Gesù e il dovere della critica storica
Una riflessione sul libro "Gesù – L’invenzione del Dio cristiano" di Paolo Flores d’Arcais
Caro Paolo,
questa riflessione la scrivo apposta in forma di lettera (aperta?), che è
quella più conforme, io credo, al suo oggetto – un saggio che vuole
eminentemente provocare a pensare e a discutere, e al lettore che voglia
accogliere la provocazione. Non soltanto alla lettrice che io sono, ma al tipo
di lettore cui si rivolge. Un non specialista di questioni di cristologia e di
critica storica o teologia biblica, uno che sia a qualche titolo interessato
all’argomento, lo sia ad esempio da credente, da miscredente, da laico di
sentimenti più o meno cristiani, da semplice cittadino della “nazione
cattolica”, più o meno preoccupato dell’apparente involuzione, dopo la
parentesi del Concilio Vaticano secondo, del pensiero predominante nelle
gerarchie romane relativamente alla modernità e ai suoi fondamentali
ingredienti – in questo caso la critica storica, come in altre occasioni
potrebbe essere la laicità dello Stato o l’autonomia morale delle persone
adulte. Ma una lettera, che è un abbozzo di futura conversazione, è anche per
me la forma più appropriata a porti, ponendo a me stessa, le questioni che a
quel tipo particolare di ignorante in filologia biblica che è il filosofo (o
almeno, alcuni filosofi, fra cui purtroppo mi conto) il tuo argomentare
solleva.
Dico subito che vale certamente la pena di leggerlo, questo smilzo libretto –
anche perché non è affatto una pena ma un piacere, molto spesso istruttivo e in
alcune pagine avventuroso – e non solo di leggerlo, ma anche di meditare sulla
provocazione annunciata dal sottotitolo: L’invenzione del Dio cristiano.
Provocazione che però forse va al di là delle tesi che il saggio espone, e
anche del suo immediato obiettivo polemico: il secondo volume, da poco uscito,
dell’opera di Joseph Ratzinger su Gesù. Ecco: se fossi convinta che il valore
di questo saggio sia nella giustezza con cui colpisce questo suo bersaglio
polemico, non potrei evidentemente dirne nulla prima di aver verificato questa
giustezza. Il che comporterebbe non solo la preparazione biblistica che non ho,
ma – molto meno – che avessi letto quest’opera di Ratzinger. Se dunque rifletto
e scrivo di questo saggio senza aver letto il Gesù di Ratzinger (il
cui primo volume fu ad esempio salutato da Carlo Maria Martini come un libro di
devozione più che come un libro di teologia biblica, cosa che toglie la voglia
di leggerlo ai non devoti), è appunto perché mi provoca a pensare in un senso
che va al di là di questo tuo obiettivo polemico.
Perché è tutto, questo tuo argomentare, come il sottotitolo: a primissima
impressione uno shock, in seconda battuta un’evidenza che non dovrebbe suscitare
contestazione. Che il Dio cristiano sia stato “inventato”, cioè concepito ex
novo rispetto alle fonti ebraiche, a quelle giudeo-cristiane, e perfino, in
grande misura, rispetto a quelle paoline, nessuno studioso di teologia –
patristica, scolastica, moderna o contemporanea – potrebbe negarlo, tanto meno
un cattolico romano, ben consapevole che fonte della dottrina, per lui a
differenza che per un protestante, non è la sola scriptura, ma questa
insieme con la teologia, “razionale” o speculativa, e biblica, cioè esegetica
ed ermeneutica, e con i documenti in cui si esprime il magistero della chiesa
di Roma.
Vale a dire, di quella particolare chiesa visibile che a torto noi italiani
identifichiamo con la “chiesa cattolica”, denominazione questa più appropriata
alla chiesa universale o invisibile, qualunque cosa sia, che è oggetto di fede
nel Credo niceno (“…una, santa, cattolica e apostolica”), recitato in
tutte le centinaia di denominazioni cristiane che non si riconoscono
nella chiesa di Roma. Ma lo stesso, io credo, si può dire almeno delle prime
due tesi del libro: Gesù non era cristiano; era un ebreo osservante, rimasto
tale fino alla morte. Se, almeno, restiamo come tu proponi ai testi sia pure
canonici del Nuovo Testamento, letti tanto per quello che effettivamente dicono
quanto in base ai metodi della critica storica. Più controversa, credo, è la
terza: non si è mai proclamato “messia”, ovvero “Cristo”, l’unto del Signore.
