Due Mario italiani per salvare l'euro
Salvare l'Europa spetta alla Bce.
La crisi dei debiti sovrani dell'Europa - di tutta l'Europa,
Germania compresa - ha provocato una reazione in Inghilterra e in Usa: le
banche di quei due Paesi hanno dichiarato che si stanno preparando alla
scomparsa dell'euro dal sistema monetario mondiale. Non è certo un aiuto a
resistere, quella dichiarazione, e non è comunque un utile campanello
d'allarme, ma piuttosto una campana a martello, di quelle che si suonavano un
tempo quando un intero paese andava a fuoco e la popolazione accorreva con le
pompe e i secchi d'acqua per spegnere l'incendio.
Ma qui ed oggi non c'è una popolazione da chiamare a raccolta, né bastano i
pompieri nazionali a sostenere la moneta europea anche se il loro contributo è
necessario. Qui ed oggi c'è un solo soggetto che può impedire una frana
generale ed è la Banca
centrale europea guidata da Mario Draghi. Mario Monti è il pompiere nazionale
ed il suo contributo è necessario ma insufficiente. Salvare l'Europa spetta a
Draghi; che la Germania
sia d'accordo oppure no, nessuno può impedirglielo perché la Bce è indipendente dai governi
purché resti nei limiti previsti dal suo statuto il quale gli pone il divieto
di finanziare i governi ma non di finanziare il sistema bancario europeo a
rischio di insolvibilità.
Draghi conosce perfettamente questo suo diritto-dovere d'intervenire per
evitare il cosiddetto "credit-crunch", cioè il passaggio
dall'illiquidità all'insolvibilità. Probabilmente avrà bisogno d'un paio di
settimane per mettere a punto un intervento di così ampie dimensioni; dovrà
contattare le principali banche di credito commerciale dei 17 Paesi
dell'eurozona e anche quelle inglesi e americane perché ormai tra le grandi
banche e i grandi fondi d'investimento del risparmio esiste un intreccio
intricatissimo di flussi e di reciproci impieghi. Due settimane, ancorché sotto
l'infuriare della tempesta sui mercati, sono sopportabili; andare oltre
diventerebbe una scommessa andata male, non una battaglia ma una guerra perduta.
Le dimensioni di un salvataggio del genere ammontano almeno a 1.000 miliardi di
euro e forse anche di più, ma sbagliano quanti pensano che basti l'annuncio e
la garanzia da parte della Bce per ottenere il risultato senza bisogno di
scomodare la cassa. Non è così. Il sistema bancario europeo è già in condizioni
di scarsa liquidità e un semplice annuncio non basterebbe. La cassa è
indispensabile, la Bce
dovrà stampare moneta e iniettarla nel sistema bancario perché è questa la
preziosa acqua necessaria per estinguere l'incendio. Non la darà ai governi ma
alle banche e non già per una settimana ma per due o tre anni, con un duplice
obiettivo: assicurarne la solvibilità e rendere possibile il finanziamento
delle imprese affinché contrastino la recessione incombente. E qui entrano in
scena i pompieri nazionali, cioè i governi, ciascuno responsabile del proprio
debito sovrano e della crescita del proprio prodotto interno.
* * *
Il governo italiano è in primissima linea perché, come hanno detto la Merkel e Sarkozy dopo
l'incontro di Strasburgo con Mario Monti, gli interventi che il nostro
neo-premier ha in programma sembrano a loro perfettamente in linea con le
necessità e perché - come hanno aggiunto - se dovesse diventare insolvibile il
debito italiano salterebbe l'euro e con esso l'intera costruzione europea.
Monti deve realizzare due obiettivi: il rigore e la crescita e semmai ci fosse
da stabilire un prima e un dopo, la crescita verrebbe prima e non dopo. C'è un
terzo obiettivo che Monti si propone ed è l'equità che in realtà rappresenta il
giusto equilibrio tra crescita e rigore. L'equità si realizza infatti
attraverso l'equilibrio tra quei due termini, attraverso la coesione sociale e
attraverso lo sforzo di evitare la recessione e la deflazione. Questi sono i
compiti di Monti e del suo governo. Il loro fucile ha due soli colpi in canna:
crescita e rigore. La prima si ottiene sostenendo il potere d'acquisto delle
fasce sociali medio-basse e diminuendo il carico fiscale delle imprese. Il
secondo tagliando la spesa improduttiva, i privilegi e le disuguaglianze. In
concreto: riformando le pensioni, equiparando le condizioni di lavoro tra
precari e lavoratori a tempo indeterminato, destinando i risparmi così
realizzati alla fondazione del nuovo "welfare" destinato a tutelare i
giovani e a instaurare un patto generazionale a loro favore.
Il governo ha ormai in avanzata preparazione la riforma pensionistica e quella
del lavoro, attingerà risorse immediate dall'Iva e dall'Ici (che è di per sé
un'imposta patrimoniale) nonché dalla vendita dei beni pubblici. Rilancerà i
lavori pubblici con un pacchetto che vede insieme il ministero di Passera e
quello di Barca (Infrastrutture e Coesione territoriale). Due colpi in canna.
Ha preso tempo fino al 5 dicembre, una dilazione che coincide con quella di cui
ha bisogno Draghi. Neanche a Monti bastano gli annunci, anche lui deve muovere
la cassa e non può sbagliare. Dieci giorni sono sopportabili, il di più sarebbe
del Maligno e quindi va escluso.
