Il capitalismo invecchia? Un mondo di lacrime e sangue
L'accentuarsi dei conflitti per il controllo delle risorse prepara però un futuro poco roseo, rendendo risibile l'immagine del mercato come paese delle meraviglie La crisi è sistemica, perché investe le sue componenti finanziarie, sociali e culturali . E va compreso il fatto che la borsa e le banche costituiscono ormai l'ossatura dell'economia reale.
Il capitalismo è di fronte a una crisi sistemica, che coinvolge sia la
dimensione finanziaria che quella «reale». Per Giacomo Becattini è questo il
punto da cui partire per comprendere le conseguenze e gli «effetti collaterali»
dell'attuale situazione economica. Studioso dei distretti industriali come
modello di sviluppo economico parallelo a quello basato sulla grande impresa,
Becattini sostiene che la crisi mette a nudo i limiti e le difficoltà della sinistra
nella comprensione dei processi economici. Allo stesso tempo, in questo terzo
appuntamento su come alcuni economisti italiani riflettono sulla situazione
attuale, invita a non fare facili profezie sulle vie d'uscita dalla crisi,
perché dipendenti da «logiche sistemiche» proprie del processo economico che
dalle politiche nazionali e internazionali.
Le
domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere
riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o
reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
La crisi è anzitutto sistemica, perché investe tutto l'organismo sociale,
non solo nelle sue componenti economico-finanziarie, ma anche in quelle sociali
e culturali. Essa è finanziaria e reale al tempo stesso, perché la finanza (la
borsa, le banche, ecc..) nel capitalismo avanzato, costituisce l'ossatura -
strutturalmente infetta - dell'economia reale. Ciclica, infine, per la natura
stessa del mercato, che chiudendo i conti sempre ex post deraglia
sistematicamente dal sentiero dello sviluppo equilibrato e deve esservi
ricondotto, prima o poi, dalla crisi.
Quanto
ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la
predilezione degli economisti «mainstream» per la formalizzazione matematica, a
scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia
in generale?
Senza negare ogni utilità alla modellistica politicamente uncommitted
dilagante nel mondo degli studi economici, credo, in sostanza, che questo
orientamento contenga una rinuncia al compito principale dell'economista, che,
per me, è di analizzare il funzionamento dei sistemi economici nel loro
complesso, fra cui «l'economia di mercato», come strumenti non semplicemente di
massimizzazione del benessere economico, ma anche e soprattutto di attivazione
e valorizzazione delle potenzialità intellettuali di ogni popolo e di ogni
strato sociale. Il «grande spreco» del capitalismo attuale, non compensabile da
alcun aumento del Prodotto interno lordo, è la sua incapacità di valorizzare la
potenzialità intellettuale di qualche miliardo di esseri umani. Altro che bassi
salari o disoccupazione nel mondo «civilizzato», questo è il vero e
fondamentale fallimento del mercato.
Da
tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica
circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e
deregolamentazioni della finanza) mini le basi della democrazia economica, cioè
della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe
essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in
là?
Bella domanda! A cui, però, non so rispondere altro che: siamo nei guai e
non ne usciremo facilmente. Né vedo in giro risposte convincenti. Come economisti
il contributo che possiamo e dovremmo dare è una critica intelligente e onesta,
ma sempre più approfondita, del capitalismo oligopolistico-finanziario, che ci
sta portando, sospetto, all'apocalisse. Il punto mi pare essere che non c'è più
una politica distinta dall'economia. Ricordo la storiella di E.D. Domar in cui
il ministro del commercio statunitense presenta su di un vassoio tutti i
progetti dell'amministrazione, invitando ogni rappresentante dell'industria a
togliere quello che gli da più fastidio. Bene, al termine del giro, il vassoio
è vuoto. Un esempio aggiornato della storiella ce lo offrono, più o meno, le
vicende del piano sanitario di Obama.
Molti
ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse
Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se
ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento
per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al
capitalismo di Stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il Sud del mondo) venga confinata ad
una posizione marginale?
L'assetto mondiale di un domani anche relativamente prossimo - diciamo 10
anni - è una grande incognita. Focolai immensi, positivi e negativi, come il
risveglio economico di Cina ed India e i «subbugli», sudamericano e africano,
ancora largamente non analizzati, sono all'opera e nessuno può dire cosa
accadrà dell'Europa, se resisterà allo sconquasso. Certo è che, da un lato le
linee divisorie tracciate dalla storia europea, sono nette e profonde e,
conseguentemente, le spinte antiunitarie sono numerose e vigorose; dall'altro
la filosofia dell'Europa Unita è squallidamente economicistica. Dietro a questa
Europa, non riesco vedere, almeno finora, una idea-forza di vero superamento
degli egoismi nazionali e di costruzione di un nuovo protagonista della scena
mondiale futura. Vedo solo atteggiamenti difensivi, non privi di utilità,
certo, ma che non disegnano alcun futuro propriamente europeo. Insomma: Io,
speriamo che me la cavo.
