I nuovi barbari
La modernità è morta o moribonda. E si discute da chi e come sono condotte le invasioni barbariche in corso
Tutto è cominciato con un film di parecchi anni fa di produzione canadese
intitolato 'Le invasioni barbariche' che ebbe molto successo.
Era la storia di un'eutanasia compiuta da uno scienziato e docente
universitario su se stesso con l'aiuto di suo figlio e di un gruppo di amici
tra i quali una moglie da cui era da tempo divorziato e un paio di ex amanti.
La morte del protagonista è splendida, avviene in un giardino sotto le stelle
mentre parla con gli amici della morte di Socrate raccontata nel 'Fedone'.
L'ho visto tre volte quel film e ancora non ho capito se i nuovi
barbari fossero il suicida e i suoi scanzonatissimi parenti ed amici
oppure gli altri che non capivano il loro approccio alla vita e alla morte e lo
condannavano in nome del senso comune e - forse - del buonsenso.
Sull'onda di quel successo Daria Bignardi riprese il titolo
del libro e condusse su La7 una trasmissione di successo intervistando
personaggi di attualità e di qualità e portando all'attenzione del pubblico
nuovi talenti ancora poco conosciuti. Roberto Saviano fu uno
di quelli, Erri De Luca un altro; ma poi c'erano anche i
politici opportunamente dosati ma sempre scelti tra quelli non più popolari ma
più discussi. Anche in quella trasmissione non era ben chiaro chi fossero i
nuovi barbari anche se la preferenza per i nuovi talenti segnava un consapevole
distacco dai valori correnti. Ci andai anch'io un paio di volte in occasione
dell'uscita di un mio libro e per altre occasioni di attualità. Comunque
l'immagine delle invasioni barbariche era ormai entrata nel linguaggio corrente
e fu spesso usata in saggi ed articoli di politica e di sociologia.
Non era mai avvenuto finora che i contemporanei avvertissero la fine
della civiltà in cui erano nati e cresciuti. La storia antica
procedeva con un passo molto più lento di quanto ora non accada e le
trasformazioni d'una cultura e di un assetto sociale avvenivano molto
gradualmente. La decadenza e la fine della grande civiltà egiziana fu
impercettibile agli egiziani dell'epoca. Altrettanto era avvenuto per la fine
della civiltà cretese-minoica, anche se su quel periodo di storia lavoriamo più
su congetture che su fatti documentabili. Siamo però certi che anche la fine
della civiltà romana, che la periodizzazione ufficiale fissa con l'ingresso dei
Goti in Italia nel 476 a.C., avvenne nella completa
inconsapevolezza sia dei Romani invasi che dei barbari invasori.
L'epoca nostra rappresenta dunque un'eccezione. La storia delle idee nella
cultura occidentale si occupa ormai da oltre cent'anni della fine della nostra
civiltà. Spengler, Stirner, Nietzsche ne analizzarono le cause, ciascuno a suo
modo, gettando uno sguardo su un futuro ancora incognito. Poi vennero guerre,
genocidi, barbarie spaventose che confermarono l'ipotesi di un intero sistema
di valori che stava affondando. Ora, dopo un secolo di discussioni, di libri,
di crisi etico-politica, quest'ipotesi è diventata una quasi certezza: la
civiltà in cui le persone della mia generazione sono nate e cresciute è ormai
scomparsa o morente. Noi sopravvissuti siamo circondati dai nuovi barbari che
daranno vita ad una nuova cultura e a nuovi assetti sociali dei quali tutto
ignoriamo e che non sappiamo ancora se proseguiranno o regrediranno rispetto
alla precedente stagione culturale.
A questo punto ci si è domandati quale sia il nome da dare alla civiltà appena
morta o alle prese con gli ultimi sussulti dell'agonia e si è preso atto che si
tratta della civiltà moderna. Fa una certa sensazione pensare e scrivere che la
modernità è morta o moribonda. Per il senso comune questa affermazione risulta
paradossale poiché si ritiene che nulla sia più moderno del supermercato, della
rete Internet, dell'economia globalizzata, della tecnologia spaziale, della
bioetica e del film 'Avatar'.
Lo sgomento è comprensibile. La convinzione che queste nuove acquisizioni
segnino il culmine di una modernità in continua evoluzione e non il suggello
della sua fine è altrettanto comprensibile. Ma non c'è dubbio - questo è almeno
il mio pensiero - che la civiltà tecnologica esplosa negli ultimi quarant'anni
e le novità che essa ha introdotto nel costume, abbiano poco o nulla a che fare
con la modernità, quella di cui il Rinascimento costituì
l'incunabolo e che si dispiegò pienamente con l'Illuminismo settecentesco e con
l'età che fu definita 'goethiana' in omaggio ad uno dei suoi maggiori
protagonisti.
Queste riflessioni mi ronzano intorno da tempo e me le ha ancor più stimolate
un libro apparso da poco nelle librerie. Si intitola 'Lezioni
illuministiche', l'autore si chiama Vincenzo Ferrone, docente di
Filosofia all'Università di Torino, l'editore è Laterza. Si tratta di una
cavalcata storico-filosofica che tratteggia la storia delle idee e i lineamenti
dei 'tempi moderni' degli ultimi quattro secoli, dalla nuova scienza di Galilei
e di Newton fino al pensiero di Cassirer e di Heidegger. Non è un libro riservato
agli specialisti; può aiutare la riflessione e accrescere le informazioni anche
di un pubblico genericamente colto e interessato ma non necessariamente
specializzato.
La lettura delle 'Lezioni illuministiche' mi ha coinvolto anche per una singolare
coincidenza: proprio in questi giorni l'editore Einaudi sta stampando un mio
libro sul tema della modernità e dei 'nuovi barbari', che copre lo stesso
periodo analizzato da Ferrone, con forme, percorsi e giudizi molto diversi,
partendo da Montaigne e chiudendo con Calvino e Montale. Ma molti altri, a
quanto so, stanno studiando questo tema e cercano di rispondere alla domanda se
la modernità sia morta e chi siano i nuovi barbari e le invasioni barbariche in
corso.
È un tema affascinante, sul quale varrà la pena di tornare.
Da L’Espresso (26 marzo 2010)

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