Intanto siano nominati domani i vice-ministri e i sottosegretari affinché il
Parlamento possa lavorare. Qui la dilazione non è permessa.
* * *
I debiti sovrani hanno un calendario di aste da tempo stabilito. Quello
italiano prevede nel 2012 emissione di titoli in gran parte pluriennali per 270
miliardi. Quello degli altri Stati dell'eurozona ne prevede altri 800, metà dei
quali emessi dalla Germania. Nel complesso sarà un anno terribile che si
inaugura con un'asta italiana di 40 miliardi nella prima decade di febbraio.
Draghi, quand'era ancora in via Nazionale, aveva consigliato Tremonti nel 2010
di anticipare le aste ma il consiglio non fu seguito, erano ancora i tempi nei
quali il governo di allora negava la crisi o sosteneva che comunque ne saremmo
usciti prima e meglio degli altri. Adesso Cicchitto e La Russa si sbracciano a
dimostrare che il loro governo non ha nulla a che fare con quella che Giuliano
Ferrara chiama Lady Spread. Ma Lady Spread è stata svegliata proprio da quel
governo e dalla sua micidiale immobilità. Tre anni d'immobilità, di cui
paghiamo adesso il durissimo scotto.
Se Draghi e Monti faranno quel che debbono entro la coincidente scadenza, anche
l'anno terribile potrà essere padroneggiato. Ma per quanto riguarda l'Italia,
noi abbiamo una scadenza tra pochi giorni, modesta per tempi normali ma assai
scabrosa per l'oggi: un'asta di 5 miliardi di titoli pluriennali.
Si potrebbe cancellarla e rinviarla perché il Tesoro può farne a meno, ma
sarebbe un pessimo segnale per i mercati. Il rimedio, se si vuole, c'è: la Banca d'Italia, imitando la Bundesbank, potrebbe
prendere in parcheggio i titoli in scadenza e collocarli gradualmente sul
mercato secondario. Le banche, una volta che la Bce avesse varato il suo programma di prestiti,
sottoscriverebbero senza problemi quel ricollocamento come dovranno fare per
una buon parte delle aste successive. Questo è il solo modo per trasmettere gli
effetti della politica monetaria a sostegno dei debiti sovrani, in attesa che i
Trattati siano riveduti, il fisco diventi appannaggio dell'Europa e gli
Eurobond siano accettati anche dalla Merkel. Allora intoneremo il
"Magnificat" e ne saranno contenti anche i cattolici di Todi e del
governo dei tecnici.
* * *
Questa storia del governo dei tecnici continua ad esser vissuta malamente
da una parte notevole dell'opinione pubblica, anche da quella vastissima (75
per cento) che appoggia Monti riconoscendo l'esistenza di ragioni di urgenza e
di emergenza. Nel mio articolo di domenica scorsa avevo ricordato tre illustri
precedenti per collocare l'attuale governo in un contesto storico: i 15 anni di
governo della Destra storica (1861-1876), i due anni del governo Fanfani delle
"convergenze parallele" (1960-62), la proposta di Bruno Visentini
d'un governo istituzionale come soluzione permanente prevista dalla
Costituzione (1980).
Dedico la conclusione di quest'articolo al tema sollevato da Visentini, per
renderne più chiari i lineamenti e la sua attualità.
1. I governi sono tutti politici se avvengono nel quadro della democrazia
parlamentare poiché la loro esistenza e la loro permanenza dipendono dalla
fiducia che il Parlamento gli accorda o gli ritira.
2. Il governo istituzionale cui pensava Visentini prevedeva che i partiti non
fossero agenzie di collocamento dei loro dirigenti e clienti, ma organi di generale
indirizzo politico e di raccolta del consenso popolare sulla base d'una loro
visione del bene comune.
3. La legge elettorale doveva (dovrebbe) offrire lo "spazio pubblico
elettorale" ai candidati dei partiti o di qualsivoglia associazione o
individuo che volesse cimentarsi. Il Parlamento uscito dalle elezioni esprime
una sua maggioranza che risponde agli elettori così come ne risponde la
minoranza di opposizione.
4. La formazione del governo spetta al presidente della Repubblica il quale, a
termini della Costituzione, "nomina il presidente del Consiglio e, su sua
proposta, i ministri". Il governo così nominato deve ottenere entro pochi
giorni la fiducia del Parlamento.
Il risultato di questo "combinato disposto" consiste nel fatto che
nella formazione del governo il capo dello Stato tiene necessariamente conto
della maggioranza parlamentare dalla quale l'esistenza del governo dipende, ma
lo nomina senza trattarne la composizione con le segreterie e i gruppi
parlamentari dei partiti.
Questo è lo schema del governo istituzionale e costituzionale. Chi non capisce
che esso non confisca affatto la democrazia e non umilia affatto il Parlamento,
al quale anzi affida piena centralità svincolandolo anche dalla sudditanza ai
voleri del "premier" (com'è accaduto nell'appena trascorso decennio
berlusconiano) e potenziando il suo diritto-dovere di controllare il governo e
la pubblica amministrazione; chi non capisce queste lapalissiane verità è in
palese malafede oppure mi permetto di dire che è un perfetto imbecille.
http://www.repubblica.it (27 novembre 2011)

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