Gli arrabbiati che vogliono cambiare il mondo
Si apre una settimana densa di fatti politici con ripercussioni economiche e soprattutto sociali.
Sapremo tra poche ore se Hollande sarà eletto presidente della Francia e
sapremo domani l´esito delle elezioni amministrative italiane dove nove milioni
di cittadini hanno diritto di votare per mille Comuni al di sopra dei 15 mila
abitanti. Quale sarà l´affluenza alle urne è tuttora un punto interrogativo ed
è un´incognita della massima importanza.
Sapremo subito dopo qualche giorno quale sarà il nuovo governo francese e anche
i risultati delle elezioni in Egitto e delle cantonali in Germania.
Si apre insomma una settimana densa di fatti politici con ripercussioni
economiche e soprattutto sociali. Ma un fenomeno appare tuttora con prepotente
evidenza ed è la rabbia crescente che si va diffondendo in Europa contro le
politiche di rigore che colpiscono i più deboli e risparmiano i più forti ed è
proprio da questo punto che dobbiamo partire, su questa rabbia dobbiamo
ragionare indagando sulle cause che l´hanno scatenata, sugli obiettivi che gli
arrabbiati si propongono di raggiungere, sui modi per incanalarla verso
processi costruttivi affinché produca novità utili alla convivenza e non
semplicemente devastazioni e rovina.
Su questi temi ci stiamo cimentando ormai da molte settimane, ma il panorama
nazionale, europeo e mondiale cambia di giorno in giorno con estrema rapidità,
sicché l´indagine richiede continui aggiornamenti e revisioni.
La rabbia cresce, non c´è dubbio, ma chi sono gli arrabbiati? Con chi ce
l´hanno e che cosa vogliono? Sono queste le prime domande alle quali dobbiamo
rispondere.
Gli arrabbiati, quelli veri e non quelli inventati dai demagoghi che vogliono
specularci sopra per procurarsi un proprio tornaconto, appartengono a quella
massa indistinta di persone che chiamiamo ceto medio. In tempi assai remoti lo
si chiamava terzo stato, poi arrivò il quarto stato, il proletariato e la
classe operaia, braccianti e coltivatori compresi.
Nella trottola che descrive la distribuzione del reddito costituivano la pancia
al di sopra della quale c´era la borghesia produttiva e sotto la quale i poveri
che campavano di espedienti.
Qualcuno saliva e qualcun altro scendeva i gradini di quella trottola ma la
figura rimaneva nel suo complesso immutata nelle società economicamente
avanzate.
Da qualche decennio però la situazione è profondamente cambiata. Se vogliamo
restringere all´Europa di cui facciamo parte il nostro campo d´osservazione, il
mutamento diventò visibile a partire dagli anni Ottanta e si manifestò in tutta
la sua evidenza dai primi anni Novanta del secolo scorso, raggiungendo il
culmine negli ultimi cinque anni.
Non è più una trottola la figura che descrive la distribuzione dei redditi e
dei patrimoni, ma una piramide.
Una piramide singolare tuttavia, che si assottiglia molto lentamente. Dalla
base fino ad oltre la metà la figura è una sorta di cubo che contiene patrimoni
dove il passivo (cioè i debiti) è più consistente dell´attivo mentre il reddito
oscilla tra i 5 mila e i 15 mila euro. Da quel livello in poi, al cubo che fa
da base a quella figura se ne sovrappongono altri: dai 15 ai 25 mila e poi un
altro più piccolo fino ai 40 mila e un altro ancora fino ai 60 mila, ma di
volume sempre decrescente. L´ultimo cubetto arriva agli 80-90 mila. Da qui in
avanti comincia la cuspide della piramide che si assottiglia sempre più fino ad
arrivare alla punta di 300 mila euro. Oltre quel livello se ne perdono le
tracce, nel senso che i redditi dai 300 mila in su sono di pertinenza di pochi
ricchissimi il cui numero è di centinaia e poi di poche decine di soggetti.
La massa, che chiamiamo ceto medio e che però medio non è più, sta comunque al
di sotto dei 40 mila euro di reddito annuo e il patrimonio si compone di molti
debiti e scarsi attivi, per lo più immobiliari. Qui si addensa la grande
maggioranza della società. Non tutti lavorano stabilmente.
Una quota crescente è composta da giovani con lavoro precario. Molti sono
pensionati. Questa massa di persone in Italia, in Spagna, in Grecia, in
Portogallo, in Irlanda, in Olanda, in Austria, nei Paesi baltici, nei Balcani,
è impaurita e da almeno quattro anni si sente sempre più insicura. Negli ultimi
due anni queste persone hanno una grande rabbia in corpo. Da un anno in qua
sono arrabbiati e disperati e lo mostrano pubblicamente.
* * *
L´elenco degli arrabbiati in Italia (quelli veri) non è lungo ma il loro numero
è abbastanza elevato.
I più numerosi sono i proprietari di case colpiti dall´Imu, i disoccupati, i
sottoccupati e i precari. Seguono i pensionati passati dal retributivo al
contributivo, cioè soprattutto la generazione dei cinquantenni, tra i quali gli
"esodati" per i quali il governo sta provvedendo alle necessarie
tutele.
