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I disastri del cibo.

Quanto petrolio nel Fast Food

In qualche passo può sembrare un giallo, alcuni dettagli possono disturbare, le conclusioni a volte inaspettate. Si chiama “Il dilemma dell´onnivoro” ed è un libro sul cibo scritto da un professore americano che insegna alla scuola di giornalismo di Berkeley in California, Michael Pollan. Un libro diverso, che nel 2006 il New York Times ha messo tra i dieci libri più importanti dell´anno e che i critici hanno definito in vari modi: trattato storico, filosofico, economico, grande reportage, nuova bibbia per una dieta sana. The Omnivore´s Dilemma, A Natural History of Four Meals esce adesso anche in Italia (Adelphi, pagg. 488, euro 28. Traduzione di Luigi Civalleri).

Pollan, come nasce questo libro?

«Ho deciso di scriverlo quando mi sono capitate un paio di cose che mi hanno fatto capire che non avevo alcuna idea di come fosse prodotto e da dove arrivasse il cibo che mangiamo quotidianamente. La prima mentre lavoravo ad un articolo per il New York Times e stavo guidando sulla Highway 5, la strada che unisce San Francisco a Los Angeles attraverso la Central Valley della California; improvvisamente, e per diverse miglia, mentre guardavo questa meravigliosa campagna sono rimasto colpito da un terribile odore, un puzzo orrendo come quello che possono emanare i gabinetti di una stazione se non vengono lavati per un anno. Ho cominciato a osservare meglio e d´un tratto le colline dorate della California sono diventate nere: da una parte una marea di mucche nere, dall´altra due sterminati campi di mais e concime. La seconda in Idaho, quando ho scoperto che le patate che arrivano in ogni angolo d´America devono aspettare sei mesi prima di essere inviate ai supermercati perché espellano tutte le tossine. A quel punto ho pensato, ecco il tipico cibo americano, hamburger e patatine fritte, ecco da dove viene. E mi sono detto: è il momento di seguire il cibo facendo il percorso inverso, dalle sue origini. Da qui nasce quella che definisco una food detective story, un giallo sul cibo».

Tutti i cibi, anche quelli biologici?

«Sì, il libro è diviso in quattro grandi capitoli: il cibo industriale, il cibo alternativo, quello chiamato organic o biologico sia a livello industriale, la grande catena Whole Food, sia a livello di una piccola fattoria della Virginia e infine il cibo che si produce da soli, coltivando o cacciando. Quando ho iniziato avevo già una certa conoscenza del cibo organic. Ma ho scoperto molte cose nuove».

Anche sul cibo industriale più diffuso, il cosiddetto fast food?

«Sì, perché la gente ormai sa che il fast food è cibo di cattiva qualità, ma non sa che per produrlo occorrono una grande quantità di petrolio e di farmaci. Quando mangi fast food mangi letteralmente petrolio. Per me era una scoperta e credo sia stata una novità anche per la stragrande maggioranza dei lettori».

Lei critica anche il cibo biologico industriale.

«Quello che troviamo nei supermercati. È biologico per il modo in cui viene prodotto, non ci sono pesticidi, non ci sono veleni. Ma nel seguito del viaggio, ad esempio quando parte dalla California per arrivare nei supermercati di New York, è trattato esattamente allo stesso modo del cibo industriale, con gli stessi procedimenti di imballaggio e di conservazione. È biologico ma non segue lo spirito vero del cibo organic».

Che è solo quello delle piccole fattorie?

«Attenzione a non generalizzare. Ci sono molte piccole fattorie che usano pesticidi vietati nel biologico e ci sono agricoltori veramente bravi che producono dell´ottimo cibo che non è biologico. Quello biologico è un ottimo sistema, ma ci sono anche altri sistemi per produrre ottimo cibo. La questione chiave è un´altra, e cioè che il cibo venga prodotto con cura, che gli animali vengano allevati con cura. In questo caso l´alimentazione è perfetta».

Nel suo libro il "pranzo perfetto" è quello dell´ultimo capitolo, quello che lei si è coltivato e procurato da solo.

«Quello è superperfetto! A parte gli scherzi, il cibo perfetto è quello di cui conosciamo tutto, come è stato prodotto, da dove veramente arriva, è quello di cui sei pienamente consapevole. Non c´è bisogno che lo si coltivi di persona. Se conosci cosa mangi stai meglio, la salute è migliore e sei anche più felice».

Qualcuno ha definito il libro un diet book. Lo è?