Poco importa: come ben chiarisce il capitolo dedicato, fiumi d’inchiostro sono
stati versati sulla “coscienza messianica” o no di Gesù, e tu stesso dici che
non il proclamarsi messia, inviato di Dio che annuncia e in qualche modo
inaugura la venuta del Regno, sarebbe stato blasfemo a orecchie ebraiche (ci
furono altre proclamazioni, come quella di Simon Bar Kocheba da parte di rabbi
Akiba nel 135), ma la credenza nella divinità di un uomo, fosse pure il messia.
E che Gesù, all’inizio anche Paolo, predicassero imminente la fine dei tempi, è
fuor di dubbio: ricordo un bel libro di Carlo Maria Martini su quella sorta di
fenomenologia della disperazione sublimata in un’intuizione della trascendenza,
in cui il grande biblista vedeva consistere la disillusa maturità paolina. E
anche tu parli del secondo grande lutto che dovette essere elaborato dopo la
morte di Gesù e prima della distruzione del Tempio – l’indefinito rinvio
dell’avvento del Regno.
Per passare a questioni forse di minor momento, mostri benissimo quanto ignari
siano i primi seguaci e i primi testi, da Paolo fino a Marco, di una verginità
di Maria, e quanto inconsistente sia comunque l’idea del “figlio unigenito”
anche per parte di Maria, di cui tutte le fonti attestano i numerosi altri
figli e figlie – fra cui naturalmente Giacomo, “fratello del Signore” nonché
capo della comunità giudaico-cristiana di Gerusalemme. Sull’affascinante
pluralità delle sette cristiane, e giudeo-cristiane, dei secoli fino al IV, non
c’è dubbio possibile, e qui il libretto è davvero godibile, nella sua sintetica
esposizione di quella “Babele, lussureggiante di teologie inconciliabili” che
va dalla demonizzazione del Dio vetero-testamentario cacciato dal Gesù divino
di molti gnostici, alla peculiare teologia anti-paolina dei Marcioniti, a ogni
sfumatura di spirituali, asceti o gaudenti, dualisti o scettici, in continuità
o rottura con la matrice giudaica, e accomunate solo dal furore teologico
reciproco. Fino all’ipotesi di Schlomo Pines, ripresa da Hans Küng, che tu
esponi, secondo la quale perfino Maometto, seicento anni dopo la morte di Gesù,
è completamente tributario dell’eredità giudeo-cristiana sopravvissuta ai
margini del deserto siriano…
Si tratta dunque nella maggior parte dei casi, come tu stesso scrivi, “di
divulgazione di tesi storiografiche ormai largamente consolidate fra gli studiosi”.
Fra la schiera di dotti che tu citi, oltre ai massimi “riduttori” della figura
di Gesù come Geza Vermes, ma anche a molti altri destinati per la maggior parte
dei tuoi lettori a restare dei meri nomi, ci sono anche autorevolissimi
studiosi cattolici, da Giuseppe Barbaglio, a Hans Küng, al cardinale Jean
Daniélou.
E proprio questo è il punto, quello che a mio avviso provoca a pensare, al di
là della polemica contro Ratzinger. All’attuale Pontefice rimproveri, non certo
la cristologia dei concili di Nicea (325) e Calcedonia (451) ma la pretesa di
proiettare il Cristo teologico sul Gesù neotestamentario (e ben spieghi ai tuoi
lettori meno esperti come si costruisce, a strati, l’insieme di testi che
verranno in seguito a far parte del canone del Nuovo Testamento, a partire dal
suo primo documento, le sette epistole paoline autentiche che precedono la
distruzione del Tempio di circa vent’anni, fino al quarto Vangelo che risale al
primo decennio del II secolo). Per farlo, e “salvare” la tesi della fondazione
dell’unica chiesa da parte di Gesù, è addirittura necessario nascondere verità
attestate dagli Atti degli Apostoli e dalle epistole, e accertate dalla critica
storica, come l’osservanza ebraica, sacrifici compresi, dei componenti la prima
comunità di seguaci di Gesù, e la predicazione della fine dei tempi come
imminente (Ratzinger scrive invece che Gesù ha annunciato la fine dei tempi in
un futuro indefinito: “un secondo e ancor più smaccato falso storico di papa
Ratzinger”).
