I fatti oscuri e il dovere di governare
È passato un anno e mezzo e ancora il governo si tiene a galla con i rifiuti smaltiti a Napoli e le casette consegnate all'Aquila, mentre i disoccupati aumentano in modo esponenziale
Tra le tante afflizioni che la "fin du règne"
berlusconiana ha procurato al Paese c'è stato anche un crescente scontro tra le
nostre massime istituzioni e soprattutto tra il presidente del Consiglio da un
lato e il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale e la magistratura dall'altro.
Nel momento più aspro del confronto anche il cosiddetto triangolo che raccorda
il Quirinale con i presidenti delle due Camere ha dimostrato segni di scissura,
con Gianfranco Fini solidamente schierato con il Capo dello Stato e Renato
Schifani più sensibile ai "lai" del capo dell'Esecutivo.
Dobbiamo all'estrema prudenza di Giorgio Napolitano se queste tensioni si sono
parzialmente attenuate, ma lo dobbiamo anche al vasto capitale di credibilità e
di fiducia che il Quirinale raccoglie nella pubblica opinione, scoraggiando
chiunque volesse impegnare un duello all'ultimo sangue con la nostra massima
autorità di garanzia. Sarebbe un duello dall'esito assai prevedibile: gli
italiani infatti hanno sempre avuto bisogno di esser rassicurati sulla propria qualità
di "brava gente".
Questo riconoscimento sta loro a cuore più di qualunque altro; sta a cuore agli
adulti come ai giovani, alle donne come agli uomini, agli abitanti delle
province settentrionali e a quelli del Mezzogiorno. Si possono avere opinioni
diverse su questa particolare fragilità dell'anima italiana, ma non sul fatto
che esista. Con la conseguenza che, in un ipotetico duello tra il Quirinale e
l'inquilino di Palazzo Chigi, la palma della vittoria andrebbe al primo e non
al secondo.
Per Berlusconi metà degli italiani nutrono sentimenti di
amorosa esaltazione; per Napolitano più del 70 per cento sente profondo
rispetto e stima. A lui affiderebbero in custodia i figli e gli averi,
all'altro no.
Del resto sentimenti analoghi e analoghe proporzioni del consenso gli italiani
li hanno avuti per Carlo Azeglio Ciampi e per Sandro Pertini, per non citare
che i più popolari e i più stimati. Questa è stata una fortuna non indifferente
per il nostro Paese in una lunga e agitata fase di transizione che ha avuto
luogo in tutta Europa e che, dopo oltre trent'anni, non è ancora finita.
Il duello dunque è scongiurato, almeno per ora. Ma ci si deve domandare perché
Berlusconi non fa che riattivarlo al suo massimo quando tira in ballo i suoi
personali interessi e quando è il primo a sapere che non avrà la forza di
andare fino in fondo. Perché questa così invincibile coazione a ripetere? Non è
un errore risollevare un tema che poi finirà assolutamente nel nulla?
***
Il presidente Napolitano l'altro ieri è stato lapidario: commentando i giudizi
del capo del governo sui magistrati di Firenze che lui accusa di incitamento
alla guerra civile, ha osservato che un governo cade soltanto nel momento in
cui il Parlamento gli nega la fiducia; altre cause non sono previste. Fin
quando la maggioranza che sostiene il governo continua ad appoggiarlo non ci
può essere crisi. Se ci fosse, spetterebbe al Capo dello Stato di arbitrarne i
passaggi.
Non si poteva interpretare più chiaramente la situazione e bloccare le fughe in
avanti di Berlusconi da un lato e dei i suoi più queruli detrattori (che fanno
senza accorgersene il suo gioco) dall'altro. Naturalmente sia l'uno che gli
altri si sono riconosciuti nelle parole di Napolitano, piegandole ognuno ai
suoi intendimenti e alle sue convenienze. È un curioso destino quello del
Quirinale: tutti gli danno ragione pur continuando ciascuno a proseguire nel
gioco al massacro sul quale campano.
Questo è vero per tutti, ma in modo particolare per il capo del governo.
Berlusconi non può accettare che la discussione politica si sposti dai suoi
personali interessi a quelli del Paese. Se l'interesse generale avesse un peso
adeguato, sarebbe assai facile concentrarsi su di esso: basterebbe che il capo
del governo avesse preso atto della sentenza della Corte sulla legge Alfano,
che affrontasse i processi concordando con il Tribunale l'iter delle udienze e
ne attendesse l'esito con sereno rispetto. Tre gradi di giudizio non sono
pochi. Nel frattempo governasse.
Ma è proprio questo che lo spaventa: governare, con questi chiari di luna.