«La gente mi dice di continuo che dopo averlo letto ha cambiato il modo di mangiare. Fanno la spesa nei piccoli mercati dei contadini, cucinano a casa molto più spesso, hanno abbandonato il fast food. Niente a che vedere però con i libri di diete. In America rispetto al cibo c´è un cambio culturale».

Lei si rivolge solo agli americani?

«No, è un libro per tutti. Ormai il cibo industriale è globalizzato e queste pagine possono essere importanti anche per gli italiani, i francesi, i giapponesi, popoli che hanno una grande cultura del cibo. Perché le loro tradizioni culinarie sono minacciate dalla globalizzazione del cibo. Perché se è indubbio che è molto più rilevante in America, il fast food sta prendendo piede anche nel resto del mondo; la stessa produzione la puoi trovare in Europa e questa onda poco salutare va fermata prima che sia che sia troppo tardi. Di Mc Donald´s ce ne sono in grande quantità anche in Italia, a voi può sembrare assurdo ma io credo che in America siamo dieci anni avanti».

In che senso?

«Nel senso che i problemi derivati dal fast food, come l´obesità, li state iniziando ad affrontare anche voi, seppure in misura minore. Detto questo, da voi le contromisure sono più facili, perché l´America non ha una cultura del cibo, mentre l´Italia, la Francia, la Grecia ce l´hanno. È una cultura che non è stata ancora distrutta, quindi vi potete difendere meglio. E del resto non è una caso che il movimento slow food sia nato proprio in Italia».

A Roma si è appena concluso il vertice Fao sulla crisi alimentare. Non crede che la sua ricetta sia solo per i paesi ricchi?

«No, non sono d´accordo. Una della cause della crisi alimentare è proprio la globalizzazione del cibo, il granturco a basso costo prodotto dall´America che invade ogni parte del mondo. Molti paesi non producono perché è più facile comprare il granturco industriale a basso costo prodotto da noi. Pensate al caso delle Filippine che era un esportatore e adesso importa il riso. Colpa anche della Banca mondiale e del Fmi che di fatto impediscono a questi paesi di aprire le loro frontiere al commercio di prodotti alimentari».

Ma non è meglio mangiare fast food che morire di fame?

«Il problema non è questo, è quello dell´agricoltura sostenibile. Fare diversi raccolti, non uno solo, non deve essere un lusso è una cosa che si può fare in ogni parte del mondo. Se l´Asia e l´Africa passano ad un´alta tecnologia industriale commettono un grave errore, perché questo svuota le campagne. L´agricoltura sostenibile ha bisogno di più lavoro, di più braccia che lavorino la terra e questo nel Terzo Mondo è possibile. È molto più facile farlo in Africa che negli Stati Uniti dove tutto viene industrializzato. In America il lavoro degli uomini viene sostituito dalle macchine e dalla chimica. Se il Terzo Mondo riesce a fare quello che si fa nelle piccole fattorie biologiche cambia tutto. L´altro grande problema è che usiamo troppo mais per gli allevamenti animali e per le automobili, sotto forma di etanolo».

Pensa che sia possibile cambiare?

«Credo di sì. Io credo che in Occidente ci sarà una grande pressione per ridurre il consumo di carne industriale e penso anche che in Americca sarà ridotto il consumo di etanolo già con la prossima amministrazione».

Non pensa che il cibo biologico sia un fenomeno elitario?

«Su questo ha ragione, il cibo biologico è ancora una cosa elitaria non fosse altro perché costa molto di più del cibo industriale. Però più si diffonderà più diverrà accessibile. Dobbiamo convincere gli agricoltori, i supermercati a produrre, comprare e distribuire cibo biologico, ma penso sia inevitabile che accada in futuro. Il problema dell´healthy food, di un cibo che faccia bene in America non è più rinviabile».

Lei cosa mangia giorno per giorno?

«Ho cambiato la mia dieta proprio mentre scrivevo il libro. Ho smesso di comprare carne prodotta industrialmente».

È diventato vegetariano?

«No. Mangio solo carne che viene da piccole fattorie vado ai mercatini degli agricoltori, in California siamo fortunati perché ce ne sono molti e adesso si trova anche nei supermercati. Carne di grande qualità». Per l´ultimo capitolo è andato a caccia.

Ci va ancora?

«No, l´ho fatto una sola volta per scrivere il libro. Mi è anche piaciuto, ma non sono il tipo del cacciatore; vado solo a caccia di funghi porcini e qualche volta a pescare».

 

da http://www.repubblica.it  09-06-2008

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