I tagli al futuro
In Francia e Germania, per nominare solo due paesi, a fronte della crisi economica, scuola, università, ricerca sono stati considerati investimenti prioritari, non solo da salvaguardare, ma da rafforzare.
Ci sono molte buone
ragioni per riformare l´università italiana. Razionalizzare la frammentazione
di corsi di laurea, facoltà, materie, che spesso corrisponde solo a logiche
vuoi corporative, vuoi territoriali. Premiare il merito delle università sia
nel campo della ricerca che in quello della qualità didattica. Reclutare i
docenti con criteri che valutino la competenza e la congruità ai bisogni della
facoltà che chiama, e non l´appartenenza a consorterie varie, o l´anzianità di
servizio o di pazienza nello stare in coda.
Istituire percorsi di carriera chiari nei passaggi, nei doveri e nelle
ricompense, rovesciando la situazione attuale per cui spesso capita che i
ricercatori, o perfino gli assegnisti o varie figure precarie, abbiano maggiori
carichi didattici degli ordinari, essendo pagati molto meno e mangiandosi così
il tempo necessario per ricerca e pubblicazioni. Fornire agli studenti spazi e
relazioni didattiche di qualità, in cambio chiedendo anche a loro maggiore
assunzione di responsabilità nei percorsi di studio, riducendo, se non
eliminando del tutto, la possibilità di rimanere parcheggiati indefinitamente.
L´elenco è lungo. Purtroppo, però, negli ultimi anni, a partire dalla riforma
di Berlinguer, sull´università italiana si sono succedute riforme più o meno
ben intenzionate, che hanno occupato migliaia di ore e di defatiganti
negoziazioni per essere messe a punto, solo per essere distrutte dal ministro
successivo. Si è molto parlato di merito e di valutazione, ma né il sistema di
finanziamento né quello di reclutamento sono realmente mutati in questa
direzione.
Certo, i professori, specialmente gli ordinari, come categoria, hanno le loro
gravi responsabilità, sia per quanto attiene alla frammentazione delle facoltà,
delle sedi e dei corsi, sia per quanto attiene a un sistema di reclutamento
troppo spesso senza qualità. Anche i concorsi universitari più recenti, fatti
con il nuovo sistema introdotto dal ministro Gelmini, hanno mostrato in più di
un caso la capacità delle corporazioni di produrre risultati che poco hanno a
che fare con il merito e molto con le appartenenze. Ma altrettanta
responsabilità hanno i ministri, che non hanno saputo o voluto mettere in campo
meccanismi premianti e viceversa disincentivanti, invece scrivendo riforme che
non solo cancellano quelle precedenti per pura voglia di lasciare un segno, ma
prescindono dal contesto su cui arrivano e dalle risorse disponibili.
La riforma Gelmini da questo punto di vista è esemplare. Dice di voler premiare
il merito, ma, dopo aver operato un taglio robusto ai finanziamenti,
distribuisce in base al merito solo il 7% del finanziamento rimasto. Certamente
un incentivo largamente insufficiente ad assumere con attenzione alla qualità
scientifica all´interno del nuovo sistema di reclutamento. Istituisce la figura
del ricercatore a tempo, in analogia a quando avviene nella maggior parte dei
paesi europei (ma non tutti) e negli Usa, ma non fornisce alcuna garanzia che i
concorsi per entrare nelle posizioni successive avverranno effettivamente con
cadenza regolare, con il rischio di creare una massa di precari che poi
inevitabilmente premerà per qualche ope legis. Dice di voler invertire la fuga
dei cervelli, ma i ricercatori italiani sono tra i peggio pagati nel mondo
sviluppato (e il blocco degli scatti biennali si scarica in modo
particolarmente duro su di loro) e i fondi per la ricerca sono miserandi.
Ricordo che i ricercatori italiani sono tra i meno pagati in Europa. Dice di
essere dalla parte degli studenti, ma taglia le borse di studio, dopo che il
taglio ai finanziamenti ha già ridotto la qualità delle prestazioni delle
università. Il fondo che finanzia le borse di studio scenderà infatti da 96
milioni di euro nel 2010 a
70 nel 2011, tornando ai livelli del 1998. Ciò non è compensato da altri
interventi per il diritto allo studio: alloggi, spazi di studio e così via
rimangono in Italia una risorsa risicata, anche se con ampie variazioni.
Peraltro, ciò è in contraddizione con la riduzione delle sedi universitarie.
Se, come è opportuno, si auspica una maggiore mobilità degli studenti, occorre
anche prevedere i servizi e i sostegni necessari, altrimenti la frequenza
all´università ridiventerà una chimera per chi non vive in una sede
universitaria e non ha genitori abbienti.
Tra gli studenti che protestano ci sarà sicuramente chi vorrebbe un´università
che promuova senza chiedere troppo in cambio e che più che alla qualità
dell´istruzione che riceve sia interessato ad averla al più basso costo –
finanziario e di investimento – possibile. Ed è anche possibile, anzi
probabile, che qualche docente utilizzi il malcontento di studenti e
ricercatori per la riduzione delle risorse e delle prospettive future per
nascondere le proprie responsabilità individuali e collettive. Così come è
inevitabile che i partiti di opposizione cavalchino la situazione.
Purtroppo lo spazio pubblico per un confronto anche duro, ma teso a ridefinire
obiettivi, responsabilità, costruire percorsi condivisi di riforma sembra
inevitabilmente eroso. Siamo di fronte alla progressiva delegittimazione
dell´università e della ricerca pubbliche in Italia, sulla pelle delle nuove
generazioni, che di questo dovrebbero innanzitutto preoccuparsi, e del futuro
della nostra società. Il governo e il suo ministro non ne portano per intero la
responsabilità. Ma vi hanno molto contribuito, sia con lo stile prepotente
delle argomentazioni che con la faciloneria con cui sono stati affrontati i
diversi nodi, che infine per il sistematico disprezzo mostrato per chi lavora
nell´università e per l´università come istituzione, proprio in un paese in cui
ricerca e cultura hanno pochi sostenitori, soprattutto nel mondo delle imprese
spesso portato ad esempio.
In Francia e Germania, per nominare solo due paesi, a fronte della crisi
economica, scuola, università, ricerca sono stati considerati investimenti
prioritari, non solo da salvaguardare, ma da rafforzare.
La Stampa 25 Novembre 2010

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