Decidere chi paga il disastro economico tuttora in corso, quale sarà la
strategia di uscita dalla crisi, come dovrà cambiare l'industria, le
esportazioni, gli investimenti, la divisione internazionale del lavoro. Ed
anche come cambieranno il Welfare, la scuola, la ricerca, la giustizia, la
pubblica amministrazione.
È passato un anno e mezzo e ancora il governo si tiene a galla con i rifiuti
smaltiti a Napoli e le casette consegnate all'Aquila, mentre i disoccupati
aumentano in modo esponenziale ed ad ogni pioggia mezzo Paese resta col fiato
sospeso per sapere questa volta a chi toccherà.
***
Intanto sono diventate di pubblico dominio le dichiarazioni di alcuni pentiti
di mafia ai giudici che indagano in secondo grado di giurisdizione sul senatore
Dell'Utri, co-fondatore di Forza Italia. I colleghi D'Avanzo e Bolzoni ne hanno
ampiamente scritto con la compiutezza che il caso richiede. Farò a mia volta
alcune osservazione nel merito.
Nei mesi scorsi si è a lungo parlato dei vizi privati del premier, diventati
pubblici per sua scelta nel momento in cui negò l'esistenza di fatti
documentati. Poi se ne continuò a parlare perché i suoi insostenibili dinieghi
lo avevano messo in una situazione di ricattabilità assai difficile per chi
occupa un'altissima posizione istituzionale.
Ora si profila un tema ancora più delicato: riguarda l'atteggiamento del
presidente Berlusconi nei confronti dell'organizzazione mafiosa "Cosa
Nostra". Che cosa dicono le carte fin qui disponibili di quel dossier?
Oppure, chi fa il mestiere del giornalista, deve liquidare il problema
giudicandolo un pettegolezzo senza interesse?
La risposta è evidente: la mafia, la camorra, la 'ndrangheta sono strutture
criminali che hanno raggiunto in Italia dimensioni esorbitanti. Seminano il
terrore in tutto il Mezzogiorno e altrove, partecipano a cartelli
internazionali sulla produzione e distribuzione di droga, controllano decine di
migliaia di "soldati", controllano anche istituzioni finanziarie, riciclano
migliaia di milioni di euro e di dollari, svolgono in nero enormi transazioni.
Si può far finta di non vedere? Non si deve accertare se eventuali contatti tra
politica e criminalità siano esistiti ed esistano, oppure se si tratti di
calunnie che meritano esemplari punizioni?
Dunque è lecito occuparsene. Anzi è doveroso. Giulio Andreotti ebbe alcuni
contatti con le strutture criminali di allora. Li ebbe da politico che doveva
fronteggiare una situazione di estrema gravità. Parlarono alcuni pentiti. La
magistratura inquirente trovò riscontri. Si aprirono i processi. Nel frattempo
il quadro era cambiato e gli interlocutori anche. Molti protagonisti caddero
sul campo in quella guerra, alcuni pagando col sangue il loro coraggio, altri
pagando col sangue la loro doppiezza.
Andreotti seguì tutte le udienze dei processi. Aveva un libretto sul quale
scriveva i suoi appunti man mano che il dibattimento si svolgeva. Arrivava in
aula per primo e usciva per ultimo dopo aver salutato il presidente e il
pubblico ministero. Fu condannato con gravissime motivazioni. Poi, nei
successivi gradi di giurisdizione, le sentenze furono riviste e ritoccate.
Infine nell'ultimo passaggio fu assolto, in parte con formula piena e in parte
con formula dubitativa. Il vero problema di Andreotti era di natura politica,
non giudiziaria. Il giudizio politico restò diviso e tale resterà anche per gli
storici che verranno. Quello giudiziario fa ormai parte delle materie
giudicate. Ma resta che quell'uomo non fuggì dai processi e questo è un
riconoscimento positivo che si è guadagnato.
Sapremo tra pochi giorni, alla ripresa del processo Dell'Utri di secondo grado,
se le dichiarazioni dei pentiti indurranno i magistrati ad occuparsi anche del
presidente del Consiglio oppure no. I pentiti di mafia parlano quasi sempre un
gergo allusivo di non facile interpretazione, che può diventare più chiaro solo
in dibattimento. Dare giudizi sul materiale disponibile è quindi azzardato. Ma
ci sono aspetti che emergono con chiarezza.
1. I pentiti, nel caso specifico, sono personaggi di discreto livello ma non di
primissimo piano. Del resto è sempre stato così salvo forse nel caso Buscetta.
