Strumenti personali
Portale » Cogito Ergo Sum » E ora i nostri ragazzi diventano un esercito di neet
manif_concerto

E ora i nostri ragazzi diventano un esercito di neet

Le prime vittime della crisi sono i giovani



Neet. Magari se li chiamiamo così fa meno impressione. Perché se espandiamo l’acronimo, viene fuori un poco rassicurante “not in education, employment or training” che, tradotto nel nostro idioma, significa “non studiano, non si formano, non lavorano”. Chi sono? Due milioni – capito bene, d-u-e-m-i-l-i-o-n-i – di giovani italiani fra i 15 e i 29 anni, che non fanno nulla, vegetano. Perché hanno perso la speranza nel futuro, sono sfiduciati, hanno gettato la spugna davanti alle difficoltà, evidenti, oggettive, innegabili. Si sono arresi. E lo hanno fatto perché sentono di non avere le forze né la possibilità di superare quel muro di gomma contro cui sono rimbalzati i loro tentativi di farsi strada nel mondo del lavoro. Non è un azzardo dire, tuttavia, che spesso chi ammaina le vele lo fa anche perché qualcuno glielo permette. Chi? Le famiglie, queste instancabili e amorevoli chiocce che non smettono di covare i loro pulcini, che accarezzano le loro piume e forniscono terreno fertile per i loro alibi, per la pigrizia con cui si trascinano verso la vita adulta.

 

Quanto potrà durare ancora? Non molto, visto che gli effetti della crisi rischiano di colpire, erodendola, quella riserva di sicurezza che per questi giovani è rappresentata dai risparmi dei loro genitori. Mio figlio non trova lavoro? Pazienza, me lo tengo a casa ancora un po’ e gli do la paghetta sufficiente per andare in pizzeria con gli amici, per pagarsi la benzina dell’auto o per comprarsi l’ultimo modello di cellulare. Tanto prima o poi qualcosa da fare dovrà saltare fuori. Una tendenza molto diffusa, come ha evidenziato Del Zio nel suo ultimo libro, soprattutto al Sud, dove il bar diventa l’immagine fisica della sconfitta dei ragazzi meridionali che vi trascorrono gran parte della giornata, una disfatta determinata anche da scelte professionali sbagliate. Perché lì le città pullulano di commercialisti, avvocati, architetti e di laureati in discipline umanistiche, mentre sono carenti di quelle figure tecnologico-scientifiche che potrebbero dare prospettive migliori ai giovani e al tempo stesso promuovere il rilancio industriale e imprenditoriale del Mezzogiorno. Accanto a scelte perdenti e ad atteggiamenti passivi colpevoli, però, non si può trascurare il fatto che le condizioni attuali siano pesantemente sfavorevoli per i giovani. A spasso e a casa con mammà, non ci sono soltanto bamboccioni/neet. Basti dare uno sguardo ai dati diffusi ieri dal rapporto Istat sui riflessi della congiuntura economica in Italia.

Numeri che non sono per niente incoraggianti e che confermano timori e percezioni. E cioè che le prime vittime della crisi sono i giovani, chi arriva adesso nel mondo del lavoro e chi vi fa parte da tempo ma in una situazione di precarietà e di perdurante instabilità. Al di là della colpevole inerzia di alcuni, per molti il mondo del lavoro è un percorso a ostacoli reso sempre più complicato dalla crisi e da un mercato del lavoro asfittico, fatto di aziende che non assumono e che offrono, al massimo, contratti a termine, sottopagati e con mansioni sotto qualificate rispetto alle ambizioni e alla preparazione di ciascuno. Con la conseguenza che la comunità si ritroverà una consistente fetta della popolazione giovanile - anche qualificata - sfiduciata, frustrata e impaurita da un presente difficile e da un futuro dubbio, dove l’unica certezza è che le toccherà accollarsi oltre alla propria sopravvivenza anche il fardello di una società che invecchia, da sostenere con risorse inadeguate.

 

Come uscire da questo vortice avvilente? Lo sforzo per tirarsi fuori dal gorgo non può non essere comune e dovrebbe riguardare, da un lato, gli stessi giovani che devono continuare a credere nel proprio futuro e a costruirselo mettendo a frutto le proprie potenzialità e investendo sulla propria formazione. Dall’altro, la politica che non può esimersi da interventi sul piano culturale e formativo e su quello materiale, con azioni mirate a tutelare i giovani da una situazione economica penalizzante. Sul primo versante, dovrebbe agire a monte e fare in modo che la scuola fornisca veramente a tutti pari opportunità di crescita e miglioramento. Non può infatti perdurare una situazione, come quella fotografata dall’Istat, per cui oltre il 18 per cento dei giovani in un anno non ha usato il computer nemmeno una volta, e più del 43 per cento non ha letto un libro. A meno che non provengano da famiglie con un’istruzione e una qualifica professionale medio-alta. Come si preparano i giovani ad affrontare in maniera propositiva e vincente le sfide della società attuale se non si danno loro gli strumenti necessari? E, invece, ci troviamo con il tasso di abbandono scolastico tra i più elevati in Europa, con un più basso numero di laureati rispetto agli altri paesi Ocse e con un livello di competenze tecnico-scientifiche altrettanto insufficiente. Sull’altro versante, la politica non può prescindere dall’attuare iniziative che rendano meno precaria la condizione giovanile, che incoraggino le aziende a investire sui giovani e sulla loro formazione, che facilitino l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, che agevolino i più giovani nell’acquisto della casa. E promuovano tra loro, com’è stato in parte fatto dal ministero della Gioventù, una cultura d’impresa. Per stimolare lo sviluppo di una mentalità nuova, meno attendista e più propositiva.

http://www.ffwebmagazine.it  27 maggio 2010

Azioni sul documento