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Europa. Il pericolo ci salverà

Occorre risvegliare gli anticorpi che nella società ancora esistono

 

 

Europa, la bella figlia del re di Tiro, fu rapita dai Cretesi, soggiogati dal suo fascino. Ma il mito greco vuole che il ratto sia stato invece compiuto da Zeus in forma di toro; così da assegnare all’Europa, fin dall’inizio, la patente di terra amata dagli dei, di terra benedetta. Clima temperato, suolo fertile, la cintura del Mediterraneo, grande estroversione umana. Ippocrate, fondatore della medicina, teorizzò per tutto questo l’indiscutibile primato degli europei sugli altri popoli allora conosciuti.
Che rimane, oggi, di questa paradisiaca «identità europea»? Dall’economia alla società, dalle crisi finanziarie alle rivolte inglesi, sono molti i segni di uno scollamento della dimensione civile dell’Europa, dunque della sua cultura. «Il momento è globalmente molto difficile. Vengono redistribuite enormi fette di potere e Paesi come il Brasile, l’India e il Sud Africa, fino a poco tempo fa considerati poveri, sono i depositari della speranza nel futuro» dice Remo Bodei, il filosofo allievo di Ernst Bloch e Eugen Fink, docente alla Normale di Pisa, alla New York University e all’Università di California a Los Angeles. «L’Eùropa subisce un degrado. A cosa può appigliarsi per ritrovare se stessa, essendo un gigante dai piedi d’argilla, formato da ventisette Paesi con storie tutte diverse, in una estensione che va dalle Azzorre a Cipro, dal Circolo polare artico a Malta? Due le vie: una costituzione politica omogenea con rappresentanti credibili e la precisa volontà di puntare sulla ricerca, investendo in innovazione e tecnologia. Al momento, nulla si fa in questo senso. E mentre certi valori orientali, ad esempio il lavoro fondato sulla collettività, alla confuciana maniera, fanno crescere le economie asiatiche, noi puntiamo sull’attività individualistica. Estremizzando, si può dire che abbiamo dimenticato l’ora et labora di san Benedetto (soprattutto il secondo) e, ancora prima, alcuni valori fondanti del pensiero della Grecia e di Roma».


Quello appena cominciato sarà il Secolo cinese?
«Non so. Molto probabilmente non sarà il secolo europeo. Dal 1683, anno in cui i Turchi arrivarono a Vienna, al 1917 nessun esercito extraeuropeo aveva più messo piede nel nostro continente.
L’impero americano sull’Europa cominciò in quel 1917, con il primo conflitto mondiale, ed è continuato quasi fino ad oggi».


Quali ipotesi fare, o tentare, per ritrovarci?
«La prima: uscire gradualmente dall’eccesso di consumo. Che significa una stile di vita più sobrio, ma con la riconquista di altre forme di soddisfazione; il cambiamento dei metodi di produzione e di ripartizione del tempo libero; la capacità di riappropriarci del silenzio, di spazi meditativi in cui confrontarci con noi stessi; la ripopolazione di zone abbandonate che potrebbero essere rivitalizzate; l’utilizzo degli anziani — la vita media si è assai allungata — con funzioni educative; il servizio civile obbligatorio; un nuovo modo di insegnare la musica».


Ripopolare. Dove, ad esempio, in Italia?

«Dalla Liguria alla Calabria, nel nostro Paese c’è stato il progressivo abbandono degli Appennini. Gli ultimi pastori, in certe zone, sono serbi e montenegrini. Diamo le terre, le case disabitate da anni, ai giovani e ai disoccupati, che forse vorranno impegnarsi per loro stessi e per la collettività risollevando territori bellissimi».


Gli anziani nelle scuole?

«Evitiamo gli sprechi di vita e di intelligenza che avvengono lasciando gli anziani, con il loro bagaglio di vita e di esperienza, inattivi, in una emarginazione che non meritano. Anche solo, nella maggioranza dei casi, per la loro ottima condizione di salute fisica e mentale. Bisognerebbe in certo senso estendere, rendere ufficiale, sistematica, la funzione vicaria che hanno oggi i nonni nelle nostre famiglie».


