Felicità
Abitare accanto a chi sorride molto fa bene e un amico è meglio della Ferrari.Perdere il lavoro è un dramma ma l´autostima vacilla meno se è un problema diffuso
Cercare, e trovare, la felicità utilizzando criteri razionali, statistiche e
calcolo delle probabilità deve essere davvero possibile se il più autorevole
quotidiano economico-finanziario inglese dedica alla ricetta un´ampia
inchiesta. Cominciando a sfatare i principali luoghi comuni: non solo il denaro
non rende felici, cosa che in molti già sospettavano, ma anche eventi
drammatici, come il divorzio, possono diventare un ingrediente cruciale per
migliorare la propria vita.
Tra i "sette segreti per essere felici", rivelati da Nick Powdthavee
(già autore di una fortunata "happiness equation") insieme al
giornalista Carl Wilkinson, alcuni sono sorprendenti. Si comincia dal denaro,
che può comprare soltanto "piccole felicità", si prosegue con gli
amici e la vita di relazione che valgono più di una Ferrari Scaglietti, poi comincia
a prendere a picconate i luoghi comuni.
La vincita alla lotteria, ad esempio, non rende felici, o quanto meno non lo fa
subito: ci vogliono almeno due anni per godersela, mentre un aumento di
stipendio entra subito nel circolo del buon umore. Perdere il lavoro non è un
gran problema se il tasso di disoccupazione del proprio paese è alto, e se
raggiunge il 20 per cento smette del tutto di esserlo, quanto meno in termini
di autostima.
E ancora: meglio avere amici grassi, che ci faranno sentire meno disgraziati se
anche noi aumentiamo di peso; meglio divorziare che vivere con chi ci affligge,
e meglio ancora se siamo noi a chiedere e a condurre la separazione. Infine, il
mistero del "contagio": persone felici che vivono nell´appartamento
accanto al nostro o nel raggio di pochi chilometri possono contribuire a fare
di noi persone più felici in futuro. Senza troppa intimità, però, perché se
vivono nella stessa casa o nello stesso ufficio le probabilità di contagio si
abbassano rapidamente.
L´inchiesta del Financial Times è accompagnata da testimonianze dirette di
uomini e donne che raccontano il proprio concetto di felicità: il matematico
che riesce a risolvere un problema, la ristoratrice che trova il tempo di
cucinare per gli amici, il milionario diventato filantropo.
E da un´abbondanza di ricerche comparate, da quelle di David Gilbert ad Harvard
(lo psicologo che per primo ha dimostrato come gli stereotipi rischino di
influenzare negativamente le nostre scelte, spingendoci ad esempio a prove
professionali troppo dure per guadagnare di più, o a trasferimenti in luoghi
climaticamente migliori che poi si rivelano troppo lontani e ostili) fino agli
studi di Andrew Oswald, che già nel 1990 aveva lanciato il primo
"tariffario esistenziale": una buona salute può valere oltre un
milione di sterline, 200.000 equivalgono a un buon matrimonio, mentre la morte
di un amico equivale a perderne 8.000 e quella di un figlio 126.000.
E in Italia? Lo studio comparativo più approfondito (trascurato dal quotidiano
inglese, che ha preferito giocare sul "prezzo" dei principali eventi
esistenziali) resta quello condotto ad Harvard dall´italo-inglese Roberto Foa
con altri tre economisti e pubblicato su Perspectives on Psychological Science:
la quota di chi si definisce "molto felice" è passata nel nostro
paese dal 10 per cento del 1981 al 18 per cento del 1990 per ricadere al 16 per
cento nel 2007. L´Italia si piazza così al 17° posto in Europa, dietro
l´Ungheria e la
Moldavia. Spiegazioni? Secondo Foa, «la felicità è aumentata
molto in Europa negli ultimi 25 anni soprattutto in relazione ai maggiori
livelli di libertà personale e collettiva raggiunti in molti Paesi, non invece
in relazione alla crescita economica».
Controprova? Gli uomini sono più felici delle donne, che pure - in relazione al
punto di partenza - hanno guadagnato nell´ultimo quarto di secolo più spazi
economici e sociali. A fare danni al tono dell´umore femminile è qualcosa di
molto simile al "teorema degli amici grassi" lanciato dagli inglesi:
il paragone tra le proprie difficoltà e quelle dei maschi.
Perché, come dice Marta Dassù, studiosa di politica internazionale, «in Italia
all´impegno con cui molte donne affrontano la vita professionale non
corrispondono risultati analoghi a quelli di molti uomini, e si rischia di fare
molta fatica con scarso costrutto».
Repubblica 30.8.10

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