I peggiori tre anni della nostra vita
I leader delle principali economie mondiali, sia avanzate che emergenti, dovranno procedere a riforme comuni e profonde se non vogliono che l'economia mondiale vada incontro ad altri terremoti negli anni a venire.
Sono passati quasi tre anni da quando il
mondo si è reso conto delle grandi scosse finanziarie in arrivo. Da allora
abbiamo assistito a un terremoto del settore finanziario, a un tracollo
dell'attività economica e a una reazione con misure monetarie e di bilancio
senza precedenti. L'economia mondiale ora si è ripresa. Ma questa crisi è
tutt'altro che conclusa.Come osserva Raghuram Rajan (professore della Booth
School of Business dell'Università di Chicago ed ex capo economista del Fondo
monetario internazionale) in un nuovo e stimolante saggio, le "linee di
faglia" sono ancora lì, sotto di noi.
Ci aspettano altri problemi. È il caso di prestargli ascolto: nel 2005, alla
conferenza annuale di Jackson Hole nelle Montagne Rocciose, Rajan presentò uno
studio (che allora suscitò molte polemiche ma che oggi viene acclamato da
tutti), dal titolo: "Lo sviluppo finanziario ha reso il mondo più
rischioso?". Sì, era la sua risposta.
Sappiamo già che dai terremoti degli ultimi anni le economie occidentali sono
uscite danneggiate, mentre quelle dei paesi emergenti, in particolare quelli
dell'Asia, sono rimaste in piedi. È finito in pezzi anche il prestigio
dell'Occidente. Sono almeno due secoli che l'Occidente domina il mondo sul
piano economico e intellettuale.
Quell'era è finita. Fino a questo momento, i governanti dei Paesi emergenti non
gradivano le pretese occidentali ma ne rispettavano la competenza. Non è più
così. L'Occidente non sarà più l'unica potenza mondiale. L'ascesa del G-20
riflette nuove realtà di potere e di autorità.
Ma non è certo questo l'unico cambiamento nel panorama globale. La crisi ha
messo in mostra limiti profondi all'interno delle economie occidentali e nell'economia
globale nel suo complesso. Non è detto che riusciremo a evitare altri
terremoti.
Nel suo libro, il professor Rajan mette l'accento sulle pressioni politiche
interne negli Stati Uniti. Pressioni analoghe stanno emergendo nell'Europa
occidentale.
Per me tutto questo è la fine del "patto", cioè dell'assetto del
secondo dopoguerra: negli Stati Uniti si fondava sulla piena occupazione e
livelli alti di consumi individuali; in Europa, sullo stato sociale.
Negli Stati Uniti, l'enorme crescita della disuguaglianza e la stagnazione dei
redditi reali ha messo in discussione da tempo questo patto. Il professor Rajan
osserva che «su ogni dollaro di crescita dei redditi reali generata fra il 1976
e il 2007, 58 centesimi sono andati all'1 per cento più ricco delle famiglie».
È un dato realmente sconvolgente.
«La risposta politica all'aumento della disuguaglianza è
stata espandere il credito alle famiglie, specialmente quelle a basso reddito».
Questa politica ha portato al crack finanziario. Come osserva Rajan, «i difetti
del settore finanziario nella recente crisi sono stati, fra le altre cose, gli
incentivi distorti, l'arroganza, l'invidia, la fiducia infondata e l'istinto
del gregge. Ma lo stato ha contribuito a fare in modo che questi rischi apparissero
più seducenti di quanto avrebbero dovuto essere e ha impedito al mercato di
imporre una disciplina».
L'era del credito facile, sostenuta in larga misura dal settore immobiliare,
ormai è finita. Ma intanto, in tutti i paesi occidentali, lo stato protegge il
benessere dell'individuo. Le conseguenze di questa crisi sui conti pubblici (un
enorme aumento del disavanzo) interagiranno con le pressioni esercitate
dall'invecchiamento della popolazione rendendo il rigore di bilancio il tema
politico dei prossimi decenni. La lunga situazione di depressione dei mercati e
le prospettive di una "ripresa senza occupazione" aggravano
ulteriormente la situazione.