Il servizio civile?
«E’ stato abolito quello militare: sarebbe auspicabile (anche se incontrerà tante resistenze, soprattutto pratiche) una leva civile obbligatoria di sei mesi, ad esempio, che supplisca all’antico scambio fra culture, da Nord a Sud e viceversa, procurando l’indispensabile impollinazione culturale fra territori diversi. Non dimentichiamo che L’Europa, fin qui, l’hanno fatta più l’Erasmus e Ryanair che altre cose».


La musica?
«Va insegnata ai giovani in modo sistematico, non superficialmente, perché disciplina sostanziale.
Il XIX secolo ebbe, attraverso musicisti come Giuseppe Verdi, la voce giusta per la lotta e per il riscatto. Il Verdi risorgimentale, come dice il maestro Riccardo Muti, non solo esteticamente incarna lo spirito unitario e la volontà degli Italiani di essere un popolo e una nazione, bensì testimonia una forza e una volontà del tutto autentiche».


L’attuale primato tedesco può risalire all’attivismo lavorativo di derivazione protestante?
«Non sono, in questo, del tutto d’accordo con Max Weber, ma certo l’impostazione protestante e il clima, aiutano certi Paesi a lavorare di più. Il Cristianesimo ha insegnato che sono beati i poveri, ma sono stati i Calvinisti a vedere la ricchezza come un segno della benevolenza divina.
Del resto, se l’Inghilterra è stata terra di pastori e contadini fino a che l’asse di influenza si è spostato dal Mediterraneo all’Atlantico: se la Spagna si è cullata a lungo sull’oro e sull’argento delle Americhe, la Germania ha, nel male e nel bene, lavorato. L’Italia? Noi abbiamo giocato sulla nostalgia del glorioso passato di Roma, ricordando spesso che: «l’antiquo valore ne l’italici cor’ non è anchor morto», come scrive Machiavelli, citando Petrarca. E questo, ad esempio nel caso del Risorgimento, ha avuto la sua importanza. Il movimento che ci ha portato all’Unità non è stato, come si dice, solo aristocratico e borghese. Erano tanti i contadini, i braccianti, gli operai fra i carbonari, i mazziniani e i picciotti. La spinta fu autentica e collettiva. Peccato che, da subito dopo, i miracoli che si aspettavano non sono avvenuti. Da Crispi in poi, solo velleitarismo e tendenza a nascondere le difficoltà con l’immaginazione. Il Meridione ha continuato ad essere spolpato, e siamo arrivati ai separatismi, alle inutili rivendicazioni territoriali».


Dunque?
«Bisogna risvegliare gli anticorpi che nella nostra società ancora esistono. Pensiamo a Libero Grasso, ai preti del rione Brancaccio, pensiamo, perché no, a Roberto Saviano, alla fine dei conti tanto maltrattato... Se il riscatto nazionale, politico e civile, partito bene con il Risorgimento, si è poi trasformato in nazionalismo e ridicole divisioni interne, l’Unità, la coesione nazionale, in una Europa ancora da costruire, è qualcosa che può salvarci, perché non è vero che, nell’età della globalizzazione, gli Stati nazionali non contino più».


E’ depressivo il pensiero della grandezza che ci siamo lasciati alte spalle o il pensiero di Socrate, di Federico II, del Rinascimento italiano e di tanto altro, può aiutarci a riprendere lo slancio? Riusciremo a riavere, alla maniera classica, il senso «tragico» della vita?
«Anche se la tragedia si è trasformata in farsa, possiamo certo recuperare l’energia e lo slancio che vengono dal passato, ma questo non basta se non siamo preparati ad affrontare il futuro nella sua imprevedibilità. Verdi, di cui parlavamo prima, nel 1848 scriveva musica, ma diceva anche che bisognava far ricorso alla lotta, trasformare il pensiero in azione ben orientata. Scrive peraltro Hòlderlin: «Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva» dice Hòlderlin. Anche se spesso non c’è mai limite al toccare il fondo, vogliamo dar loro ragione, se non in toto, almeno in parte?».

Intervista di Rita Sala

 

Il Messaggero  Sa 13/08/2011

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