Ecco chi pagherà il conto della Grecia
La situazione si aggrava e gli aiuti previsti non bastano. Tra le ipotesi una ristrutturazione del debito
Chi pagherà per la Grecia?
Mettendo le cose in chiaro, se bastasse il piano di aiuti congiunti fra i paesi
dell’area euro e il Fondo monetario, ai greci nessuno regalerebbe nulla. Al
contrario di quanto strillano molti politici tedeschi, la Germania, la Francia, l’Italia e gli
altri paesi soccorritori riscuoterebbero anzi modesti guadagni sui prestiti ad
Atene. Banche e privati che possiedono titoli di Stato greci potrebbero perfino
rivenderli in futuro a un prezzo più alto di quello a cui li hanno comprati.
Il vero problema è che a questo punto la situazione si è troppo deteriorata
perché basti il pacchetto di aiuti finora (con troppa lentezza) discussi. Ieri
quel controverso strumento finanziario che è il Cds, Credit default swap, dava
secondo complessi calcoli matematici un 46% di probabilità che lo Stato
ellenico risulti insolvente nei prossimi 5 anni. Più a naso, tra una
cinquantina di economisti consultati dalla Reuters quella probabilità viene
stimata in media al 23%. Insolvenza significa fare come l’Argentina, che smise
di ripagare i suoi titoli nel 2001. Di che si tratti lo hanno imparato a
proprie spese molti risparmiatori anche italiani, a cui promotori finanziari
poco seri avavano affibbiato i «Tango-Bond». I danni sono stati pesantissimi.
L’ultima offerta del governo di Buenos Aires, che risale a pochi giorni fa,
comporta una perdita del 66,3% sul valore capitale e un limitato pagamento
degli interessi. Però non pare che in mano a privati italiani ci siano molti
titoli greci.
La Grecia può fallire?
L’insolvenza viene esclusa da tutte le autorità europee e politicamente
appare impraticabile per molti motivi. Uno Stato che fa bancarotta (default il
termine inglese in uso) da quel momento in poi trova pressoché impossibile
raccogliere nuovi capitali sui mercati; mentre la Grecia dovrà continuare a
finanziare i suoi deficit per molti anni. Inoltre, subirebbero gravi perdite
numerose grandi banche di altri paesi dell’area euro (le francesi hanno 79
miliardi di crediti, le tedesche 42, le italiane solo 8, su un totale di 272 in tutto il continente).
Un default metterebbe in gravi difficoltà alcune banche, che forse tornerebbero
a chiedere sostegno da parte degli Stati. Dunque l’insolvenza non va bene,
perché è la soluzione più costosa - potenzialmente anche per i contribuenti
degli altri paesi - oltre che più devastante. L’esito più probabile, di cui in
queste ore gli esperti esaminano i pro e i contro, è una ristrutturazione
concordata del debito greco.
L’ipotesi-riduzione
L’ipotesi della ristrutturazione è stata agitata ieri da alcuni politici
tedeschi, con scarsa chiarezza e ancora una volta a scopi elettorali interni.
Tuttavia si tratta di una ipotesi seria, che non si sostituirebbe affatto al
pacchetto di aiuti pubblici dell’area euro e del Fmi, ma gli si affiancherebbe.
Ristrutturare il debito, in accordo con i creditori, significa allungarne le
scadenze e talvolta anche ridurne l’ammontare.
Circola tra gli esperti un documento scritto da un noto economista,
l’anglo-olandese Willem Buiter, ora a capo dell’ufficio studi del colosso
americano Citigroup. Scrive Buiter: «L’unico esito plausibile è che la Grecia non dichiari
l’insolvenza ma si adegui, probabilmente anche con una ristrutturazione del suo
debito, alle dure condizioni finanziarie che si accompagneranno al sostegno
finanziario dell’area euro».In altri casi simili, ricorda l’economista di
Citigroup, il Fondo monetario ha richiesto accordi di questo genere, in cui
anche il settore privato viene chiamato a contribuire all’onere di salvare un
paese indebitato. La sua ipotesi è che i creditori della Grecia vengano
chiamati ad accettare un «taglio di capelli» (si dice così nel gergo dei
mercati, haircut) ovvero una riduzione «diciamo del 20-25%» nell’ammontare del
loro credito. A tutti coloro che posseggono titoli greci sarebbe chiesto di
adeguarsi.
Allungare il debito
Ufficialmente, le autorità europee smentiscono. Qualche giorno fa aveva
avanzato una proposta più blanda l’economista tedesco Daniel Gros, direttore
dell’importante centro studi Ceps di Bruxelles: limitarsi a prorogare di cinque
anni la durata dei titoli greci in circolazione, senza modificarne il tasso di
interesse. Se bastasse, sarebbe l’ideale, perché il danno ai creditori della
Grecia sarebbe minimo. Quanto alla possibilità di contagio, il diagramma dei
rischi tracciato da Citigroup, diversamente da quello esibito l’altro giorno da
Giulio Tremonti, pone l’Italia a mezza strada tra i paesi che devono fare più
sforzi (Usa compresi) e quelli solidi.
http://www.lastampa.it 28/4/2010

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