Tu parli di “bugie”. E può ben darsi che si sia letteralmente arrivati a
questo. Ma è qui, dove finisce la tua certezza, che comincia il mio dubbio. C’è
una parte di questo dubbio che potrebbe essere risolta verificando fino in
fondo la tesi delle bugie. Eccola. Molto spesso mi sono stupita di quanto
l’ignoranza elementare rispetto ai dati più acquisiti della critica
neotestamentaria da un lato, della grande teologia speculativa e spirituale
dall’altra, siano egualmente distribuite fra cattolici praticanti e critici
militanti. Un po’ come in ogni famiglia italiana, con la zia bigotta e il
cugino mangiapreti. E’ addirittura sconcertante, a volte, come moltissimi
intellettuali (che so, sindacalisti, economisti, giornalisti, politici non
analfabeti) che si dicono cattolici ignorino beatamente perfino la loro
ignoranza in queste materie. Entrambi le considerano cose da preti, appunto,
che poi deleghino beatamente alla gestione dei preti la loro coscienza
spirituale, e (molto peggio) quella morale, o che invece gettino lo stesso
abominio sulle superstizioni alla Padre Pio e sul Prologo del vangelo di
Giovanni. Senza accorgersi che i preti più avvertiti ormai non dicono neppure
più “Gesù Cristo”, ma hanno cura di parlare alternativamente o di Gesù o del
Cristo, a volte perfino nelle prediche. Per forza: il sapere che tu divulghi è
ormai materia obbligatoria dei seminari. E allora, ben al di là delle eventuali
acrobazie dell’attuale Pontefice che è sventuratamente anche un biblista,
potremmo chiederci perché non sia prima, primissima cura di ogni prete
dissipare un po’ di quest’ignoranza, anzi farlo dalla mattina alla sera. E qui
la tua risposta potrebbe anche essere quella giusta: mentono sapendo di
mentire. Perché anche l’omissione di informazione, specie nei confronti delle
anime che ti si affidano o delle menti che ti interrogano, è una forma di
menzogna. Questa tesi è quella dei mangiapreti di ogni estrazione e livello di
cultura. Ne è piena ogni famiglia, anche la mia.
Bene, supponiamo che ci sia del vero in questa tesi. Ma allora la seconda parte
del mio dubbio è: ma che bisogno ne hanno, della reticenza o della menzogna?
Per tenere in piedi l’intera baracca, sarebbe l’ovvia risposta, cioè a fini di
potere. Sì, ma allora che ne facciamo di certi cardinali, come Daniélou o
Martini, che sono stati per tutta la vita certamente meno reticenti? Infatti,
diresti tu, sono i perdenti. Ma perché, insisto io? Questa è la parte finora
irrisolta del mio dubbio. Che bisogno c’è di mentire, se tutta la grande
teologia cristiana (in particolare cattolica, se guardiamo all’ultima grande
fioritura post-riformistica, quella della mistica di Teresa e Giovanni della
Croce, ma anche di François de Sales e di Fénélon, sulle cui intuizioni
costruisce perfino Leibniz) si è costruita a partire dalla tesi (per la verità
già paolina, anche se Paolo l’avrà certamente intesa in senso diverso da quello
in cui la intendono Origene, Ambrogio e Agostino) che “la lettera uccide”, e
solo lo spirito vivifica e salva? Ecco, prendi addirittura il dogma centrale
del cristianesimo, quello della resurrezione. Qui anche i normali praticanti
che vanno alla messa di Pasqua lo sanno, perché i testi vengono letti,
alternativamente, tutti: si vede bene quante discrepanti versioni ci siano, ma
soprattutto si vede proprio bene che ciò che contiene il cuore dell’esperienza,
dell’emozione rivissuta e ritualizzata nella liturgia, è precisamente ciò che
va in direzione contraria all’ipotesi materialistico-soprannaturalistica del
miracolo, contraria alla biologia e quindi – per quel che credo io –
irrimediabilmente falsa. I discepoli sulla strada di Emmaus non riconoscono il
“Risorto” – e il senso spirituale è tutto lì, in questo non riconoscimento e
nella tardiva “agnizione”, due cose impossibili se si voleva intendere che
quello incontrato a Emmaus fosse lo stesso corpo deposto pochi giorni prima nel
sepolcro. Il “risorto” non è un redivivo! A Maddalena poi lo si dice chiaro – noli
me tangere. Profondissimo, inesauribile monito contro ogni tentativo di
metter le mani del desiderio e del bisogno e poi del potere sopra l’esperienza
commovente della presenza divina, la stessa che – a diversi livelli di cultura
e capacità espressiva, tu racconti – animava le comunità pentecostali, e le
anima ancora oggi dove nascano: fiore delicatissimo e facilissimo da
trasformare in fanatismo demenziale e violento. Profondissimo monito non solo
contro ogni strumentalizzazione e perfino ogni appropriazione istituzionale
della trascendenza (del soffio, del vivo, del respiro di ciò che chiamiamo
“divino”), ma in generale contro ogni modo dell’idolatria ideologica, fino alla
manomissione dei corpi per il bene delle loro anime, fino all’odierna infamia
della legge sul testamento biologico approvata dal nostro parlamento. E ricordo
che Tommaso nella Summa Theologiae riporta un’interpretazione
spirituale dell’episodio dell’altro Tommaso, quello che mette le dita nel
costato del “risorto”: è un’esaltazione della sensibilità esperienziale nella
ricerca spirituale, e insieme un’allegoria cosmologica sul significato del
costato e del cuore nell’analogia macrocosmica! Come se la questione della
verità fattuale della storia del redivivo fosse irrilevante al punto da ridursi
a un banale ma madornale equivoco, un po’ come si dice quando uno vuol mungere
il latte e l’altro gli porta il caprone.
