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E adesso l'Europa di segua

L’etichetta obbligatoria è legge in Italia

 

 

Con l´allarme diossina in Germania, abbiamo toccato con mano per l´ennesima volta quanto possa essere assurda e ingiusta l´impossibilità di conoscere con certezza la provenienza di alcuni cibi e dei loro ingredienti. Ieri fortunatamente è stato approvato in Italia una legge che colma questi vuoti obiettivamente ridicoli.
Tutti dovremmo compiacerci: l´obbligo di dichiarare l´esatta provenienza degli ingredienti e di indicare il luogo di trasformazione è una bella conquista. Non soltanto perché consente di fare prevenzione, di intervenire in caso di problemi nelle filiere, di smascherare meglio le frodi o di difendere il made in Italy premiando i produttori più bravi. Questo è un passo importante per sancire un diritto elementare di ogni cittadino: poter sapere con più esattezza possibile che cosa sta mangiando. Dovrebbe essere normale e scontato, ma c´è voluto tempo e non lo è ancora fuori dall´Italia, perché il nostro decreto ribalta di netto la logica che prevale nell´Unione europea.
Secondo l´Ue, infatti, l´assenza d´indicazioni sull´origine degli alimenti non costituisce necessariamente un danno per i consumatori. È un´affermazione che non si può condividere in nessun modo, tanto più su un pianeta dove le merci possono viaggiare ovunque e processi produttivi industrializzati spostano la conoscenza e l´informazione sul cibo largamente nelle mani di chi produce.
Il decreto ha quindi le caratteristiche per fare storia e giurisprudenza: l´Unione europea dovrà esprimersi entro 90 giorni per verificare l´armonizzazione con le norme europee ed eventualmente segnalare incongruenze. Ciò non significa che si aprirà subito un processo d´infrazione, come molti sostengono, ma che l´Italia mal che vada sarà chiamata a fare modifiche e solo se queste non saranno recepite ci saranno allora le basi per un´infrazione.
Non è il caso di essere pessimisti: c´è anche chi ipotizza, visto il nuovo corso inaugurato dal commissario europeo all´agricoltura Dacian Ciolos, che l´Ue non si dichiarerà contraria, poiché il decreto potrebbe anticipare una linea futura di Bruxelles. E poi abbiamo un precedente dalla nostra parte: quello sull´etichettatura dell´olio extravergine d´oliva. Alla fine l´abbiamo avuta vinta: ci sono voluti 12 anni (dal ´98 al 2010) ma ora è obbligatorio dichiarare dove sono state coltivate le olive. Possiamo davvero influenzare l´opinione pubblica di altri Paesi, e credo che questo sia anche un compito della società civile, che dobbiamo assumerci tutti.
Altro fattore interessante del decreto, poi, è che metta in evidenza un ulteriore vuoto legislativo europeo, riaprendo la questione sui mangimi Ogm nelle filiere animali. Qui la partita sarà ancora più complicata, ma è già un inizio. Insomma, ci troviamo ogni tanto a commentare una buona notizia, ma ciò non significa che si potrà abbassare la guardia, perché garantendo l´origine non si garantisce automaticamente la qualità o la salubrità di un cibo. Siamo bravi a produrre in Italia, ma il tricolore non è garanzia automatica: ci vuole sempre trasparenza assoluta per dare ai consumatori che vogliono essere più attivi, che vogliono allearsi con chi produce per un vantaggio reciproco, la concreta possibilità di sapere tutto su ciò che mettono in tavola.  

 

la Repubblica | 19 Gennaio 2011

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