II costo della rivolta contro i test Invalsi
Solo a settembre sapremo quali sono le conseguenze della "rivolta" contro i test Invalsi nelle scuole superiori, quanti esami sono stati consegnati in bianco, quanti studenti hanno disertato le prove.
Solo a settembre sapremo quali sono le conseguenze della
"rivolta" contro i test Invalsi nelle scuole superiori, quanti esami
sono stati consegnati in bianco, quanti studenti hanno disertato le prove.
Sapremo anche quanti docenti hanno permesso che i loro studenti copiassero gli
uni dagli altri, rendendo il test di apprendimento del tutto inutile. Ma è
tempo già ora di organizzare la rivolta di coloro che pagheranno il costo di
queste "agitazioni": i docenti, a partire da chi si è visto
invalidare il test sulla propria materia da un collega che magari non li ha
neanche informati della sua intenzione di boicottare l´esame, gli studenti e le
loro famiglie.
La rivolta contro l´invalidazione degli Invalsi dovrebbe andare ben al di là
della difesa di queste prove. Come tutti i test, anche gli Invalsi sono
perfettibili, a partire dalle modalità con cui vengono svolte e valutate le
prove. Ci devono essere ispettori che controllino che agli studenti non venga
permesso di copiare e i risultati devono essere valutati da docenti diversi da
quelli degli allievi che hanno sostenuto la prova, che hanno tutti gli
incentivi a far fare bella figura ai propri studenti. Bisognerebbe, al
contempo, raccogliere informazioni sugli studenti assenti alle prove in modo
tale da dissuadere gli istituti dall´incoraggiare assenze selettive degli
studenti con le performance peggiori. A questo punto i risultati dei test
potrebbero essere resi pubblici, scuola per scuola senza timore di fornire
segnali fuorvianti alle famiglie. Che devono comunque chiedere alle scuole
informazioni aggiuntive rispetto ai test. Ad esempio, nell´era di Internet ogni
docente dovrebbe affiggere sulla pagina web della scuola una nota in cui
descrive a grandi linee come intende organizzare il programma di insegnamento e
illustrare i propri metodi didattici e criteri di valutazione.
Il nostro sistema scolastico permette alle famiglie, soprattutto nelle grandi
città, di scegliere la scuola a cui iscrivere i propri figli. Ci sono vincoli
in questa scelta, ma molto meno che in altri paesi, dove l´iscrizione è dettata
unicamente dalla residenza. Questa maggiore possibilità di scelta dovrebbe
fondarsi su informazioni adeguate sul valore aggiunto offerto dai diversi
istituti alla formazione di chi si prepara per il mondo del lavoro. Invece
paradossalmente in Italia ci sono meno informazioni che altrove sui contenuti
formativi dei programmi didattici, sugli sbocchi professionali e sull´accesso
all´università dei diplomati nei diversi istituti.
A cosa si deve questo paradosso? Ci sono sicuramente barriere di natura
ideologica ad ogni tipo di valutazione svolta dall´esterno. C´è poco da
argomentare contro i pregiudizi. Bene ricordare un vecchio adagio popolare:
"se non ti poni il problema di misurare una cosa, significa che quella
cosa per te non ha alcun valore". Chi non vuole misurare la qualità
dell´istruzione, non assegna alcuna importanza alla scuola.
C´è poi il rifiuto dei test standardizzati. Molti docenti ritengono che solo
loro siano in grado di definire parametri di valutazione adeguati, che tengano
conto della specificità del loro programma di insegnamento. La ragione ultima,
talvolta inconsapevole, di queste obiezioni è che chi viene valutato vorrebbe
sempre costruirsi il proprio test. Quelli standardizzati servono proprio ad
evitare che i docenti scelgano di adottare criteri di valutazione favorevoli ai
propri studenti, dunque a se stessi. E permettono di svolgere comparazioni del
livello di apprendimento prima e dopo l´operato di un docente, oltre che fra
classi e scuole diverse.
Ci sono poi i timori di alcuni docenti che la valutazione possa ritorcersi
contro di loro. Nel caso dei bravi docenti sono paure del tutto infondate: i
miglioramenti compiuti dagli studenti nelle loro materie vengono ben monitorati
da questi test che, non a caso, sono in genere molto coerenti fra di loro. Non
è neanche vero che le prove distolgano le scuole dal perseguimento dei
programmi didattici inducendole a preparare gli studenti per i test, anziché
perseguire i programmi didattici. Le conoscenze che i test intendono valutare
sono parte integrante degli standard minimi educativi. E non è affatto detto
che il cosiddetto "teaching to the test", insegnamento finalizzato a
una migliore performance nel test, sia efficace.
Ma forse gli ostacoli più forti al miglioramento delle informazioni sulla
qualità del nostro sistema scolastico vengono dalla politica. Senza questi dati
non è possibile valutare le tante piccole modifiche, più di facciata che di
sostanza, apportate da ministri che vogliono solo apporre una bandierina,
mostrare di avere fatto una "riforma" che immancabilmente porta il
loro nome. La mancanza di valutazione rafforza la discrezionalità della
politica. Può fare tutti i cambiamenti che vuole, magari definendoli
sperimentali. Tanto poi non ci sarà nessuno in grado di valutarne gli effetti.
I test standardizzati permettono di valutare queste pseudo-riforme. Ad esempio,
uno studio condotto da Erich Battistin, Ilaria Covizzi e Antonio Schizzerotto
dell´Irvapp di Trento e basato proprio sui test Invalsi ha dimostrato che il
ripristino dei cosiddetti esami a settembre (al posto del recupero dei debiti
formativi in corso d´anno) ha accentuato le differenze quanto a conoscenze
linguistiche tra studenti liceali e studenti di scuole tecnico-professionali,
peggiorando la qualità dell´istruzione soprattutto per chi viene da famiglie
con redditi più bassi. Chi oggi rifiuta le valutazioni in nome
dell´egualitarismo dovrebbe riflettere su questo risultato. Senza le
informazioni offerte dai test standardizzati la battaglia contro la scuola di
classe rischia di avere le armi spuntate.
La Repubblica 22/05/2011

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