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Eleonora e babacar

Grazie allo straniero siamo portati a chiederci chi siamo, che cosa vogliamo, da dove veniamo. E per effetto di questa domanda siamo portati a trasformarci



Siamo due ragazzi torinesi: Eleonora e Babacar. Torinesi, sì, perché così ci sentiamo. Perché a Torino da alcuni anni lavoriamo e studiamo. Perché a Torino ci siamo conosciuti e a Torino abbiamo i nostri amici. Perché ai trasposti pubblici di Torino paghiamo il biglietto, perché nei negozi di Torino andiamo a fare la spesa e nei bar di Torino a prendere il caffè. Perché nelle case di Torino abitiamo e ai loro proprietari versiamo regolarmente l'affitto. Perché è a Torino che Babacar e il suo gruppo hanno portato in dote dal Senegal la loro danza e la loro musica, un'arte antica e raffinata in cui è iscritta una storia di cui siamo stati, nel bene ma più che altro, purtroppo, nel male, i co-protagonisti (anzi, spesso gli antagonisti) e che quindi ci riguarda da vicino e ci interroga.
Babacar e i suoi compagni organizzano incontri in cui persone con storie, usi, credenze diverse possano smettere per un attimo di essere i rappresentanti di una cultura irriducibilmente altra e tornino a essere persone che si parlano, che si confrontano e si scoprono diverse e uguali, con alle spalle storie che in molti punti si intrecciano inestricabilmente.
Giorni fa la Polizia ha fatto irruzione nell'appartamento dove alcuni di questi nostri amici abitano. Li hanno fatti alzare dai loro letti e fatti spogliare. Dieci uomini adulti, dieci lavoratori, alcuni di loro padri di famiglia, costretti a denudarsi in un'unica stanza per essere perquisiti da sguardi ostili e irriverenti. Due giorni in prigione e poi di nuovo liberi, con un foglio di via che pesa come una spada di Damocle sulla testa. Fino alla prossima irruzione. Fino alla prossima notte in galera con il cellulare spento e gli amici e i parenti a casa in trepidante attesa senza avere notizie.
Abbiamo 24 e 30 anni, siamo un'aspirante antropologa e un ballerino, siamo nati in Italia e in Senegal, ci sentiamo italiani e questa Italia ci imbarazza, ci ripugna e ci addolora. Si fa sempre più impellente la tentazione di voltarle le spalle e lasciarla andare alla deriva, lasciarla affondare in questa palude malarica di cattiva politica, corruzione, degrado morale, ignoranza e vacuità in cui è sprofondata già per metà. Ci sembra sacrosanto il desiderio di non voler essere coinvolti in questo scenario da Basso Impero. Ma non prima di aver pubblicamente affermato il nostro malessere.
Eleonora Spina, Babacar Sall



L'arretratezza di un paese, la sua ignoranza, le sue infondate paure, si misurano anche nella modalità con cui quel paese è disposto ad accogliere lo straniero. Noi lo accogliamo solo se serve a raccogliere pomodori con una retribuzione misera e per giunta in nero, oppure se è in grado di svolgere tutti quei lavori che gli italiani rifiutano. La misura dell'accoglienza è quindi il profitto e le condizioni di accoglienza non si distanziano di molto dalle condizioni di schiavitù.
Siamo ancora molto lontani da quella misura che gli antichi Greci avevano assunto come criterio di accoglienza e che Isocrate così riassume: "Atene ha fatto si che il nome di Elleni designi non più una stirpe, ma un modo di pensare. [...] Per cui siano chiamati Elleni non quelli che hanno in comune con noi il sangue, ma quelli che hanno in comune con noi una paideia", che è poi la capacità di apprendere che non si eredita con il sangue, ma si impara crescendo insieme.
Là dove si assume il sangue o il mito della razza per trovare un'identità e in quel mito rinchiudersi come in un fortino ben protetto, vuol dire che non c'è più alcuna traccia culturale in cui reperire la propria identità. E tutto questo in un paese come l'Italia che, più di tanti altri, ha visto un'interrotta mescolanza di razze, a partire dall'impero romano popolato da genti dalle più lontane provenienze, e poi nell'alto medioevo con l'invasione di popolazioni di origine teutonica e asiatica, quindi gli arabi che in Italia meridionale hanno portato arte e cultura, i normanni, e di seguito gli spagnoli, i francesi, gli austriaci. Davvero se c'è un popolo senza identità di stirpe e di razza è proprio l'Italia, la cui identità è data, più che dal sangue, dall'arte, dalla musica e dalla cultura oggi in via di estinzione. E solo se l'Italia riguadagnerà cultura, Babacar Sall e i suoi amici troveranno nel nostro paese la dovuta accoglienza. Ma allo stato attuale la cosa mi sembra molto difficile.


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