Dostoevskij, le seduzioni del grande inquisitore
Rilettura in chiave profetica della Leggenda contenuta nei "Fratelli Karamazov". Il messaggio politico del celebre capitolo sembra annunciare il tempo presente
Sulla figura dell´Inquisitore di Dostoevskij è incentrata la conferenza che
oggi il giurista tiene all´Accademia nazionale dei Lincei, a Roma. Qui
pubblichiamo il suo intervento.
A giudicare non solo dalla quantità, ma anche dalla qualità delle citazioni,
delle sue interpretazioni letterarie, teatrali e cinematografiche, la forza
attrattiva della Leggenda del Grande Inquisitore contenuta ne I fratelli
Karamazov di Fëdor Dostoevskij, a distanza ormai di quasi un secolo e mezzo,
non è diminuita. Anzi, è crescente. E la ragione determinante è la forza con la
quale essa solleva dal fondo questioni che sempre si rinnovano col volgere
delle epoche e non si possono eludere. La libertà di fronte al bene e al male;
libertà come benedizione o maledizione; il nichilismo e la violenza; la
felicità, l´infelicità degli esseri umani, cioè la natura del loro essere; il
significato della vita e del suo esito nella morte; il dolore e la redenzione
dal dolore e dal peccato; la religione e l´ateismo; il Cristianesimo, nella
versione cattolico-romana, e il socialismo come strumenti di controllo delle
coscienze e di livellamento delle società. Nel luogo e nel tempo in cui fu
scritta, la Russia
di metà ottocento, radicaleggiante, sedotta dalle mode filo-occidentali e
insofferente del dispotismo zarista e dell´ortodossia cristiana, la Leggenda sembrò una
farneticazione letteraria. Nei decenni successivi, fu letta e condannata come
espressione di un pensiero anacronistico, antidemocratico e antimoderno: come
vagheggiamento di una restaurazione. Poi, ancora, alla luce degli sviluppi
politici e sociali novecenteschi, fu giudicata una previsione e una condanna
ante litteram di totalitarismi incipienti, cioè come un ammonimento profetico.
Oggi, ora che ciò che allora si annunciava è davanti ai nostri occhi,
pienamente dispiegato, la voce del Grande Inquisitore può essere ascoltata
diversamente, al di sopra delle interpretazioni politiche, come una previsione,
una profezia di sventura, se non come un annuncio apocalittico che riguarda
tutti nel tempo presente.
Qui, per iniziare, assumiamo la
Leggenda come un discorso generale sul governo. Da dove nasce
l´obbedienza nel cuore degli esseri umani? È l´enigma degli enigmi politici. Il
Grande Inquisitore una risposta l´ha e spaventosa, disumana o forse troppo
umana: l´obbedienza nasce dall´odio della libertà. Ma quest´affermazione è
generica. L´odio per la libertà è una caratteristica dei regimi politici
fondati sulla ragion di Stato e sulla verità di Stato. Nella Leggenda troviamo
qualcosa di molto più impressionante, cioè dell´odio per la libertà non dei
governanti (cosa abbastanza naturale), ma dei governati (cosa assai meno
ovvia). Ciò di cui qui si parla è la «servitù volontaria», non la servitù
imposta con la coercizione delle volontà.
Per questo, ogni riflessione sul carattere politico del messaggio della
Leggenda deve prendere le distanze da alcuni luoghi comuni.
"Ragion di Stato" e "ragion del volgo"
Il tempo in cui è situata l´azione narrata dalla Leggenda, il secolo XVI, è
quello in cui prende forma lo "Stato moderno" e si svela l´esistenza
di una doppia legge e di una doppia morale, una ordinaria per i comuni mortali
e una straordinaria che riguarda i governanti, che curano i superiori interessi
dello Stato: sopravvivenza, difesa, grandezza. Questi interessi stanno nel cuore
del potere e devono sottrarsi alla vista del volgo, incapace di visioni
autenticamente politiche. La loro cura è riservata agli uomini di Stato, il cui
compito non è di onorare la ragione comune, ma di seguire la "ragion di
Stato". Coloro che conoscono gli arcana del potere, cioè gli
"iniziati" alle arti del governo, sono quindi autorizzati, se
occorre, ad affrancarsi dalla moralità comune dell´uomo medio e a proclamare
quello che, in termini moderni, si dice lo "stato d´eccezione".
La "ragion di Stato", dunque, è risorsa di chi sta al potere, al
servizio di quell´entità metafisica che è lo Stato stesso, senza il quale gli
esseri umani non possono vivere. Il popolo è legato alle leggi della sua
morale, adatte a guidare i rapporti sociali. Ma c´è una sfera più alta, quella
in cui opera il potere dello Stato. Qui vale una morale segreta, agli occhi
della gente comune incomprensibile, anzi scandalosa. Il fine della morale
comune è la società virtuosa. Il fine della morale politica è anch´esso la
virtù, ma è la virtù dello Stato che esige, costi quel che costi, la rovina dei
nemici.