L'attuale
aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità,
pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società
finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro
(salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della
domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
Proprio qui sta l'astuzia della manovra. Il '29 ha insegnato che il
principale amplificatore della crisi, una volta avviata, sta nel panico dei
depositanti e degli operatori in borsa. Quindi le prime misure sono state
garantire i depositanti e immettere liquidità. Naturalmente, questa prassi, una
volta metabolizzata dal sistema, riduce la paura del fallimento e delle sue
conseguenze patrimoniali, negli consigli di amministrazione delle banche e
delle multinazionali, e negli operatori di borsa, generando, di conseguenza, un
«capitalismo bastardo» in cui è sufficiente portare, con qualsiasi mezzo, la
propria azienda a dimensione socialmente rilevante (Fiat e Alitalia docent),
per essere garantiti contro il fallimento. In sintesi, si è violata quella che
D.H. Robertson chiamava la «regola aurea del capitalismo»: chi decide paga
errori e imbrogli (se vengono svelati o se non riescono bene) - forse con la
prigione (e qui gli americani c'insegnano qualcosa), ma, sicuramente, col suo
patrimonio. E invece. È precisamente questo l'andazzo che denunciava
sommessamente Ernesto Cuccia - che il capitalismo lo conosceva bene - in un suo
famoso appunto del 1978: «non si può fare a meno di chiedersi se, nel caso in
cui non fosse stato facilitato l'abbondante flusso di finanziamenti agevolati a
taluni imprenditori - privati e pubblici - nell'illusione che non la bontà
degli investimenti e la oculatezza della gestione avrebbero assicurato il
successo dell'iniziativa, bensì la protezione politica quale mezzo per
raggiungere il gigantismo delle imprese e con il gigantismo, non si sa come o
perché, la loro fortuna (ora lo si è capito!) c'è da chiedersi, dicevamo, se in
tal caso non avremmo avuto aziende molto più modeste, ma più sane, con una
crescita fondata almeno in parte sull'autofinanziamento e non soltanto sui
debiti, capacità produttive più aderenti alle effettive dimensioni dei mercati
e, soprattutto, minori interferenze politiche, lecite e illecite, nella vita
economica del paese».
Un capitalismo, insomma, quello che ci attende, da «Alice nel paese delle
meraviglie». Il problema vero, dalla cui soluzione si giudica sub speciae
aeternitatis il sistema, non è la piena occupazione purchessia, ma «quale
occupazione». Il sistema economico ottimale è, per me, quello che apre al
massimo numero di giovani in età lavorativa, un certo numero di alternative
d'impiego. Una situazione che si è presentata - in modo rudimentale, beninteso!
- in quei microcosmi di capitalismo concorrenziale che sono i nostri distretti
industriali. Ma la sinistra italiana, imprigionata in schemi del passato -
duole dirlo - non se n'è accorta - pagando puntualmente il fio in termini
elettorali. Che tristezza.
Questo implica immense responsabilità del sistema. Per garantire questa
pluralità di possibilità a tutti i giovani occorrono riforme che incidono nella
carne viva della società. La tendenziale uguaglianza dei punti di partenza,
all'età in cui uno entra nella vita sociale (16-18 anni), con tutto ciò che
implica, è, per me, l'idea forza di una nuova sinistra. E se questo diventasse
l'impegno fondamentale di chi governa il paese, ne discenderebbe una
graduatoria degli interventi di natura economica, sociale e formativa assai
diversa da quelle in circolazione.
Quale
sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle
forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto
ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Precisiamo: se ci si riferisce al mondo attualmente sviluppato, un prezzo
certamente alto, che dimostra ancora «di che lacrime grondi e di che sangue» lo
sviluppo capitalistico, ma probabilmente non più alto di quello di percorsi più
classici di fuoriuscita dalla crisi. Se ci si riferisce, invece, al mondo nel
suo insieme, si possono fare molte ipotesi, ma, per quanto ne so io, non si
dispone di modelli logici che consentano una risposta non campata in aria.
Quello che si può dire con certezza è che la crisi attuale non porterà
certamente al crollo del capitalismo, anche perché non disponiamo di
alternative radicali di sicuro funzionamento, e un sistema sociale non può
scomparire finché non è pronto il successore. Il cosiddetto «socialismo alla
cinese» e le altre pretese vie al socialismo sono, infatti, per ora, una grande
incognita.
Ma l'accentuazione dei contrasti per il controllo delle risorse naturali e
l'incarognimento dell'umanità, i quali procedono implacabili, non promettono
niente di buono. Mi dispiace a chiudere in negativo, ma questa è, purtroppo, la
convinzione che pervade il mio stato d'animo.
Il manifesto, 25 novembre 2009

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