Diffidate di chi supera i 34 anni
Che cosa hanno da imparare dagli adulti gli studenti di oggi? Le cose e i modelli che è opportuno evitare per non diventare come loro.
Si chiamava Jerry Rubin il militante (ma negli Usa si diceva
“attivista dei diritti civili”) che invitò poco prima del '68 gli studenti di
Berkeley a non fidarsi di chi aveva più di 30 anni, aggiustando il tiro nel ‘68
con l’articolo-appello Non fidarti di nessuno che abbia più di 34 anni. Il suo
libro Do it! (Fallo!) fu un incitamento alla rivolta giovanile nei
comportamenti e non solo nelle idee, un invito a mettere le idee subito in
pratica, “paradise now” diceva Julian Beck, e ha avuto il suo peso nella storia
di una generazione; e Rubin fu uno degli “otto di Chicago” processati per le
loro lotte contro la guerra nel Vietnam come i rivoluzionari di una volta e di
sempre, ma finì poi fiaccamente, accettando le regole del gioco capitalista,
facendo soldi e mettendo su pancia, un’altra delle tante vittime del tempo
della cenere. Così è la vita, diceva Vonnegut, uno che certamente lo lesse e
che altrettanto certamente ne venne letto.
Questa storia dei 34 anni mi è tornata in mente in queste settimane assistendo
con qualcosa di più che una viva simpatia alle manifestazioni degli studenti, e
con qualcosa di più che un abituale disgusto allo scialo di geremiadi, consigli
e panzane elargiti agli studenti dalla “classe dirigente”, compreso qualche ex
sessantottino che, come Jerry Rubin, rientrò al galoppo nell’ordine.
Del '68 e degli anni successivi ho molti bei ricordi, ma anche ricordi brutti,
e non solo quelli della repressione. Ricordo per esempio che tanti
sessantottini, benché giovani, entravano nel movimento per conformismo, più per
seguire una voga che per convinzione (e ricordo, a costo di scandalizzare
qualcuno, che alle affollatissime assemblee del Parini di Milano, il liceo bene
del centro, mi capitò perfino di provare simpatia per un gruppetto di studenti
fascisti iper-minoritari che osavano disturbare, buscandole di brutto, le
adunate di masse di ragazzi che gridavano lo slogan degli studenti della
Statale, «Viva/ Stalin,/ terrore dei fascisti,/ e/ terrore/ dei falsi
comunisti»).
Torniamo però allo slogan di Rubin, che peraltro, nel testo dove parlava dei 34
anni, diceva che non sempre era una questione di età e citava l’esempio del
vecchio Bertrand Russell (gli studenti di questi giorni hanno giustamente
omaggiato allo stesso modo il grande Monicelli, loro degno coetaneo...). 34 è
una bella cifra, anche se, si dice, i giovani di oggi sono giovani fino ai 40 e
oltre - ma è una falsità di comodo, o una costrizione, e in ogni caso una delle
grandi truffe di questi anni dopati. La domanda che gli studenti in lotta si
dovrebbero porre è di nuovo questa: possono essi fidarsi degli “adulti”, e di
quali adulti, ammesso che meritino il nome di adulti i rimbamboccioni che li
hanno messi al mondo, quelli che gli insegnano a scuola una quantità di cose inutili
e, nei casi migliori, di scarsa utilizzabilità, quelli che sfruttano in tanti
modi la santa voglia di vivere della loro età convogliandola verso il consumo
di cose idiote e un tempo libero manipolato, e infine, più grave, che gli
mentono pressoché su tutto, che gli dicono che questo è l'unico mondo
possibile, che questa è l’unica minestra potabile sapendo bene che è avvelenata
e che questo mondo sta correndo verso la fine grazie al cinismo degli adulti
ricchi beneamati dal cinismo degli adulti vigliacchi.
Nella logica degli oltre 34 di cui non fidarsi figurano anche i fratelli
maggiori che, diventati “adulti” (e significa automaticamente votanti, ma non
per questo pensanti) al tempo di Berlusconi e di Veltroni e delle vacche
grasse, si sono fatti un’idea del mondo facile facile e tranquilla tranquilla,
e faranno un gran fatica a liberarsi dalle dolci scemenze di cui si sono
lasciati impinzare.
Che cosa hanno da imparare dagli adulti gli studenti di oggi? Le cose e i
modelli che è opportuno evitare per non diventare come loro. «La guerra è tra
il giovane e il vecchio», scriveva Rubin, «e non si tratta di un conflitto
psicologico alla Freud ma di un conflitto storico-generazionale». E aggiungeva:
«I giovani che hanno ereditato questo mondo non si sentono responsabili di
difendere la sua irrazionalità e la sua pazzia. Noi vogliamo creare una pazzia
che sia autenticamente nostra!» Parlava in nome «dei giovani della classe media
bianca» che si consideravano con entusiasmo fratelli dei neri in rivolta o dei
vietnamiti in guerra. E aggiungeva: «La riforma delle università è impossibile.
Bisogna abbandonarle o chiuderle, oppure usarle come base d’azione contro la
società. Ma non bisogna mai prenderle sul serio».
http://www.unita.it 11 dicembre 2010

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