Diversamente amati. Quando tuo figlio non è come gli altri
Il segreto dell'amore con l'handicap
Julia Kristeva racconta nel suo ultimo saggio in forma di dialogo il nostro
complesso rapporto con l'handicap e la sua storia personale di madre
Il termine «diverso» sembra un eufemismo che nega la diversità specifica che è
l'handicap. La visione caritatevole ingloba l'handicap nella categoria generale
dei «poveri» (secondo i testi antichi) o dei «diversi» (come si dice oggi per
non ferire nessuno): è importante interrogarsi su come quella differenza, che è
un deficit incrociato (al crocevia di un corpo e di una società), esponga
coloro che ne sono portatori e coloro che li accompagnano a un'esclusione senza
paragoni. Riguarda la capacità di un essere vivente di dare un senso e di
partecipare al patto sociale. Perché eccede ampiamente le «differenze»
economiche, sociali, etniche, nazionali, religiose o razziali. Un giorno
dovremmo ritornare sul discorso, se vorrai.
Restiamo per il momento sull'immagine, che sembri condividere, del desiderio
materno: non mi sono riconosciuta neanche in quella.
Non più di quanto mi sia riconosciuta nelle sconvolgenti affermazioni delle
madri giunte da zone difficili, che ho ascoltato parlare mercoledì, al forum del
CESE, in occasione della Giornata delle donne maltrattate, dove hanno
annunciato che nel 2010 la «violenza sulle donne» è diventata nel nostro paese
una «causa nazionale». Nonostante la loro ribellione le partecipanti avevano
interiorizzato a menadito quel che LA società domanda ai genitori, e ancor più
alle madri: riuscire a ottenere il posto migliore nel «sistema», un sistema
fatto di «posti» e non di singole persone. Mi è venuto in mente Céline: «Il
proletario è un borghese fallito». «Vogliamo che i nostri figli abbiano
successo, ottengano quel che noi non abbiamo potuto avere e fare», diceva in
buona sostanza una di quelle donne. Applausi scroscianti in sala. Non ero
assolutamente in sintonia, avrei detto piuttosto: «Amo mio figlio così com'è,
vorrei aiutarlo a scoprire i suoi desideri e a realizzarli secondo le sue
possibilità».
Due maniere di essere madre? Ma cos'è una madre? Mi pare questa la prima
domanda da porci prima di chiederci: che cos'è una madre di un portatore di
handicap? Lo ripeto spesso, e ti prego di scusarmi: la securizzazione è l'unico
approccio che sulla maternità non fa un discorso diverso da quello del
consumismo («ci sveniamo per comprare ai nostri figli tutto quel che
desiderano»), della pediatria (la riparazione del corpo sostituisce la vita
interiore) o, al limite, della pedopsichiatria (quando questa vita interiore si
rivela troppo dolorosa e imbarazzante). E arrischio una semplice risposta.
La «madre sufficientemente buona» (parafrasando la chimera inventata dal più
grande esperto moderno in materia, lo psicoanalista inglese Donald Woods
Winnicott) è capace di spogliarsi della passione materna - vale a dire di
svincolarsi dalla presa possessiva che una madre tende a esercitare sul «suo»
figlio immaginario, facendolo oscillare tra il bambino-oggettoe il bambino-re -
e pensare in tal modo dal punto di vista dell'altro. (...) Ma la madre di un
bambino handicappato? Sento la tua impazienza. Ebbene, è la stessa cosa. Con la
sola differenza, non da poco, che le occorre accompagnare, attraversare e
tradurre l'incontro con l' irrimediabile differenza cheè la menomazione.
