari e di altri settori di attività emesse da queste agenzie nel 2008 si rivelarono così abissalmente erronee da suscitare nel Congresso un serio dibattito sull'opportunità di avviare contro di loro un'azione legale.
Dal momento che una larga parte dell'Europa è in questo momento impegnata a ridurre rapidamente i deficit dello Stato con tagli drastici alla spesa pubblica, è cruciale analizzare realisticamente il possibile impatto delle politiche scelte sulla vita delle persone, da una parte, e come fonte di nuovi ingressi per le finanze pubbliche tramite la crescita economica, dall'altra. Oltre a una visione politica più ampia, occorre anche una riflessione economica più chiara sugli effetti e sull'efficacia di una strategia del tipo «sangue, sudore e lacrime» tesa a ridurre il deficit in maniera estrema.
L'alta moralità insita nel concetto di "sacrificio" produce sicuramente un effetto intossicante. È la filosofia del "corsetto giusto": «Se indossandolo la signora si sente a proprio agio, vuol dire che le occorre sicuramente una taglia più piccola». Se le richieste di correttezza finanziaria sono legate troppo meccanicamente a tagli immediati e drastici, il risultato potrebbe non limitarsi a sacrifici che andrebbero oltre il necessario, ma uccidere anche la gallina dalle uova d'oro della crescita economica. La tendenza a ignorare l'importanza della crescita economica nella generazione di maggiori introiti pubblici dovrebbe costituire un elemento di primaria importanza da sottoporre a uno scrutinio critico, dal Regno Unito alla Grecia. Nel Regno Unito, le domande da porre riguarderebbero solo la saggezza delle politiche scelte liberamente dal governo (che non ha incoraggiato molto il dibattito pubblico), piuttosto che ciò che è imposto dall'esterno, come accade in Grecia, paese al quale non restano molte possibilità per sfidare i dettami dei boss finanziari. I tagli estremi possono contenere la spesa pubblica, ma anche ridurre quella privata. Se però così facendo si abbassano inoltre gli incentivi per la crescita, si può far crollare l'entità degli introiti dello Stato. Lo stretto rapporto tra questi e la crescita è stato osservato largamente in molti paesi, dalla Cina all'India, agli Stati Uniti, al Brasile. Anche la storia offre delle lezioni in questo senso. Alla fine della Seconda guerra mondiale, l'ingente debito pubblico di molti paesi creò una forte preoccupazione, ma il peso del fardello si ridimensionò rapidamente grazie a una sostenuta crescita economica. Analogamente, gli enormi deficit ereditati dal presidente Clinton nel 1992 svanirono durante la sua presidenza in larga parte grazie all'accelerato ritmo della crescita economica.
Come si sono cacciati alcuni paesi dell'eurozona in questo ginepraio? L'anomalia di perseguire l'obiettivo di una valuta comune, l'euro, in assenza di una maggiore integrazione politica ed economica ha sicuramente avuto un ruolo all'origine della crisi, anche tenendo presente che alcuni paesi, quali Grecia o Portogallo, hanno chiaramente trasgredito le norme finanziarie (e persino prendendo in considerazione l'importante osservazione di Mario Monti che è stata una cultura nell'Unione Europea di una «eccessiva deferenza» a permettere che queste trasgressioni restassero non sanzionate). È una buona causa e merito dell'attuale governo greco - e in particolare del primo ministro George Papandreu - se si sta facendo il possibile, nonostante la resistenza politica, per sottrarre la Grecia alla cultura della corruzione che grava sui rapporti di affari ed economici greci.
Anche così, né i benefici a lungo termine per la Grecia di riforme di vasta portata né la sofferta disponibilità di Atene a onorare le richieste dei comandanti in capo della finanza internazionale esimono l'Europa dalla necessità di esaminare criticamente la saggezza - e la tempistica - delle richieste avanzate alla Grecia. L'austerità suscita un fascino immediato tra i guardiani della finanza oggigiorno, ma non è affatto scontato che questi guardiani abbiano le idee chiare su come fare ripartire in Grecia la crescita economica, che in questo momento si sta contraendo alquanto rapidamente. Oltre agli effetti depressivi dei tagli estremi che dovrebbero salvaguardare l'appartenenza della Grecia all'eurozona, sono le stesse restrizioni dell'euro stesso a rendere i prezzi dei beni e dei servizi greci troppo esosi e spesso non competitivi nel mercato internazionale.
Non mi consola ricordare che manifestai la mia opposizione all'euro con fermezza, nonostante fossi fortemente a favore dell'unità europea per le stesse ragioni illustrate con tanta forza da Altiero Spinelli. La mia preoccupazione riguardo all'euro era legata in parte alla necessaria rinuncia da parte dei singoli paesi a una politica monetaria e dei tassi di cambio libere, che in passato si erano dimostrate strumenti molto validi per i paesi in difficoltà, evitando loro di dover destabilizzare massicciamente la vita delle persone nel tentativo frenetico di stabilizzare i mercati finanziari. Alla libertà della politica monetaria si poteva rinunciare quando era presente anche un'integrazione politica e fiscale, come quella degli Stati degli Stati Uniti.
La magnifica idea di un'Europa democratica unita è andata trasformandosi con il passare degli anni fino a far apparire la politica democratica un aspetto sussidiario di una totale fedeltà a un programma di amalgama finanziario incoerente. Risistemare l'eurozona ora implicherebbe molti problemi, ma le questioni difficili devono essere dibattute con intelligenza-e con un impegno democratico europeo - valutando realisticamente ed empiricamente le differenti circostanze dei singoli paesi. L'ultima cosa di cui ha bisogno l'Europa oggi è di andare alla deriva spinta dai venti generati da un pensiero economico di vedute ristrette e gravemente incompleto, che proviene spesso da agenzie che hanno al loro attivo previsioni e valutazioni pessime. Non si può esagerare ribadendo l'importanza di porre fine alla marginalizzazione della tradizione democratica dell'Europa. Traduzione di Guiomar Parada
http://www.repubblica.it 03 luglio 2011

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