E su questo banale e madornale equivoco la chiesa di Roma avrebbe edificato il
suo potere religioso e temporale, di questo principalmente, come sembra
suggerire il tuo saggio, essa avrebbe ancora oggi, o forse specialmente oggi,
bisogno per restare in piedi? Forse specialmente oggi, perché venuta meno,
nella cultura e nel senso comune, la trama simbolica, metaforica, iconografica
e concettuale delle grandi costruzioni cosmo-teologiche, non resterebbe che una
specie di disperato neo-fondamentalismo o letteralismo scritturale, capace di
far leva sugli ignoranti o sulle mentalità pre-moderne (terzo mondo), o peggio
sui bisognosi di consolazione purchessia, anche superstiziosa – perché non
hanno altro? Ipotesi non implausibile alla fine se è vero che anche da noi sono
approdate e hanno trovato ascolto certe americanate mostruose per strafottenza
e ignoranza filosofica, teologica, filologica, storica e scientifica.
Eppure qui mi resta un dubbio. Non tanto sulla chiesa di Roma o le sue attuali
gerarchie, che mi sembra stiano facendo – o abbiano ripreso a fare – di peggio
per la nostra coscienza morale e civile, e anche per le nostre aspirazioni
spirituali, che ignorare la critica storica. Quanto piuttosto sulla
compatibilità fra onestà intellettuale (e morale) e ricerca spirituale di
tradizione cristiana. Su questa compatibilità si gioca la decisione definitiva
delle coscienze oneste – non solo sul luogo o il diritto di ciò che chiamiamo
il divino nell’economia della loro vita interiore, ma anche sulla valutazione
da dare all’avventura cristiana nella sua globalità, e su quella da dare in
particolare alla sua versione latina e romana, come all’inestricabile
intreccio, nel bene e nel male – purtroppo negli ultimi quattro secoli
soprattutto nel male – fra la storia della chiesa di Roma e quella del nostro
Paese. La storia che canta su ognuna delle nostre splendide piazze, nei
chiostri e nelle biblioteche, nelle cupole e nei palazzi, nei monasteri e nei
borghi sperduti come quello da cui ti sto scrivendo.
Questa compatibilità fra la ricerca spirituale e l’onestà intellettuale,
infine, è, io credo, l’obiettivo primo e forse ultimo di ogni innovazione
teologica. E a me sembra innegabile che la teologia detta “cristiana”, nelle
sue innumerevoli vicende e varietà, abbia tentato e a volte prodotto
innovazioni grandiose, vere e proprie “scoperte” di possibilità nuove, quanto
al senso da dare alla vita, ma anche quanto alla conoscenza della realtà
esistenziale e psicologica degli esseri umani, alla conoscenza del male (e del
bene) di cui siamo capaci e della complessità delle relazioni umane. Ma
soprattutto, abbia a volte fatto vere e proprie, grandiose, scoperte nel campo
di quella parte della conoscenza del bene e del male che travalica l’ambito
dell’etica, vale a dire della ricerca sul giusto (cioè il dovuto da ciascuno a
tutti) – campo del tutto indipendente dalla sfera ulteriore della spiritualità,
come lo sono il dovere e il dovuto rispetto alla grazia e al gratuito. La
conoscenza, intendo, dei valori propri della sfera di ciò che in tedesco si
dice heilig: e non tradurrei affatto “sacro”, ma come da radice
precisa (heilen), “salvifico”: il balsamo, ciò che risana, che
guarisce, che ricrea, che rinnova, che dà vita e giovinezza, che “salva”. In
sintesi, ciò che da noi è sto chiamato il soffio, lo spirito. E allora mi dico:
ben venga il tuo libretto, così sintetico rispetto alla divulgazione di un
sapere necessario a tutti, e anche così polemico: perché dove è in gioco
l’onestà intellettuale non si sarà mai troppo combattivi, troppo critici.
