Gioventù sprecata o gioventù viziata?
Oggi per i giovani il problema non è di essere bamboccioni, ma di non fare la fine dei barboni
«Oggi per i giovani il problema non è di
essere bamboccioni, ma di non fare la fine dei barboni…». Lo scrittore Andrea
Camilleri è ben disposto verso una generazione per la quale inserirsi nel mondo
del lavoro «è come scalare l’Himalaya». L’autore di Montalbano non ci sta a
parlare di “generazione abulica”, un’etichetta confutata dalla «quantità di
ragazzi che fanno volontariato». Il fatto è che «la loro voglia di fare, le
capacità e le energie vengono continuamente frustrate». E se la sua
generazione, quella che ha vissuto la guerra e che dopo ha ricostruito
l’Italia, aveva «tanta voglia di fare, ma soprattutto la consapevolezza che
questa voglia avrebbe portato a qualcosa. Oggi si ha la sensazione che per i
giovani sia tutto ingessato» ed «è un miracolo che i ragazzi non si abbandonino
alla disperazione e all’abulia». Camilleri è uno dei sei “saggi” intervistati
nel libro Gioventù sprecata. Perché in Italia si fatica a diventare
grandi, scritto da Marco Iezzi e Tonia Mastrobuoni. Un
volume di circa duecento pagine in cui gli autori - oltre a dare voce ai
giovani che ce l’hanno fatta restando in Italia e a chi per affermarsi ha
dovuto lasciare il paese - analizzano i fattori che hanno generato il fenomeno
dei “bamboccioni”, con il corollario di situazioni che li inchiodano a una
condizione paludosa, condannandoli a un futuro tutto in salita e avaro di
prospettive. Tra gli imputati, un sistema scolastico sempre più scadente e meno
competitivo, un’università dominata da baronie dove non c’è molto spazio per il
merito, il talento, l’innovazione e la ricerca, un mondo dell’impresa sempre
più vecchio e incapace di rinnovarsi, un sistema creditizio che non si fida di
investire nelle nuove idee e aperto soltanto a chi può offrire garanzie
consolidate. Ma i principali accusati sono una politica e un mercato del lavoro
da alcuni decenni ostili, che condannano le giovani generazioni alla prigione
del precariato. Perché la tanto salutare flessibilità, invocata e sancita da
una serie di normative - a partire dalla fine degli anni Novanta - per
consentire alle imprese di adeguare la produzione alle oscillazioni del mercato
e per incrementare il tasso di occupazione, ha finito per tradursi in uno stato
di precarietà persistente, a causa della mancata introduzione di interventi
efficaci sul fronte delle tutele per chi non ha altra scelta che accettare
contratti a termine o atipici, mal pagati, privi di contributi e ad alto
rischio disoccupazione. Perché quella flessibilità positiva presentata come la
possibilità di passare con facilità da un lavoro a un altro, in un mercato
ricco di opportunità, in cui poter migliorare le proprie competenze e la
propria posizione, in realtà, è una sorte che riguarda pochi. Per tutti gli
altri c’è lo spettro della precarietà sempre in bilico sul filo della povertà,
che non consente di programmare una vita indipendente, emancipata dalla tutela
della famiglia di origine e in grado di costruirne una propria. E il welfare,
la politica abitativa e il sistema creditizio non aiutano. Gli autori del volume
sottolineano come una possibile via di uscita, finora relegata soltanto al
piano del dibattito, potrebbe essere rappresentata dal modello scandinavo della
flexicurity, con l’introduzione di un sistema
di protezione sociale universale che includa anche chi - venendo da
un contratto a termine o atipico - perde il lavoro. Un meccanismo che,
però, per evitare abusi, preveda anche un monitoraggio costante e attento al
fine di verificare che i beneficiari si dedichino a corsi di
aggiornamento, di formazione e che si impegnino nella ricerca di una nuova
occupazione. L’effettiva chiusura del mercato del lavoro agli outsider, l’assenza di politiche strutturali orientate a tutelare e
agevolare i giovani non possono essere degli alibi o delle attenuanti per
giustificare un’insufficiente volontà di mettersi in gioco o la fuga dalle
responsabilità e dai sacrifici. Come ricordano altri due “saggi” intervistati
dagli autori. Se, infatti, la scrittrice Dacia Maraini afferma che «stiamo
creando una generazione di viziati, incapaci di affrontare il mondo», il
regista Mario Monicelli è ancora meno indulgente e più tranchant. «Voi, al contrario di noi, siete soli, disincantati,
disinteressati a tutto. Sì, siete dei mammoni, proprio dei gran mammoni
viziati… Vi siete adagiati sul consumismo, non avete interessi… non avete più
il coraggio di niente». E invita a coltivare non speranze ma «desideri, mete,
traguardi da raggiungere». Perché «il ruolo della politica è sempre stato
quello di incitare la speranza e di tenervi tranquilli e farvi credere che le
cose andranno meglio. È sempre stato così, ma se ci credete siete degli
imbecilli! La speranza è una truffa, è una trappola». Parole pungenti, severe
quelle di un illustre ultranovantenne, appartenente alla generazione che ha
ricostruito l’Italia ma che ha anche creato le premesse delle contraddizioni
che oggi stiamo vivendo. E lo riconosce lui stesso quando dice: «Siete viziati,
siete protetti dalla famiglia… Quando l’Italia si è rimessa in piedi e ha
ritrovato un certo benessere, le persone hanno cominciato a non poterne più di
sacrificarsi, di vivere con poco… E hanno voluto garantire le stesse comodità
ai figli. Ed è così che siete diventati tutti mammoni». Così, ma non solo così.
Mammoni, ma non tutti. Marco Iezzi, Tonia Mastrobuoni
Gioventù sprecata. Perché in Italia si fatica a diventare grandi Laterza (2010)
http://www.ffwebmagazine.it 24
giugno 2010

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