Come può essere possibile? Piene di senso di colpa e di vergogna, ferite a
vita, alcune crollano, si accusano di tutti i mali della terra. Altre
abbandonano il bambino - raramente, ma capita. Restano altre tre possibilità. O
la madre si rifiuta di sapere: non ammette, nel proprio intimo, il deficit
neurologico, sensoriale, motorio ecc., di suo figlio, e si rinchiude in un
fuori dal mondo a due, monade immaginaria e idealizzata che si trasforma ben
presto in guerra senza via d'uscita con l'intrattabile realtà sociale. Oppure
la madre glorifica quel rifiuto fino a considerarlo un segno di elezione
(abbracciando anche alcune credenze religiose) e cercando di trovare o creare una
comunità protetta, oasi di carità, dove suo figlio vivrà tagliato fuori
dall'ostilità circostante, rassicurato dalla più sincera delle compassioni
possibili che gli ordini caritatevoli prodigano da secoli. O ancora, quel
deficit mette i due genitori (parleremo in un altro momento del padre, sei
d'accordo?) di fronte alla propria vulnerabilità, alla sua profondità sino ad
allora ignorata.
Io sono come quella madre scioccata, stordita, che incontra la propria morte:
sì, caro Jean, ho conosciuto momenti simili molto prima dell'arrivo di Davide
anche insieme a lui, e li ho chiamati una «dissociazione passeggera» (non
dimenticare le virgolette!) per sottolineare due cose.
Per prima cosa, l'esperienza della nostra mortalità. Non parlo della morte
astratta affrontata dalla filosofia («filosofare significa imparare a morire»
ecc.); e neppure delle cure palliative che un g iorno o l'altro noi, cittadini
sempre più vecchi delle democrazie medicalizzate, dovremo subire volenti o
nolenti. Ma del contatto simbolico, immaginario e reale, che un essere umano è
capace di provare con la propria mortalità in corso, per tutta la vita. Sì, la
psicoanalisi ha scoperto che l'inconscio è non solo una messa in atto dei
desideri (compresi i desideri di «successo»!), ma una messa in atto della
distruzione di sé e dell'altro. Sì, il trattamento psicoanalitico di Freud e
dopo Freud preferisce privilegiare la messa in atto dei desideri erotici
nell'ascolto dell'inconscio. Tuttavia, col prodursi di certi traumi o disordini
psicosomatici, si comincia a scoprire il posto centrale della mortalità
(distruzione e autodistruzione) nello psichismo dell'essere parlante, come pure
il suo ruolo fondamentale nelle attività creative, ad esempio l'arte e la
letteratura. (...) Madre di un disabile, cerco di non voltare le spalle alla
mortalità; la condivido, ne faccio parte, edè soltantoa questa condizione che
posso accompagnare la vulnerabilità. Sperando di favorire con essa e
attraversandola - lo sbocciare della creatività in David. Lo so: per fortuna,
paragonati ad altri i suoi problemi forse sono minori, e mio figlio trova posto
in un mondo che noi (lui, suo padre e io) cerchiamo di rendere più generoso di
«fioriture» per tutti. Ma - per essere giusta con lui e permettergli di
realizzare le sue potenzialità - non ho bisogno dello sguardo ingenuo che una
madre dovrebbe portare sul «bambino piccolo», e ancor meno della voglia di
farlo «riuscire» là dove io ho fallito. Vivo con la sua incapacità, con quel
che percepisco, provo e penso della sua vulnerabilità. E fino alla mortalità
che è sostanziale a quella vulnerabilità come alla mia. (...) E se non si
potesse dire l'handicap diversamente da così: con una costellazione di pensieri
che sbriciola discipline, norme e categorie, e sollecita l'infinito del pensabile?
Evitando ogni etichetta: «tu sei qui», «io sono lì», «essere significa essere
felici», «Bontà di Dio»... Ma «vivendo l'handicap», per l'appunto, come una
prova sovradeterminata e che sfida tutto quel che ci rinchiude in una
convenzione («norma», «disciplina», «certezza», «successo»...) pretendendo di
sapere cosa significhi UMANO. Mi segui? Intendo dire che «vivere l'handicap»
cercando di pensarlo per sventare la morte di coloro che ne sono afflitti
(migliorando le loro condizioni di vita e sensibilizzando quanti se ne credono
risparmiati), significa anche sfidare la metafisica.
Contro le sue categorie, non è anche un'autentica «contentezza» per la vita del
pensiero? E per la vita nel suo complesso? (Traduzione di Alessia Piovanello)
Repubblica 12.10.12

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