Gli intellettuali e la Rete secondo Jürgen Habermas
«La politica si sta liquefacendo nella comunicazione»
«La politica si sta liquefacendo nella comunicazione», afferma Jürgen Habermas
in "Il ruolo dell'intellettuale e la causa dell'Europa" (Laterza),
raccolta di saggi che ha come filo di Arianna il ruolo dell'intellettuale nelle
società, mentre il suo cuore è nell'analisi della formazione dell'opinione
pubblica e il rapporto di questa con la sfera politica. In sordina rimane
invece l'Europa, progetto politico che ha subito talmente smacchi da rendere
scettico il filosofo tedesco sulla possibilità di un suo rilancio in tempi
brevi. Eppure sull'Europa Habermas è stato uno degli intellettuali che ha preso
ripetutamente, e con passione, parola affinché il vecchio continente si dotasse
di una costituzione dopo averla sottoposta a referendum per garantire una sua
legittimità «popolare», diversamente da quanto era accaduto al trattato di
Maastricht, sottoscritto dai governi e mai discusso dai governati.
La necessità di un soggetto politico chiamato Europa è infatti illustrata in
due brevi saggi sull'assenza di una politica estera europea sulla guerra
dell'Iraq e la crisi economica del 2007. La mancanza di una posizione comune su
questi due argomenti ha reso l'Europa subalterna all'unilateralismo di George
W. Bush. Ma, aspetto ben più importante, è che questo «vuoto politico» ha
condotto il vecchio continente all'afasia, anche se non entusiasma la proposta
di costituire un esercito europeo come esempio di protagonismo politico. Per
quanto riguarda la crisi economica, la mancata costituzione europea ha
alimentato quell'«egoismo nazionale» che Habermas vede complementare
all'affermarsi di politiche economiche a favore del libero mercato che stanno
facendo carta straccia dei diritti sociali di cittadinanza.
Il filosofo tedesco usa però un tono piano, dialogico. Nessuna invettiva, ma
l'andamento di chi pensa che il dialogo tra persone informate apra le porte a
un punto di vista condiviso e di chi punta a costruire un ordine del discorso
basato attraverso l'individuazione delle compatibilità da rispettare affinché
l'ordine politico e sociali non possa essere sovvertito. In fondo è questo il
nucleo fondante della sua proposta di «politica deliberativa», forma di
costruzione del consenso sui valori espressi dalla «carta» - la Costituzione, per
essere chiari - che definisce il perimetro dell'azione statale, dei partiti e
dei movimenti sociali, realtà potenzialmente antagoniste tra di loro e che
hanno come «interfaccia» la sfera pubblica all'interno della quale tutti
possono mettere a confronto le proprie posizioni.
Una rappresentazione dell'agire politico che deve necessariamente fare i conti
con la pervasività dei media, tanto di quelli «tradizionali» (televisione,
radio, carta stampata) che di quelli nuovi (Internet). Ed è su questo ospite
inatteso che emerge la figura dell'intellettuale in quanto guardiano
dell'ordine costituzionale. La sua presa di parola è legittimata ovviamente
dalle sue conoscenze specialistiche, ma tuttavia si concentra anche su terreni
estranei al suo «lavoro». In altri termini, pone con forza temi che sono già
presenti nella discussione pubblica, ma mai assunti nella loro giusta
rilevanza.
Siamo dunque lontani sia dalla figura platonica del filosofo che illumina la
caverna dove sono condannati a vivere gli altri uomini e donne. Ma siamo
altrettanto lontani dal maître à penser novecentesco o dal gramsciano
intellettuale organico. Per Habermas l'intellettuale deve svolgere il suo ruolo
di indirizzo proprio in una realtà segnata dai media, che rendono la
discussione pubblica materia prima di un infotainment che impedisce la
definizione propria di un terreno condiviso e di una politica deliberativa. E
non è un caso che nei ritratti di intellettuali significati della fine del
Novecento Habermas annoveri studiosi liberal come Richard Rorty o disincantati
e ostili a una politica «radicale» come Jacques Derrida.
Lo schema proposto del rapporto tra opinione pubblica, agire politico e sfera
statale risulta così alterato. L'opinione pubblica non è infatti costituita da
uomini e donne informati, ma da un accumulo di informazioni precostituite da
sondaggi tesi tuttavia a impedire la definizione di un terreno condiviso.
L'agire politico è dunque investito dall'infotainment e rischia così di
liquefarsi. La scelta suicida di molti partiti è cercare di rappresentare il
simulacro di opinione pubblica prodotto dall'infotainment.
Che i sistemi politici e istituzionali del capitalismo contemporaneo siano in
crisi è indubbio. Che il potere sociale, economico e politico dei media sia
cresciuto fino al punto di sussumere la sfera pubblica è altrettanto vero. Ma
Habermas non è convincente quando pensa che vada ristabilita quella
ripartizione tra società civile, sfera pubblica e istituzioni statali
indispensabile per una «politica deliberativa». E non è un caso che il filosofo
tedesco individui nella Rete lo strumento affinché possa costituirsi una
opinione pubblica indipendente non solo dal sovrano, ma anche dalle media
corporation. La convinzione che attraverso Internet possa risorgere «un
pubblico egualitario di scriventi e leggenti» e da essa prenda forma
un'opinione pubblica riflessiva si base sulla rimozione del fatto che la Rete è un contesto dove
convivono sia tendenze alla manipolazione delle informazioni che strategie
economiche delle imprese, che forme di radicalismo sociale e politico.
Paradossalmente la Rete
è l'immagine allo specchio della società, con i suoi conflitti e le strategie
di controllo esercitate dal potere. Non quindi un antidoto al potere
manipolatorio e parassitario dei media, ma esemplificazione dell'agire sociale
in cui la politica deliberativa ha le stesse possibilità di successo che ha al
di fuori dello schermo. Successo possibile solo intervengono quelle tecnologie
del controllo sociale che disinnescano i motivi di quei conflitti che mettono
in discussione l'ordine costituito. Il sentiero, accidentato e pieno di
insidie, da percorrere è semmai un altro. Quello che rompa il monopolio della
decisione politica detenuto dallo Stato. E che è costellato di punti di accesso
alla Rete, affinché sia possibile trovare forme di coordinamento tra quelli che
si sono incamminati nella stessa direzione. In fondo è quello che è accaduto
nel Maghreb.
il manifesto, 7 aprile 2011

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