Franz Kafka in Gottlandia
Consiglio questo libro anzitutto agli aspiranti giornalisti, perché imparino qualcosa del mondo e perché vedano che si può ancora fare del giornalismo un’arte.
La parola "kafkarna", intraducibile ma usata a Praga nel
linguaggio corrente, deriva ovviamente da Kafka – il più illustre scrittore di
quella città con Hasek, quello del "Buon soldato Schwejk", con
Hrabal, quello di "Ho servito il re d’Inghilterra", e con Capek,
quello di "R.U.R."dove si trovò per la prima volta, negli anni venti
del Novecento, la parola "robot". "Kafkarna" potrebbe venir
tradotto approssimativamente con "assurdo", e d’altronde anche noi
usiamo l’aggettivo “kafkiano”, piuttosto a sproposito, per dire qualcosa di
simile.
Gadda, in un famoso intervento contro il neorealismo, disse che “barocco è il
mondo” e che all’artista non resta che mostrane la baroccaggine. Ma forse più
che barocco esso è oggi assurdo: assurdo è, a ben vedere, il nostro modo di
vivere, cioè il modo in cui accettiamo di vivere, in cui accettiamo le regole
delle società che ci hanno intrappolato. Ce lo ricorda "Gottland", il
libro del giornalista-scrittore polacco Mariusz Szczygiel (nome difficile da
pronunciare per noi italiani, ma che tradotto darebbe Cardellino), edito da
Nottetempo nella vivace traduzione di Marzena Borejczuk, che è dedicato appunto
a Praga e alla Repubblica ceca, ma anche alla ex Cecoslovacchia che comprendeva
Boemia, Moravia e Slovacchia fino alla caduta dei muri (e non era stato sempre
così). Si tratta di un insieme di “pezzi” o racconti che dimostrano la vitalità
del giornalismo polacco, forte di una tradizione tardo-umanista capeggiata da
Kapuscinski.
Intanto è rimarchevole che un polacco dedichi una serie di investigazioni e
racconti a un Paese confinante, ma assai diverso dal suo: la Polonia, cattolica, è un
posto dove ci si butta nella Storia ed è onorevole morire per la patria, dice
Szczygiel, mentre la
Cecoslovacchia, piuttosto atea, pratica meglio l’arte della
resistenza passiva. In una serie di percorsi biografici – la famiglia Bata
delle famose scarpe, l’attrice Lida Baarova che fu amante di Goebbels e recitò
anche nei "Vitelloni", uno scrittore che cambiò nome e stile passando
dall’esaltazione del fascismo a quella del comunismo, la vecchia nipote di
Kafka che ha sempre rifiutato le interviste, la costruzione e la distruzione
della più grande statua di Stalin nell’impero sovietico, le disavventure dello
sceneggiatore Kachyna che cominciò così un soggetto: «Questa storia è
inventata. I fatti realmente accaduti furono molto più atroci», le vite
parallele di alcune dive della canzone e di un tal Gott il divo numero uno
della musica cèca da anni, una via di mezzo “tra Elvis Presley e Luciano
Pavarotti” (e Gott vuol dire Dio), eccetera – l’autore ci aiuta magnificamente
a capire un Paese, la sua cultura, la sua storia.
Consiglio "Gottland" per due motivi che sono anche molto italiani, e
lo consiglio anzitutto agli aspiranti giornalisti, perché imparino qualcosa del
mondo e perché vedano che si può ancora fare del giornalismo un’arte. Il libro
è dedicato a Egon Erwin Kisch, un geniale giornalista ebreo praghese degli anni
di Weimar, pressoché sconosciuto in Italia che lessi in francese quando per
capire il presente credevo fosse fondamentale capire di più degli anni Trenta
del Novecento. Kisch girò il mondo, sui fronti della pace e su quelli delle
guerre e inventò un modo di fare giornalismo influenzato dagli scrittori delle
avanguardie, un modo che qualcuno definì “cubista”. Szczygiel parte da lì, il
suo maestro è Kisch e non Kapuscinski. La scrittura deve adeguarsi a un mondo
che è assurdo e spiegabile solo se ne colgono le incongruenze, i paradossi,
perfino la comicità che s’unisce alla tragedia. Il giornalismo può elevarsi a
forma d’arte, "Gottland" dimostra che il giornalismo può essere
ancora (lo è rarissimamente) un’arte fondamentale del nostro tempo.
Ho citato Kapuscinski anche per un secondo motivo, le chiacchiere sulla
sua presunta doppiezza. È una canzone stranota: certi servili intellettuali di
oggi devono dimostrare che tutti si è servili (vi ricordate del caso Silone,
del caso Bobbio?), e fa loro comodo dimenticare la differenza tra chi vive
sotto una dittatura e, se vuol lavorare e vivere deve accettare per forza dei
compromessi, e chi, oggi, in una democrazia dominata dal denaro, serve
voluttuosamente il potere insultando chi ben altri poteri ha dovuto sopportare.
Cosa avrebbero fatto questi nostri moralisti del cavolo se fossero cresciuti e
vissuti, per esempio, sotto il fascismo? Ce ne avrebbero fatte vedere delle
belle, certamente! Leggano, per restare in Italia, nel vecchio libro Laterza su
"La generazione degli anni difficili" la testimonianza di Italo
Calvino e di altri diventati adulti al tempo del duce. "Gottland" non
parla solo di Praga, anche dell’Italia di ieri e dell’Italia di oggi, più
"kafkarna" che mai...
http://www.unita.it 05 aprile 2010

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