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Economia etica per uscire dalla crisi

Non occorre essere un economista per capire che la crisi devasta, mette a repentaglio la dignità delle persone.

 

 

Come si esce dalla crisi? È possibile immaginare un nuovo pensiero su economia e lavoro? Contratto unico e reddito di disoccupazione, più coraggio nell’affrontare il tema delle pensioni, attenzione a giovani e precari: queste le strade da percorrere per chi vuole far ripartire l’Italia.

Con ancora risonanti le belle parole di chi - come il nostro governo - annuncia che la crisi è alle spalle, l’Ocse ci riporta ai fatti e ammonisce che i contraccolpi sull’occupazione, in alcuni paesi, compresa l’Italia, rischiano di raggiungere il picco nel 2010, con un tasso europeo di disoccupazione che potrebbe toccare il 10%, indebolendo, ancora, soprattutto, precari, atipici e giovani.

Contemporaneamente anche Confindustria, per bocca della Presidente Marcegaglia, continua a rilanciare la necessità di non considerare la crisi superata e di fornire risposte che rimettano in moto la produzione e invertano il calo del Pil, ad oggi calcolato al 4,8 per cento.

Sono abituato, da chirurgo, ad assistere persone la cui vita è a rischio, ad aiutare chi si trova colpito da difficoltà. Ma vedere, per esempio, i lavoratori della Cnh di Imola, alcuni giorni fa, mettere a rischio la propria salute con uno sciopero della fame prolungato per oltre una settimana, mi ha davvero turbato. Non occorre essere un economista per capire che la crisi devasta, mette a repentaglio la dignità delle persone. Attanagliato dalla paura di perdere tutto e dalla paura di rischiare il paese non riparte. Servono invece risposte forti e rapide.

 

Una prima risposta riguarda chi perde il lavoro, oggi troppo spesso privo delle coperture della cassa integrazione che sostiene solo alcune fasce di lavoratori. Occorre ripensare il sostegno al lavoro, spostando dalle imprese ai lavoratori gli strumenti di sostegno al reddito, con investimenti mirati a sostituire la cassa integrazione con un sussidio di disoccupazione che protegga tutte le persone che perdono il lavoro. Ma serve impostare anche un quadro di regole nuovo che, intorno al contratto unico, al salario minimo nazionale garantito, alla formazione continua ricostruisca un sistema di welfare concentrato sulla persona e non sul posto di lavoro. Un sistema non assistenziale, ma capace di coniugare protezione e coraggio, di dare sicurezze e facilitare al tempo stesso chi ha voglia di rischiare, perché investe sulla propria professionalità e accetta di competere in un mercato flessibile, o perché fa impresa, produce, crea lavoro.

 

Il secondo asse di intervento deve riguardare proprio chi fa impresa, i piccoli imprenditori, i professionisti: ridurre i costi del lavoro, facilitare l’accesso al credito in particolare alla donne, premiare comportamenti virtuosi, liberalizzare mercati e professioni, usare la leva fiscale per incentivare gli investimenti e non per punire - colpendo invece severamente chi evade - e per rafforzare la competitività italiana puntando sui protagonisti dell’innovazione, delle eccellenze.

 

E, ancora, occorre aprire una discussione coraggiosa sull’innalzamento dell’età pensionistica, con l’obiettivo di equilibrare verso i lavoratori più giovani l’asset delle garanzie, oggi pesantemente sbilanciato verso adulti/anziani. Si tratta di ribaltare l’idea, tutta italiana, per cui i livelli di reddito personale crescono proporzionalmente all’anzianità. Mentre in tutti i paesi sviluppati la curva creata dal rapporto guadagni/età segue la produttività naturale della vita - crescente prima, decrescente poi - in Italia tale curva diventa retta, crescente e continua. Credo che il Pd si debba proporre al paese come protagonista di un pensiero contemporaneo che vuole un’economia più giusta, sulla base di un pensiero liberale, protettivo e incoraggiante, dalla parte delle persone che lavorano e che fanno impresa.

 

http://www.ilsole24ore.com - 30 Settembre 2009

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