Giornalisti Pupazzetti del potere
In Italia l’opinione pubblica non esiste più da tempo perché il giornalismo (per prima la tv) è riuscito nel corso di questi ultimi vent’anni a sostituirla, ed così facendo a ucciderla.
Uno dei più importanti giornalisti italiani mi aggredisce al
termine della presentazione di un libro dicendomi a brutto muso: ma chi ti
autorizza a dire queste cose di noi? Del suo giornale, della sua categoria.
Colto di sorpresa, non ho la prontezza di spirito per rispondergli,
semplicemente: «Il fatto che ti pago, che compro il tuo giornale», oppure, come
diceva Giorgio Manganelli (e se non era lui va sempre bene): «Il solo potere
che rimane a chi non ha potere è quello di criticare il potere». Lo dico
chiaro: non amo il giornalismo italiano di questi anni, lo considero anzi il
principale responsabile del disarmo morale e civile del paese. E se ci sono
stati e ci sono singoli giornalisti stimabili, più che molti, non sono però
loro che hanno contato, che sono riusciti a contrastare, nel loro settore,
alcunché.
Perché in Italia non ci sono grandi giornali ancora notevolmente presenti,
anche quando non del tutto indipendenti, come, per esempio, i francesi Le Monde
o Libération? Credo che la risposta sia purtroppo semplice. Se non ci sono è
perché, mentre i politici hanno ucciso quasi del tutto la società civile
vedendo i suoi rappresentanti e leader come potenziali rivali del loro
prestigio (e i più colpevoli di tutti, per la loro cultura, per le loro
convinzioni più profonde, per la loro complicità nel “sistema” di potere
vigente sono stati quelli che avrebbero dovuto comportarsi, dicendosi sinistra,
con ben altra chiarezza e responsabilità), allo stesso modo i giornalisti hanno
ucciso l’opinione pubblica sostituendosi a essa, credendo di poterne fare a
meno, di poterla manipolare a piacere, e finendo per persuadere se stessi che,
semplicemente, l’opinione pubblica sono loro, i giornalisti. Se altrove (e
penso ai non amabili Usa) l’opinione pubblica è uno dei poli fondamentali del
funzionamento di una società e i giornalisti fungono da mediatori tra
l’opinione pubblica e la politica, in Italia l’opinione pubblica non esiste più
da tempo perché il giornalismo (per prima la tv) è riuscito nel corso di questi
ultimi vent’anni a sostituirla, ed così facendo a ucciderla.
Quando dico giornalisti intendo in particolare i giornalisti che contano
davvero, e non sono molti. Sono una cinquantina e forse meno – tra
amministratori, direttori e grandi firme, ottimamente pagati dai loro non ingenui
finanziatori. Ma le “firme” sono molte di più, qualche migliaio di persone che
si dicono e ci dicono ostinatamente e ipocritamente di essere indipendenti
mentre dicono solo quel che è i loro datori di lavoro accettano che essi
dicano, scrupolosi nell’interpretarne anche i voleri più nascosti. L’assenza di
un progetto alternativo al tipo di mondo che questi anni ci hanno consegnato –
a quello che viene considerato “lo spirito del tempo”– è la loro unica
giustificazione, ma di certo non han fatto molto perché un altro spirito del
tempo nascesse, crescesse, si affermasse.
Questo è stato il loro pensiero: se le forze in campo determinanti (i poteri)
sono sempre più loschi o laidi e questo è il loro unico gioco, dentro questo
gioco soltanto si può trovare spazio e nutrimento, ma rinunciando a contare
davvero a servizio dei cambiamenti reali e possibili, che non sempre sono
evidenti. Hanno finito così, rapidamente, per non conoscere l’Italia ma
soltanto la politica e cioè il potere, le manipolazione gli intrecci della
politica e dei potenti (banche e padroni), finendo in sostanza per disprezzare
la società poiché ne vedevano il peggio – quel che ne volevano vedere – hanno
finito per accettarne il peggio e molti perfino per esaltarlo, invece di dar
voce a quanto c’era in essa di meno evidente ma di più promettente. Hanno
finito per abituarsi e per abituarci a un’idea della politica fatta di intrigo
e di pettegolezzo, rendendo l’Italia un paese dal provincialismo esasperato,
tremendamente ignorante di ciò che accade al suo interno e intorno a sé, qui e
nel mondo (venti-trenta pagine di gossip e inciucio chiamati politico contro le
due o tre di esteri, per esempio, nei nostri maggiori quotidiani...).
L’accettazione dell’esistente ha voluto dire per i giornali l’accettazione
della stupidità della politica e dell’arroganza del potere economico, ma con la
presunzione di essere loro dei correttivi della politica (non della finanza),
rivaleggiando con essa negli stessi linguaggi e a servizio degli stessi
padroni. Niente affatto un quarto potere ma solo un pezzo dell’ingranaggio del
potere economico e politico.
Maggiordomi o lacchè e divi o divetti, pupazzetti
mediatici capaci però di malinformare disinformare pubblicizzare. (E che stiano
calando, come mi dice chi ne sa, le iscrizioni alle scuole di giornalismo,
nella coscienza degli aspiranti che nei giornali si entra solo per legami di
sangue o per estrema astuzia, mi pare un buon segno.)
Credendo di contare chissà quanto, disprezzando le potenzialità della realtà a
vantaggio della cruda realtà dell’immediato e del potere, i giornalisti hanno
finito per contare solo al negativo nell’evoluzione della nostra società, cioè
nella sua involuzione. Ma, ripeto, il peggio è che essi hanno preteso di esser
loro l’opinione pubblica invece di ascoltarla e di aiutarla a crescere e a
contare. E’ questo un aspetto centrale dell’anomalia italiana e della nostra
decadenza morale e civile.
P.S. Poiché mi sento molto a disagio nel dare lezioni, cercherò di precisare il
campo di intervento di questa rubrica occupandomi in futuro anzitutto degli
esempi positivi del nostro presente e del nostro passato recente, insistendo
sul buono da affermare più che sul cattivo da contrastare.
http://www.unita.it 30 dicembre 2010

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