2. I pentiti sono sempre stati messi al bando dai loro capi e da tutta la Cupola mafiosa. Definiti
infami. Sottoposti ad intimidazioni continue e terribili. Infine, magari a
distanza di molti anni, sono stati raggiunti e puniti con la morte. Nel caso
attuale si sta invece verificando qualche cosa di estremamente anomalo: i capi
mafiosi tirati in ballo dai pentiti non li hanno né sconfessati né intimiditi.
Al contrario. Il loro pentimento è dunque condiviso? Oppure operano come
esecutori di un disegno organizzato con i loro stessi capi?
3. Il piano, secondo le dichiarazioni dei pentiti, avrebbe come finalità effettiva
quella di "riscuotere" dalla Fininvest il capitale e gli interessi,
debitamente rivalutati, che sarebbero stati anticipati a quella società come
fondi riciclati. I prestatori sarebbero appunto i fratelli Graviano della mafia
del rione Brancaccio di Palermo.
4. È noto che la Fininvest
fu fondata da alcune società Fiduciarie delle quali risultavano fondatori
alcuni improbabili prestanome. Col passare degli anni alcune di tali Fiduciarie
furono disvelate, risultando intestate a Berlusconi e ai suoi familiari. Ma le
posizioni dettagliate non sono ancora completamente chiare.
5. Occorre tenere presente che Fininvest è il socio di controllo di Mediaset,
di Mondadori, e di una serie assai ampia di società il cui valore ammonta
attualmente a molte decine di miliardi di euro nonostante la caduta nelle
capitalizzazioni dovuta alla crisi mondiale.
6. Si discute e si mette in dubbio da parte dei difensori di Berlusconi la
validità di un reato come quello di concorso esterno in associazione mafiosa,
non contemplato dal codice penale ma ormai da gran tempo legittimato da una
serie costante e conforme di pronunce giurisprudenziali della Cassazione. Il
reato di associazione esterna rappresenta (e chiunque ha un minimo di
familiarità con questi problemi lo sa) il punto centrale di penetrazione della
mafia nella società civile. L'estrema pericolosità dell'intera struttura
mafiosa è dovuta al fatto che attraverso una zona grigia di personalità
estranee alle organizzazioni criminali ma in contatto con esse la penetrazione
si effettua e la mafia entra nei recessi più reconditi delle decisioni
amministrative del pubblico potere. Per conseguenza ogni discorso sulla
improprietà di un reato non previsto da un codice penale più che antiquato è
priva di qualunque fondamento.
***
È importante mettere in luce questioni di questa delicatezza. È altrettanto
chiaro che l'interesse ad un chiarimento di tali questioni non riguarda
soltanto la democrazia italiana ma anche Silvio Berlusconi e la sua famiglia.
Sicché risulta assai poco comprensibile il continuo sforzo non solo a far
rinviare i processi ma ad abbreviarne la prescrizione. Quale chiarimento porta
con sé un processo prescritto? Nessuno. Resterà per sempre ignota la zona
oscura all'origine delle fortune imprenditoriali di Berlusconi.
Di tutto questo si parla non da quindici anni ma da molto prima. Berlusconi era
ancora ben lontano dal voler entrare in politica, stava passando dal settore
immobiliare nel quale aveva fatto fortuna al mondo delle Tv. Era pieno di soldi
e con essi praticava audaci politiche di "dumping" sulle tariffe e i
contratti pubblicitari. Lo sa bene Dell'Utri che era della partita insieme a
Verdini. Ma lo sapevamo anche noi che all'epoca eravamo suoi concorrenti
insieme alla Mondadori di Mario Formenton.
Ricordo queste cose perché è ormai entrato a far parte dei luoghi comuni il
fatto che i processi contro di lui cominciano con il suo ingresso nella
politica. In realtà le ipotesi criminose sono molto più antiche. Questa di cui
ora si parla risale nientemeno che a trenta anni fa. La legge sul conflitto di
interessi avrebbe offerto il destro di chiuderla. È colpa di una parte della
sinistra se non fu fatta ma è responsabilità pienamente sua averla sempre
testardamente impedita.
Ha ragione Napolitano quando dice che non è per via di processi che si elimina
un avversario politico fin tanto che gli rimane la fiducia della maggioranza.
Ma è altrettanto vero che gran parte di quella fiducia si verifica meglio alla
luce di processi e sentenze che mettano in chiaro passaggi rimasti per troppi
anni oscuri e inquietanti. Noi pensiamo che sia questa la buona democrazia.
Intanto, il governo ha il diritto e il dovere di governare. Se cominciasse a
farlo invece di restare perennemente in "surplace" sarebbe un buon
risultato.
http://www.repubblica.it (29 novembre 2009)

Precedente: Il governo e l´intellettuale