Calcolare il numero complessivo di questa massa di persone non è facile anche
perché ci sono parecchie duplicazioni, ma non si è lontani dal vero stimandoli
complessivamente a 12 milioni e forse anche più. In tutte le classi di età e su
tutto il territorio nazionale.
Che cosa vogliono? Anzitutto essere ascoltati dal governo e dai sindaci.
Chi li rappresenta? I sindacati per circa il 40 per cento. Alcuni movimenti di
protesta sociale per circa un 30 per cento. Alcuni partiti per un 15-20 per
cento. Ma si tratta in tutti i casi di forme di rappresentanza assai mobili e
più occasionali che strutturate e fidelizzate: un mare in tempesta che guarda
con sospetto le rappresentanze politiche e con speranzoso scetticismo quelle
sindacali.
La realtà vera è che sono una massa fluttuante ad alta emotività. Da questo
punto di vista il caso italiano ha scarsi riscontri negli altri Paesi europei.
Se prendete il caso francese, lì gli arrabbiati sono concentrati con la Le Pen. Il resto vede
ancora nei partiti il tramite naturale rispetto alle istituzioni. Analoghi
fenomeni avvengono anche in Austria, in Olanda, in Germania: gli arrabbiati si
riconoscono in una forza che di solito oscilla tra il 10 e il 15 per cento.
Da noi c´era un tempo la Lega
che adempiva a questo compito ma intercettava una protesta limitata dal
territorio.
Adesso anche la Lega
ha perso una parte consistente della sua tradizionale fidelizzazione.
La massa fluttuante degli arrabbiati, proprio perché non ancorata se non alle
emozioni, è ancora più pericolosa perché può essere facilmente preda della
peggiore demagogia. Anche quel che resta della Lega ha purtroppo imboccato
questa strada, la tesi dello sciopero fiscale è infatti pura demagogia e così
tutti quelli che individuano in Equitalia il vampiro da trattare come bersaglio
anche fisico. In un Paese di evasori atteggiamenti di questo tipo esprimono il
massimo di irresponsabilità e di infantilismo.
Una parte dei "media" offre le sue pagine e i suoi teleschermi
all´amplificazione di questi fenomeni dimenticando che i tumulti dei ciompi
sono sempre stati all´origine delle tirannie.
Poche sere fa una grande rete televisiva come Sky ha dato voce per lunghi
minuti al proprietario della squadra di calcio del Palermo. Tra molte altre
sciocchezze, Zamparini ha rivendicato alla Regione Sicilia il diritto di
battere una propria moneta. Richieste del genere non rappresentano
un´opposizione e neppure una rabbiosa protesta ma una profonda e purtroppo
abbastanza diffusa imbecillità.
* * *
Mi auguro che tra poco sapremo della vittoria di Hollande.
Mi auguro che i nostri partiti compiano al più presto una radicale riforma del
loro modo di finanziare le proprie attività politiche. Mi auguro che cambino in
modo serio la legge elettorale sulla base d´una proporzionalità governabile.
Mi auguro che Monti affianchi le proposte di Hollande, non per isolare la Germania, ma per portarla
finalmente alla guida di un´Europa che affronti con coerenza e tenacia il tema
della crescita con lo stesso rigore pignolo con il quale ha affrontato il tema
del risanamento finanziario. Mi auguro che Draghi prosegua nella sua politica
di attiva liquidità e spinga le banche europee a rimettere in moto il
finanziamento degli investimenti privati.
Mi auguro che la lotta all´evasione sia proseguita con tenacia e senza inutili
folclorismi. Mi auguro che la Rai
sia governata da persone che la liberino dalle consorterie e la restituiscano
ad una funzione di grande agenzia giornalistica e culturale.
Mi auguro che il governo tenga ferma la barra del rigore ma inauguri con
altrettanta fermezza la politica di sviluppo non aspettando il 2014 ma subito,
attaccando le diseguaglianze, tagliando coraggiosamente le spese inutili,
aumentando gli investimenti pubblici e alleggerendo le imposte sul ceto medio
per ridargli fiducia e speranza. E se ci fosse bisogno per procurarsi le
risorse necessarie di tassare i vertici di quella singolare piramide che
abbiamo descritto, lo faccia e sarà applaudito da tutti e perfino dai ricchi
messi a contributo, che debbono esporre la loro ricchezza e i doveri che ne
conseguono come un vanto e non come una colpa.
Mi auguro infine che i giornali e le televisioni riferiscano le notizie e ne
spieghino il significato senza trasformare il giornalismo in un
"burlesque" demagogico e spesso osceno.
Forse l´elenco degli auspici qui formulati è troppo lungo perché possa
interamente avverarsi. Quindi lo stringo all´essenziale: mi auguro che tutte le
istituzioni e tutti gli italiani assumano a guida dei loro comportamenti
pubblici le indicazioni che il presidente Giorgio Napolitano lancia ogni giorno
in tutte le direzioni per fare del nostro Paese una comunità che tenga alto il
senso di responsabilità, i principi di libertà e di eguaglianza e un alto
disegno di patria nazionale ed europea perché, con i tempi che corrono, l´uno
non si dà senza l´altro.
Repubblica 6.5.12

Precedente: Altro che spread






