I sovrani della crisi
Il linguaggio della verità è la rivoluzione più urgente da fare
Il presidente Napolitano ha detto una cosa essenziale,
domenica a Rimini, e niente affatto ovvia: che nella crisi che traversiamo il
linguaggio di verità è un'arma fondamentale. E che se la politica sta fallendo
è perché quest'arma l'ha volontariamente ignorata per anni. Per questo siamo
"immersi in un angoscioso presente, nell'ansia del giorno dopo": un
popolo tenuto nel buio non vede che buio. A destra la crisi è stata
minimizzata, sdrammatizzata, spezzando nell'animo degli italiani la capacità di
guardarla in faccia con coraggio e intelligenza. Prioritario era difendere, a
ogni costo, l'operato del governo: "anche attraverso semplificazioni
propagandistiche e comparazioni consolatorie su scala europea". Ma la
sinistra non è meno responsabile: nella battaglia contro Berlusconi non c'era
spazio per l'analisi della crisi, delle mutazioni che impone, dei privilegi che
mette in questione. L'obiettivo degli uni e degli altri era il potere fine a se
stesso. Non importa quel che fai, con il potere: importa solo possederlo, o
riconquistarlo. Attaccarsi al potere in questo modo è la via più sicura per
perderlo, e perdere la democrazia.
Il linguaggio della verità è la rivoluzione più urgente da fare: esso ci
farebbe vedere i pericoli che corriamo, quando accusiamo solo la casta politica
e non le mille caste che usano il denaro pubblico a fini privati e hanno un
interesse nello status quo. Chi ci tiene all'oscuro lo fa con la nostra
complicità, tutti abbiamo accettato di essere consumatori ciechi anziché
cittadini vedenti. Se cominciamo a voler guardare e sapere, vedremo quel che
accade: a governare le nostre esistenze non c'è oggi la politica, con la sua
capacità di dominio intelligente sugli interessi. Non c'è il sovrano eletto,
con un mandato a termine. Sovrani sono poteri non eletti, come gli speculatori
di borsa o le agenzie di rating che storcono le nostre vite e sono i nuovi
tribunali delle democrazie. O sono poteri che potrebbero rappresentarci -
l'Unione europea, la sua Banca centrale - ma che non hanno vera autorità perché
i vecchi Stati-nazione gliela negano.
Il trono democratico nazionale è vuoto, e ancora non esiste il trono europeo. I
piccoli vertici Merkel-Sarkozy sono ridicoli, fingono di fare l'Europa e non le
danno né istituzioni né risorse perché essa diventi potenza. Vogliono un'Europa
a propria immagine e somiglianza: un simulacro di potere, un'ombra che cammina,
come in Macbeth, un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora
sulla scena e del quale non si ode più nulla. È come fossimo immersi, oltre che
in un angoscioso presente, in un quadro di Magritte: sulla tela c'è il sovrano
democratico, c'è l'Europa. Ma la didascalia dice, come sotto la pipa disegnata
dal pittore: "Questo non è un sovrano. Questa non è Europa".
Gli effetti dell'impostura pittorica sono visibili a chiunque usi gli occhi. Il
quadro è in realtà occupato da forze oscure, opache, che si fanno scudo del
trono dipinto. Da una parte la forza dei mercati. Dall'altra le sommosse che
esplodono ai margini e fin dentro le metropoli. Disinformate da anni, cullate
in sogni di crescita, di consumi, di lavoro rettamente remunerato, le società
imbestialiscono pur di farsi vedere, sentire, temere.
Le due forze (speculatori e agenzie di rating; ammutinati delle periferie
urbane abbandonate) hanno istinti simili, di branco che s'avventa. Tra i due
caos nessun mediatore ma, appunto, l'immagine tradita di Magritte. Il luogo
della politica è deserto, afono. Un magistrato esperto di criminalità urbana,
Michel Marrus, scrive su Le Monde del 21 agosto che le sommosse inglesi o
francesi potremmo vederle, in Tv, commentate con le parole del crac
finanziario. Stessa terminologia, stesso registro di distruzione, sfascio,
guerra: "gli spiriti si abituano a uno stato permanente di sommossa".
