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Dottor Obama la sua cura non basta

La verità è che le misure della Casa Bianca non sono state né avventate né sbagliate: sono state troppo timide, e quindi destinate al fallimento.

 

 

n'ambulanza si ferma sul ciglio della strada per soccorrere un uomo colpito da infarto. Sottoposto a cure di emergenza, il paziente sopravvive. Viene portato in ospedale e si riprende, anche se lentamente e non completamente. Poi, due anni dopo, invece di mostrarsi grato, cita in tribunale gli infermieri e i dottori. Se non si fossero messi di mezzo loro, insiste, ora sarebbe come nuovo. L'infarto è stato un evento secondario. Ora starebbe molto meglio senza il loro intervento.

È la situazione in cui si trova Barack Obama. Gran parte dell'opinione pubblica americana si è bellamente dimenticata della gravità dell'infarto finanziario che ha colpito gli Stati Uniti nell'autunno del 2008. I repubblicani hanno convinto un gran numero di elettori che la colpa dei mali dell'economia è dell'intervento dei democratici, non della catastrofe che George W. Bush ha lasciato in eredità. Un capolavoro propagandistico. Il presidente Obama deve biasimare se stesso per questa situazione? No e sì. No, perché in teoria la cura era corretta; sì, perché nella pratica è stato troppo prudente.

È fondamentale ricordare il contesto. Le grandi crisi finanziarie fanno danni a lungo termine. Come osservano Carmen Reinhart (Università del Maryland) e Kenneth Rogoff (Università di Harvard) in un'integrazione a un loro saggio precedente, «spesso e volentieri le fasi successive alle gravi crisi finanziarie presentano tre caratteristiche comuni. La prima è che il crollo dei mercati è profondo e prolungato. La seconda è associata a un calo molto marcato della produzione e dell'occupazione. La terza è che il valore reale del debito pubblico di solito schizza alle stelle». Come sempre, durante la fase di espansione i rischi sono andati via via crescendo senza che nessuno se ne accorgesse, e durante la fase di recessione si sono materializzati. Come fanno notare la professoressa Reinhart e Vincent Reinhart (American Enterprise Institute) in uno studio presentato al simposio di politiche economiche di Jackson Hole quest'anno, gli Stati Uniti, come diversi altri paesi ad alto reddito (in particolare Spagna, Gran Bretagna e Irlanda), hanno sperimentato un massiccio aumento dei prezzi delle case e una forte espansione del credito e del settore finanziario.

Tra il 1997 e il 2007, i prezzi reali degli immobili negli Stati Uniti sono cresciuti dell'87%, l'indebitamento del settore finanziario in rapporto al Pil del 52% e l'indebitamento complessivo del settore privato in rapporto al Pil del 101%. Era l'annuncio del disastro. La gestione del disastro stesso è stata resa molto più complicata dal fatto che questa è di gran lunga la crisi finanziaria globale più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale.

E l'economia americana come se l'è cavata, in questa crisi? Abbastanza bene, per certi versi, soprattutto per quanto riguarda la produzione complessiva; meno bene per altri versi, soprattutto per quanto riguarda la disoccupazione. In media, il Pil pro capite reale (a parità di potere d'acquisto), nelle altre crisi prese in esame da Reinhart e Rogoff, è sceso del 9,3%. Questa volta, negli Usa, è sceso del 5,4%. Il tasso di disoccupazione nelle precedenti crisi è salito mediamente di 7 punti percentuali, mentre stavolta, sempre per quanto riguarda gli Usa, di 5,7 punti.

Questo contrasto fra la scadente performance sul fronte della disoccupazione e la performance relativamente più brillante degli Stati Uniti sul piano della produzione complessiva, rispetto ai precedenti storici, ci rimanda ai confronti tra gli Stati Uniti e altri paesi ad alto reddito. Nonostante siano stati l'epicentro della crisi, gli Usa hanno registrato una diminuzione del Pil pro capite più contenuta, in proporzione, di quella di altri grandi paesi ricchi, con l'eccezione della Francia. Ma la disoccupazione americana è salita più che altrove. La spiegazione sta nella crescita eccezionalmente rapida della produttività in America, soprattutto nel 2009.

