I fenicotteri del San Raffaele
Strani animali alati, non sai se angelici o mostruosi
I fenicotteri... o erano gru? Strani animali alati, non sai se angelici o
mostruosi: la prima immagine che mi colpì, mentre attraversavo il giardino
della “Cascina”, la dimora di don Luigi e della cerchia più stretta e antica
delle collaboratrici dell’Opera San Raffaele, cresciute alla scuola di don
Verzé e poi entrate nell’ordine dei Sigilli, per consacrare la loro vita
all’Opera e al Fondatore. Era la prima volta che ci mettevo piede: ero appena
stata chiamata da Ginevra a insegnare Filosofia della persona alla nuova
facoltà, fondata e diretta da Massimo Cacciari per volontà di don Luigi. La
neonata facoltà di Filosofia era il vertice di quella sorta di trinità
scientifico-umanistica che don Verzé aveva sognato, fondandola buona ultima
dopo le facoltà di Medicina e di Psicologia: così che i rispettivi ambiti di
ricerca – il Corpo, L’Anima, l’Intelletto o lo Spirito – rispondessero ciascuno
a un aspetto della domanda del Salmo: “Che cosa è l’uomo – nel-l’immensità del
cosmo?” La domanda di cui è simbolo anche l’Uomo vitruviano che nel logo del
San Raffaele compare. Appresi tutto questo, allora, con meraviglia e
ammirazione. I programmi di insegnamento, scritti da Cacciari, erano molto
belli e nuovi, con due pilastri – il greco e la civiltà filosofica antica da un
lato, la logica dall’altro – a reggere rispettivamente l’arcata umanistica e
quella scientifica del ponte che doveva collegare le due rive della nostra
civiltà, la grande tradizione contemplativa e la ricerca che non conosce
limiti, la sapienza e la scienza.
Ma poi, anche, la vocazione pratica e quella empirica della
ragione: con corsi di politica, diritto, economia e, naturalmente, etica e
bioetica da una parte, insegnamenti di biologia, fisica, matematica e
linguistica per filosofi dall’altra, e una scuola di filosofia analitica in
mezzo, a dimostrare che l’anima e l’esattezza possono felicemente sposarsi. E
dar luogo al “pensiero concreto” – la formula di Cacciari che riassumeva la
grande e bellissima ambizione di essere un modello di possibile riforma
dell’organizzazione degli studi universitari. Davvero una formazione capace di
ridare all’intelligenza il ruolo direttivo, di sentinella critica ma anche di
progettatrice di nuove forme – di vita e di civiltà, che da troppo tempo
l’intelligenza ha perso. Ora – e mi rivolgo ai più giovani lettori di questo
giornale – la prima cosa da fare è non parlare al passato di questa ambizione.
La cosa che fu allora creata c’è ancora. Vi insegnano molti innovatori, da
Edoardo Boncinelli a Vito Mancuso, e poi studiosi, pensatori e ricercatori
internazionalmente noti, come Giovanni Reale o Emanuele Severino, lo stesso
Cacciari, un linguista come Andrea Moro, un genetista come Cavalli Sforza, vi
hanno insegnato protagonisti della società civile e della spiritualità, da
Guido Rossi a Enzo Bianchi. Spetta anzitutto a chi vi insegnerà e a chi vi
studierà fare in modo che questo luogo di libera ricerca e libero insegnamento
continui a fiorire e dar frutti, secondo la più limpida verità che mai logico
abbia affermato: “Il pensiero non ha padrone” (G. Frege). Questo della libertà
è davvero un principio non negoziabile che ogni frequentatore dell’Ateneo ha
sovente sentito ripetere a don Verzé – il quale citava forse il Cardinal
Martini: “Non ho bisogno di credenti, ma di pensanti”. Io glielo sentii dire
allora, in quella sala dalle finestre affacciate sul giardino dei fenicotteri,
o gru che fossero: e non solo gliene sono ancora oggi profondamente grata, ma
ho sempre applicato alla lettera questo principio anche nelle relazioni interne
alla vita dell’università, che credo debbano essere ispirate – su tutte le
questioni che riguardano i suoi docenti, nessuna esclusa - alla più assoluta
trasparenza e parresìa, anche quando questo impegno ci induca a esprimere
posizioni critiche. Molte cose si dicono in questi giorni tragici su don Verzé,
visionario manager di Dio.
Ma quest’una non ho veduto scritta: che da lui non veniva, ne
posso ben testimoniare, alcun invito a quella disponibilità a compiacere e
obbedire che è nel caso migliore devozione, e nel caso peggiore servitù
volontaria. Quella che prima o poi porta alla rovina tutte le autocrazie, anche
le più illuminate. Infatti la critica anche aspra è sommamente necessaria alle
grandi visioni, perché queste conservino quel rapporto con la realtà senza il
quale non sarebbero grandi. Un pensiero che di fronte al gesto disperato di
Mario Cal torna alla mente, insieme con lo sgomento e la pietà: tragico davvero
il destino degli uomini devoti, quando hanno – forse – riposto in un uomo una
fede e un’adorazione alle quali solo un Dio – ma non un uomo – saprebbe forse
rendere giustizia. E mi è tornato allora alla mente, in questi giorni, anche il
ricordo di quegli strani animali angelici o mostruosi, i fenicotteri della
Cascina. Due possibilità in un essere. Come l’intreccio di bene e di male che
Agostino dice inerire necessariamente alla Città Terrena, e dunque anche in
questa istituzione: che ha portato la ricerca e la clinica italiana a vette di
eccellenza mondiale, e che perfino alla filosofia ha consentito fossero aperte
le nuove, fertili vie della ricerca naturale oltre che morale. Ma che ha forse
oscure origini, e affonda radici in terreni fangosi. Il vero male, scrive
Simone Weil, è la mescolanza del bene e del male. Credo sia vero solo in questo
senso, che ciascuno debba esser pronto a distinguere il bene dal male nel suo
qui ed ora, e a chieder ragione del male. Come qualcuno di noi ha provato a
fare ( www.phenomenologylab.eu ), chiedendo ragione della nomina di un
condannato in secondo grado per turbativa d’asta (Giuseppe Profiti) fra coloro
chiamati a risanare la
Fondazione. Ma come, soprattutto, ciascuno di noi dovrà fare
nella fedeltà a quel non negoziabile principio di libertà che don Verzé aveva
enunciato e difeso nella ricerca e nella clinica: in questo principio è il vero
e impagabile bene che il San Raffaele ha portato al Paese e al mondo. Minarlo
in questo principio vitale sarebbe peggio che ucciderlo, il grande angelo:
sarebbe farne un mostro.
il Fatto 21.7.11

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