C'è poco da stupirsi, quindi, che la politica dei paesi occidentali, e
soprattutto quella degli Stati Uniti, sia diventata discordante. Il presidente
statunitense Barack Obama (un centrista pragmatico) viene denigrato. A destra,
l'obiettivo è rovesciare la forma di governo moderna per cercare di tornare al
XVIII secolo. Siamo di fronte, quindi, a una crisi del governo in sé.
Ad aggravare queste linee di faglia interne alle economie occidentali
contribuiscono quelle dell'economia mondiale. A questo proposito il professor
Rajan sottolinea due rischi: il primo è la dipendenza strutturale dalle
esportazioni di una serie di economie, in particolare il Giappone, la Germania e ora la Cina; il secondo è lo scontro
irrisolto fra sistemi finanziari.
L'interazione fra le linee di faglia globali e quelle interne alle economie
nazionali dei paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, hanno
contribuito a innescare la crisi e ora rendono difficile ricostruire.
Come osserva Rajan, una serie di paesi importanti ha costruito la propria
economia sulle esportazioni. La conseguente dipendenza dalla domanda estera fa
sì che la dipendenza dal credito che tanto orgogliosamente questi paesi
riescono a evitare a casa propria emerga all'estero. Il loro problema è quello
che il professor Rajan definisce un «un settore orientato al mercato nazionale
politicamente forte, ma molto inefficiente».
Il fatto è che i paesi che prima alimentavano la domanda - gli Stati Uniti a
livello mondiale o la Spagna
nella zona euro - hanno un settore privato superindebitato. E dunque assistiamo
a una battaglia a somma zero per contendersi quote di una domanda globale
strutturalmente deficitaria. È una minaccia alla sopravvivenza della zona euro
e addirittura alla sopravvivenza di un'economia mondiale aperta.
Allo stesso modo, si è dimostrato estremamente difficile gestire l'integrazione
di sistemi finanziari basati sul mercato con sistemi finanziari basati su
relazioni personali e addirittura politiche. Episodi di afflussi di capitali su
larga scala dai primi ai secondi sono sfociati in crisi, che hanno portato a
loro volta a colossali accumuli di riserve in valuta estera che hanno dato
impulso alla crisi attuale.
Oggi, i rischi dei flussi di capitali su larga scala da un paese all'altro sono
tristemente fin troppo evidenti. Potrebbe perfino diventare difficile sostenere
l'integrazione finanziaria.
La crisi dunque può essere vista come il prodotto di linee di faglia
all'interno delle economie dell'Occidente sviluppato - gli Stati Uniti in testa
a tutti - e dei rapporti fra i paesi avanzati e il resto del mondo. Per tornare
a una qualche forma di ragionevole stabilità, senza pregiudicare l'apertura
dell'economia mondiale, bisogna superare enormi difficoltà. Chiunque pensi che
l'attuale, fragile ripresa rappresenti un successo rispetto a questi compiti è
quanto meno miope.
Possiamo individuare due grandi minacce in prospettiva. La prima è l'incapacità
di riconoscere la forza delle pressioni deflattive: il pericolo che una stretta
prematura delle politiche di spesa e delle politiche monetarie faccia ricadere
l'economia mondiale in recessione non è trascurabile, anche se i più grandi fra
i paesi emergenti non dovrebbero avere problemi a proteggersi.
La seconda minaccia è l'incapacità di garantire cambiamenti strutturali nel
medio termine della situazione dei conti pubblici, della gestione del settore finanziario
e della dipendenza dalle esportazioni, elementi necessari per una ripresa
mondiale sana e stabile.
L'Occidente non è la potenza che era un tempo; i suoi consumatori, che
consumavano grazie al credito, non sono più la fonte di domanda che erano un
tempo; il sistema finanziario occidentale non è più la fonte di credito che era
un tempo, e l'integrazione delle economie non è più la forza trainante che ha
dimostrato di essere negli ultimi trent'anni.
I leader delle principali economie mondiali, sia avanzate che emergenti,
dovranno procedere a riforme comuni e profonde se non vogliono che l'economia
mondiale vada incontro ad altri terremoti negli anni a venire.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
http://www.ilsole24ore.com 14 luglio 2010

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