Questo è veramente un dovere morale assoluto dell’intelligenza, e tanto peggio
se correremo, nell’assolvere a questo dovere, il rischio di dire cose imprecise
che altri correggeranno. La critica storica allora sarà stata infine un passo
ulteriore sulla via della teologia possibile: la via della ricerca della
compatibilità fra la resistenza intellettuale più strenua e la resa spirituale
più profonda. In queste due parole del grande Dietrich Bonhoefer – resistenza e
resa – si riassume la migliore eredità teologica contemporanea – credo: non
solo la sua, ma anche di un’altra eroina (come dire: santa) della “rifondazione
della fede”: Simone Weil.
Io non lo so, se la scommessa della “teologia”, come l’ho definita, che è
quella della compatibilità fra l’onestà intellettuale e morale e il fenomeno
della vita spirituale come si manifesta sia nella povera glossolalia (ma anche
nella profezia), sia nelle vette dell’espressione mistica, possa ancora essere
vinta, o sia definitivamente perduta. Era questa, l’ultima parte del mio
dubbio. Non lo so, e perciò resto e resterò probabilmente interiormente
indecisa, e con tutta la mente e tutta l’anima, perplessa. So per certo che a
vincerla, la scommessa, non sarà la sequela di cardinali politicanti, quelli in
auge oggi, la cui massima vocazione consiste nel metter le mani non solo sopra
i nostri corpi inerti, ma anche sulle imprese private e i capitali in dissesto
della sanità – più che della salvezza. Tanto per non essere reticenti, i
cardinali del tipo Tarcisio Bertone, che mandano i “loro uomini”, anche quando
penalmente condannati in secondo grado, a risanare gli affari di un’impresa in
dissesto, e – Dio non glielo permetta – anche a “risanarne” le idee e a
imbrigliarne la sola cosa che ne riscatta ogni altra, la libertà che è ricerca,
e la ricerca che è libertà.
Ma so anche che perfino il cattolicesimo romano, fino che ha avuto una
scintilla anche minima di pentecoste, ha provato, magari in luoghi e libri
oscuri, a vincerla, quella scommessa. So che la speranza che sia vinta anima
ancora certi residui chiostri ed eremi, dove sopravvivono gli ultimi onesti
folli di Dio. E so, per concludere con una nota di attualità, che un giovane
teologo che sta provando (non so se ci riesca, ma certo ci sta provando) a
ricostruire dagli ultimi fondamenti la compatibilità fra l’onestà intellettuale
e lo spirito divino, si vuole ancora “cattolico”, e come tale è designato dagli
studiosi che all’estero ne scrivono. Essentials of Catholic Radicalism – An
Introduction to the Lay Theology of Vito Mancuso, è il titolo dell’ultima
opera di Corneliu Simut (Peter Lang 2011), un teologo rumeno che ha scritto le
sue due monografie precedenti su Hans Küng e su Edward Schillebeeckx, e
definisce Mancuso “una figura-chiave della teologia di oggi”. Da noi la sua
opera non è in generale guardata dall’alto in basso dalla maggioranza dei
filosofi e perfino dei teologi, compresi i suoi maestri. Non solo: ma – e
voglio fare una battuta, ma tutto è così stralunato in questo scorcio triste
della nostra storia, che non so neppure se è solo una battuta – chi lo ha detto
che Mancuso, in forza come docente di teologia moderna e contemporanea
all’Università San Raffaele, non sia fra gli imperscrutabili motivi che hanno
spinto il Cardinal Bertone e la sua casa madre – così gelosa dell’insegnamento
della teologia da aver addirittura ottenuto dallo Stato che fosse proibito al
di fuori dei suoi seminari e delle sue università – a farsi carico dei debiti
del san Raffaele, e magari cammin facendo anche della sua libertà?
Ecco, vorrei concludere così. L’enorme successo, invece, che la nuova teologia
di Mancuso ha ottenuto, l’avidità con la quale forse centinaia di migliaia di
persone in questo Paese comprano, e chissà forse anche leggono, i suoi libri,
mi conforta almeno in questa convinzione, che il bisogno di compatibilità fra
l’onestà e lo spirito è profondamente e universalmente diffuso, almeno da noi –
e forse anche nel resto del mondo. Che dunque c’è una ragione per la quale il
mio dubbio – se siano o no state dette parole definitive sull’incompatibilità
fra l’onestà intellettuale e morale e la fede cattolica, se insomma il sapere
che tu divulghi abbia o no l’ultima parola – resta ancora irrisolto. Ed è, in
fondo, una ragione di speranza.
MicroMega (12 settembre 2011)

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