Stessa propensione all'illegalità infine, anche se gli Stati combattono l'una e
non l'altra. Le agenzie di rating agiscono torbidamente, e impunemente. Non
dimentichiamo che la crisi è cominciata con un loro reato: furono loro a
regalare ottimi voti (la famosa "tripla A") a titoli tossici che
contenevano crediti non esigibili.
L'economista Michael Hudson spiega bene, in un articolo sul sito Counterpunch,
la loro degenerazione delinquenziale: da quando non sono più pagate dai
risparmiatori-investitori, ma dagli Stati, le imprese, le banche che emettono
titoli di debito, le agenzie hanno favorito chi le finanziava. Quando giudicano
i debiti sovrani, la ricetta del risanamento è sempre la stessa e in linea con
gli interessi delle banche creditrici: distruggere il contratto sociale e
privatizzare i servizi pubblici a prezzi stracciati. William Harrington, ex
presidente di Moody's, ha testimoniato nei giorni scorsi davanti alla Consob
americana (Sec) l'esistenza di gravi conflitti d'interesse: sistematicamente,
Moody's promuove compagnie e banche da cui è finanziata.
I politici italiani non sono i soli, a fuggire il linguaggio della verità.
Fuggono i governanti tedeschi, quando nascondono al popolo i costi di una
bancarotta del Sud Europa. Fugge l'America di Obama, quando finge una
leadership globale che non ha più. S'inginocchiano tutte le democrazie a una
sommossa permanente che è repressa, dunque non regolata, quando viene dalla
società. Che è subita quando la scatenano i mercati. Hans Tietmeyer, ex
governatore della Banca centrale tedesca, disse nel 1998 che accanto al
plebiscito delle urne esiste il "permanente plebiscito dei mercati
mondiali". Esiste ormai anche il plebiscito dei tumulti urbani, e anche
qui la politica risponde autodecapitandosi. Le sommosse sono "pura
criminalità", afferma David Cameron: la colpa è dei genitori, della caduta
dei valori, delle psicologie. Mai dello Stato, che può replicare togliendo sussidi
alle famiglie disastrate dei riottosi, censurando Internet, chiedendo ai
giudici pene non commisurate ai reati. Neanche un attimo la politica è sfiorata
dal dubbio che i giovani delle sommosse siano figli dei suoi errori, della sua
latitanza.
Fra pochi giorni celebreremo il decimo anniversario dell'11 settembre, e
scopriremo che siamo tuttora impelagati nei luoghi comuni di allora. Si parlerà
ancora una volta di atti nichilisti, credendo di svelare le vere radici del
male. Nulla è svelato, invece. Si descrive la modalità dei tumulti, non la loro
radice. Dire che le rivolte sono nichiliste è una tautologia: è come dire che
la politica muore perché è morta.
Andare alle radici significa, per la politica, ripensare le proprie
responsabilità, non indulgere a discorsi psicologici sui valori decaduti.
Significa guardare le sommosse urbane e dire a se stessi, con il coraggio che
ebbe Rossana Rossanda nel '78 di fronte ai terroristi: "Sembra di
sfogliare il nostro album di famiglia". In Italia significa fare i conti
con la cultura dell'illegalità, del bene pubblico depredato. Non ne siamo
ancora capaci, in piena crisi. Il solo contratto sociale considerato
sacrosanto, in questi giorni, è quello con il mondo del crimine. Non si
vogliono colpire gli evasori fiscali, cui Berlusconi e Tremonti permisero, nel
2009, un rientro del denaro rubato a costi irrisori, inimmaginabili in altri
paesi occidentali. E il contratto con il contribuente onesto, con il giovane in
cerca di lavoro, con l'elettore cui fu promessa una rivoluzione del merito? Non
c'è da stupirsi per le sommosse. C'è da stupirsi che durino solo sei notti.
I politici sono frenetici in queste settimane. Soprattutto in Italia, corrono
pazzamente qua e là. Ma attenzione: si muovono inamovibilmente, come nei sogni.
Come quando la Regina
Rossa dice ad Alice: nel mondo oltre lo specchio puoi correre
a precipizio, senza che nulla cambi: "Qui ti tocca correre più forte che
puoi, per restare nello stesso posto".
http://www.repubblica.it (24 agosto 2011)

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