Il conflitto sommerso che divide genitori e figli
Il benessere dei padri si è realizzato anche attraverso un gigantesco debito pubblico messo in conto alle nuove generazioni
Conclusosi il primo decennio del XXI secolo, è ancora presente nella nostra
società, e vi gioca un ruolo ancora da protagonista, il conflitto sociale, almeno
nelle forme che lo hanno caratterizzato nel secolo scorso? Come è sotto gli
occhi di tutti, la vicenda Fiat mostra l’assenza delle vecchie forme di lotta
operaia, la scomparsa quasi completa delle modalità di scontro sociale che
avevano caratterizzato l’Italia novecentesca. Il vecchio tipo di conflitto tra
azienda e sindacati (un tempo si sarebbe detto tra padrone e operai) sembra
aver qui lasciato il posto a uno scontro che quasi raggiunge i toni più aspri
entro lo stesso schieramento sindacale.
Contemporaneamente, la vicenda Fiat mostra l’assenza di un’altra caratteristica del conflitto sociale novecentesco: quel conflitto, a lungo costitutivo dell’identità dei partiti socialisti e comunisti in quanto partiti «operai» , non trova più una sponda e una rappresentanza politica nel principale partito della sinistra, il Pd, che piuttosto riproduce dentro di sé tutte le posizioni di tutti gli attori in campo, da Marchionne alla Fiom.
Forse sono allora gli studenti, che nei mesi scorsi si sono mobilitati contro la riforma Gelmini, a riproporre oggi le vecchie forme del conflitto sociale, compresi purtroppo— come è stato nel caso degli scontri romani — certi suoi caratteri violenti. È possibile che quelle agitazioni prima o poi riprendano. Sembra però difficile che possano costituire il centro di nuove e durature esplosioni di conflitto. Sia per il non eccessivo numero degli studenti coinvolti sia perché l’opposizione in questo caso non è andata oltre un sostegno di notevole visibilità mediatica (con le famose salite sui tetti di Bersani, Di Pietro e altri) ma tutto sommato limitato. Benché i giornali molto si occupino (a ragione) della vertenza Fiat, benché molto si siano occupati (a ragione) del movimento anti-Gelmini, credo che in realtà il principale conflitto sociale di questi e dei prossimi anni non veda come protagonisti né gli operai né gli studenti.
E che quel conflitto tenda però a restare nascosto, anche perché le vecchie categorie del 900 non consentono di dare ad esso piena espressione. Si tratta del conflitto, sommerso ma sempre più centrale, tra le vecchie e le nuove generazioni, tra i figli del boom economico del dopoguerra (italiano e non solo), e i ragazzi e le ragazze — spesso gli uomini e le donne, ormai— che i baby boomer hanno generato. Non si tratta del tradizionale conflitto generazionale che ha dominato tanta parte del 900 e, prima ancora, dell’ 800 (cosa fu il romanticismo se non, in larga parte, una ribellione giovanile?).
I tradizionali conflitti tra generazioni erano anzitutto conflitti in senso lato culturali, di modelli di vita, valori, costumi. Non a caso i giovani ribelli, crescendo, finivano con l’avere spesso una vita lavorativa (e non solo) simile a quella dei genitori. È questo che ora viene meno, appunto perché il nuovo conflitto generazionale investe non tanto un dato di cultura e di costume, quanto la differenza di condizioni economico sociali tra tanti genitori cresciuti nell’età del benessere, e dunque del welfare generoso che non ci possiamo più permettere, e i loro figli. Questa differenza nelle prospettive di vita, per cui le nuove generazioni, per la prima volta da molto tempo, debbono attendersi un futuro peggiore della generazione che le ha precedute, non è certo un fenomeno solo italiano: basti pensare a quanto è legato alla globalizzazione dell’economia e dunque di un mercato del lavoro che sempre più vedrà, che so, i nostri ingegneri competere non solo con i laureati dell’intera Unione Europea, ma con le schiere inesauribili dei colleghi cinesi o indiani.
Ma quel fenomeno generale ha anche una forte specificità italiana per il fatto che è in Italia, come forse in nessun altro Paese occidentale, che il benessere dei padri si è realizzato anche attraverso un gigantesco debito pubblico messo in conto alle nuove generazioni, cioè ai propri figli. Quello tra genitori garantiti e figli precari è però un conflitto che per molte ragioni resta inesprimibile. È nascosto proprio dal fatto che molti giovani riescono oggi a sopportare il peso di un’esistenza precaria (basso reddito, insicurezza del posto di lavoro, impossibilità di ottenere un mutuo, ecc.) grazie ai privilegi grandi e piccoli dei loro genitori (posto fisso, pensioni più generose, secondi lavori di chi si è ritirato ben prima dei sessant’anni, pensioni di invalidità più o meno regolari). È probabilmente proprio questo fatto che nasconde come in realtà siano stati e siano tanti genitori a sfruttare, involontariamente ma sostanzialmente, i loro figli. Come spesso siano proprio loro, verrebbe da dire col linguaggio dell’altro secolo, i nuovi «padroni».
Corriere della Sera 3.1.11

Precedente: Il falso paradosso del costo del lavoro








