I cento giorni di Roosvelt.
I critici del Nel Deal osservano che alla fine degli anni Trenta l´economia americana era ancora lontana dal recuperare la forza propulsiva del passato. E che questo compito non fu assolto dal New Deal, ma dalla guerra. Dimenticano però che il New Deal salvò l´America dalla catastrofe e, diversamente dalla Germania hitleriana, lo fece preservando la democrazia.
Il New Deal è la risposta democratica americana alla più grande crisi del secolo XX. La crisi del 1929 fu tanto più grave quanto più forte era stata, negli anni Venti, l´espansione della produzione, sorretta da un parallelo aumento dei consumi e sollecitata dalla spinta creditizia di uno sbrigliato sistema bancario. Le inequivocabili avvisaglie, come la crisi del boom edilizio in Florida nel 1926, non furono percepite; mentre la borsa, travolta dal suo stesso impeto, impazziva: in quegli stessi due anni, l´indice azionario salì del 300 per cento.
Un devastante "uno-due" lo buttò giù il 24 e il 29 ottobre. Nel settembre scese da 452 a 229, per poi scivolare toccando il minimo di 58. La crisi investì le banche, che fallirono a migliaia (erano più di trentamila) e quindi le imprese: la produzione industriale dimezzò, la disoccupazione salì a 15 milioni, un quarto della popolazione attiva.
Il presidente Hoover, eletto nel 1928, era un credente: nel mercato e nella sua autoregolazione. Il suo rivale alle elezioni successive del 1932, Franklin Delano Roosevelt non era certo un socialista. Era un democratico, convinto sostenitore del capitalismo: e però consapevole che gli americani, disperati, chiedevano che il governo facesse qualche cosa e subito, senza aspettare l´intervento della mano invisibile.
Accettando la nomination parlò per la prima volta di un nuovo patto, un "new deal" (il termine era stato coniato da un giornalista): «Uomini e donne di questa nazione - disse - trascurati dalla filosofia politica del governo, si rivolgono a noi in cerca di una guida e di una più equa distribuzione della ricchezza nazionale. Io mi impegno per un nuovo patto con il popolo americano. Questa è molto più di una campagna politica. È una chiamata alle armi».
Vinte largamente le elezioni, non perse un giorno di tempo. Non gli interessavano le ideologie. Non perse tempo a spiegare le cause della crisi.
Non presentò un grande piano. In cento giorni di attività frenetica varò una quindicina di grandi progetti. Non coordinati tra loro. Alcuni, incoerenti e contraddittori. Sperimentali e pragmatici. Ma prendevano di petto i guasti della crisi. Aveva convocato a Washington un "trust di cervelli", il meglio delle Università americane. Li impegnò su tutti i fronti caldi: i sussidi ai disoccupati, un vasto programma di edilizia pubblica: scuole, ospedali, dighe, ponti, strade, persino portaerei. Un grandioso progetto di sviluppo territoriale, la Tennessee Valley Autority per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, il controllo delle acque, la forestazione, il recupero di terre incolte, in sette Stati diversi; la promozione di nuove imprese agricole e industriali, la stabilizzazione dei prezzi; la disciplina del sistema creditizio, con la differenziazione tra banche di credito ordinario e banche di investimento. La promozione di progetti per la tutela dell´ambiente. Con il National Industrial Recovery Act si tentò addirittura di istituire una vera e propria programmazione degli investimenti, attraverso il coordinamento di quelli privati con quelli pubblici.
Figuriamoci quanti errori furono compiuti. Quanti interessi colpiti. Quante resistenze affrontate: prima di tutto quelle della Corte Suprema che si accanì su almeno otto di quei progetti.
C´erano però dalla parte del Presidente due grandi forze. La prima era quella della disperazione di un paese minacciato dalla catastrofe della sua economia.
La seconda era la forza comunicativa di un Presidente che sapeva spiegare alla gente le cose che intendeva fare per loro. Con linguaggio semplice e pacato, con voce calda e profonda. E lo faceva sfruttando il mezzo di comunicazione più avanzato, la radio, nelle famose conversazioni, che divennero famose, al caminetto.
Quali furono i risultati economici del New Deal? Nella sua prima fase, dal 1933 al 1937, molto notevoli: quanto al prodotto nazionale e quanto alla disoccupazione. Poi, dopo la seconda elezione di Roosevelt, si ebbe nel 1937 una ricaduta cui si dette il nome di "recessione". Di qui la necessità di un rilancio, di una fase due del New Deal, nella quale si accentuarono i suoi aspetti politico-sociali: l´istituzione di un sistema nazionale di previdenza sociale e una legislazione di sostegno alle organizzazioni sindacali insieme a un vasto programma organico di creazione di posti di lavoro attraverso grandi investimenti in infrastrutture.
I critici del Nel Deal osservano che alla fine degli anni Trenta l´economia americana era ancora lontana dal recuperare la forza propulsiva del passato. E che questo compito non fu assolto dal New Deal, ma dalla guerra. Dimenticano però che il New Deal salvò l´America dalla catastrofe e, diversamente dalla Germania hitleriana, lo fece preservando la democrazia.
http://www.repubblica.it - 25 novembre 2008

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