Questi dati che cosa ci dicono sulla linea seguita dal governo Usa? Ci dicono che l'amministrazione ha ottenuto buoni risultati rispetto a quei problemi che ha scelto di affrontare, ma risultati molto meno buoni con quelli che ha scelto di non affrontare.

Come ha detto Lawrence Summers, il capo dei consulenti economici della Casa Bianca, al convegno View from the Top organizzato dal Financial Times a New York il 7 ottobre, l'amministrazione Obama si è concentrata sul «ripristino della stabilità, della fiducia e del flusso di credito per sostenere una ripresa forte». Gli elementi erano: sostegno del sistema finanziario (attraverso il programma Tarp, ereditato dall'amministrazione precedente, le garanzie finanziarie e gli stress test per gli istituti di credito), stimoli di bilancio e iniziative della Fed per sostenere il credito.

Misure di questo tipo, per loro stessa natura, funzionano sostenendo la domanda, e di conseguenza la produzione. Il loro impatto sull'occupazione (e la disoccupazione) è indiretto. Come si è visto, la crescita della produttività è stata talmente marcata che una performance non cattiva in termini di Pil non ha impedito che la disoccupazione aumentasse notevolmente. Ci si sarebbe aspettati di sentir dire ai fautori del libero mercato che l'economia americana, e in particolare il mercato del lavoro, sono rimasti flessibili anche con questo presidente "socialista". Ci si sarebbe aspettati di sentirli dire anche che erano necessari altri stimoli. Dopo tutto, la prima tornata non era stata chissà che: gli stimoli sono ammontati a meno del 6% del Pil, e dunque pesano per meno di un quinto sui deficit cumulati del 2009, 2010 e 2011, mentre la politica monetaria è invischiata in una trappola della liquidità.

La verità è che le misure della Casa Bianca non sono state né avventate né sbagliate: sono state troppo timide, e quindi destinate al fallimento. Un grave errore è stato non aver preso di mira direttamente il mercato del lavoro, magari tagliando temporaneamente il cuneo fiscale. Sono stati fatti anche altri errori: lo sforzo per ridurre il forte indebitamento delle famiglie avrebbe dovuto essere più marcato.

Ma anche il tanto bistrattato Tarp sembra essere stato estremamente efficace, con il senno di poi. Come ha osservato Summers, il costo di questo programma per il contribuente probabilmente ammonterà a mezzo punto percentuale di Pil. Molto meno del costo del salvataggio delle casse di risparmio americane negli anni 80. E molto meno anche del costo diretto, per le casse dello stato, di crisi comparabili in altri paesi.

Purtroppo i repubblicani sono riusciti a convincere una fetta sufficientemente ampia dell'opinione pubblica americana che se il paziente fosse stato lasciato in pace, senza importunarlo, oggi sarebbe in perfetta salute. È una favola per bambini. Ma gli elettori naturalmente non stanno a pensare alle calamità sventate. Si concentrano solo sulla distanza che corre fra la realtà e i loro desideri. Per le calamità sventate, Obama non ha guadagnato nessun merito, per la distanza fra realtà e desideri si è attirato grande impopolarità. La sua retorica ispirata ed evocativa senza dubbio ha reso più amara la delusione.

Aver chiesto troppo poco prima, ora si rivela un colossale errore strategico per Obama, perché consente ai suoi avversari di dire che i democratici hanno avuto quello che volevano, e quello che volevano non ha funzionato. Se il presidente non avesse ottenuto quello che chiedeva, avrebbe potuto sostenere che il risultato non era colpa sua. Con lo stallo politico che si profila, sarà impossibile prendere altre misure. Si profila un decennio perduto, e sarebbe una calamità: per gli Stati Uniti e per il mondo.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

© FINANCIAL TIMES

 

http://www.ilsole24ore.com 27 ottobre 2010

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