Il Grande Inquisitore è anch´egli immerso nella distinzione tra coloro (i pochi
eletti) che conoscono la realtà del potere e coloro (i molti) che l´ignorano.
Ma, per legittimare il potere dei primi e la soggezione dei secondi, non si
rivolge alla "ragion di Stato". Non c´è di mezzo, tra chi dispone del
potere e chi al potere è sottoposto, "lo Stato", questa entità
sovrumana che ha le sue leggi oggettive e le sue astratte e fredde istituzioni.
Per l´Inquisitore tutto è molto umano. Egli ha dalla sua quella che si potrebbe
dire la "ragion del volgo". Non deve salvaguardare lo Stato piegando
i sudditi. Non è nemmeno il teorico dei poteri eccezionali. Si appella non alla
natura dello Stato ma a quella degli uomini. Il suo è un governo benigno, non
contro, ma per loro.
La "ragion di Stato" si risolve, in ultima istanza, nel governo della
violenza orientata solo allo scopo. La "ragion del volgo" si risolve
invece non nella violenza, ma nella seduzione o, per usare l´espressione famosa
di Tocqueville, in un «potere tutelare, assoluto, dettagliato, regolare,
previdente e mite» che elimina la violenza dal proprio orizzonte. Il Grande
Inquisitore è un rassicuratore, che vuole essere amico di tutti. Per questo, la
sua morale è una sola, quella del volgo. Tanto gli Inquisitori quanto i loro
sudditi vi si devono piegare. La differenza è solo questa: i primi sono
sofferenti e i secondi felici. Sofferenti perché consapevoli, felici perché
ignari.
Gli Inquisitori sono, a loro modo, dei despoti, ma despoti-servitori, che
stanno dalla parte di un´umanità innocente, che nulla conosce se non il proprio
meschino benessere. Il Principe rinascimentale, che incarna la "ragion di
Stato", vede dappertutto potenziali da "spegnere"; l´Inquisitore
di Dostoevskij, incarna la "ragion del volgo" e vede dappertutto
potenziali amici, da blandire e sedurre. Terrorizzare o lusingare,
nell´esercizio del governo. Questa è una differenza fondamentale, da tenere
presente leggendo la
Leggenda.
"Ragion di fede" e "ragion del volgo"
La Leggenda
non parla di un inquisitore nel senso che la parola ha assunto nella storia
dell´intolleranza cristiana verso i nemici della fede. Anche a questo riguardo
si deve prendere la distanza. Naturalmente, non sarebbe stata scelta questa
figura se non vi fossero somiglianze. Ma le analogie non devono nascondere le
differenze.
La differenza essenziale è nel fine. Il fine, per tutte le inquisizioni al
servizio del dogma, è la sconfitta dell´eresia. È un fine innanzitutto di
natura spirituale. La Chiesa,
come società sovrana, incaricata di mantenere intatta la parola rivelata da
Dio, è responsabile di un compito primario: mantenere l´ortodossia. A ogni
costo. Per l´Inquisizione si trattava di "spegnere" l´idea che semina
dubbi, attentando all´unità della fede. I corpi che portano l´idea sono
secondari: li si potrà sopprimere o risparmiare, a seconda che l´idea perversa
sia riaffermata o ritrattata. Anzi, la maggior vittoria non è l´eliminazione fisica
dell´eretico, ma l´abiura che riafferma la verità.
L´Inquisitore della Leggenda non ha a che fare con verità ed eresie. Egli ha a
che fare con la pasta di cui è fatta l´umanità, della quale è al servizio. Il
suo compito non è correggere, ma assecondare. La sua grande trovata sta in
questo: il potere può essere assoluto se non si propone di cambiare, punire,
frenare la natura umana, ma se la rispetta così com´è e la si lascia sfogare. È
un potere, certamente; ma è un potere amico, dalla parte dell´uomo comune.
Per nulla paradossalmente, gli Inquisitori potevano considerarsi agenti della
carità cristiana. Il loro compito era la salvezza delle anime dei devianti,
qualunque cosa ciò comportasse: violenze, torture, condanne.
L´Inquisitore della nostra Leggenda, invece, rifugge da ciò. Egli conosce la
natura umana e ne ha pietà. Con i suoi mezzi l´accompagna. Non vuole
risvegliarla alla verità, ma addormentarla sì, prima che s´affacci alla
conoscenza del bene e del male, cioè alla libertà. Ancora una volta la "ragione"
che lo muove è la "ragion del volgo". L´Inquisitore di Dostoevskij
viene prima degli Inquisitori della Santa Inquisizione: questi devono
reprimere, quello si preoccupa di prevenire affinché reprimere non sia poi
necessario.
Le conclusioni
Possiamo dire così: la ragione dell´Inquisitore non è la ragion di Stato e
neppure la ragione della fede. È la ragion del volgo. Si capisce allora perché
i suoi argomenti ci appaiono familiari e perché a quel capitolo de I fratelli
Karamazov ricorriamo spesso per riflettere sulla vita sociale e politica del
tempo presente.
Repubblica 14.1.11

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