Strumenti personali
Portale » Cogito Ergo Sum » Dietro al "federalismo solidale"
italietta

Dietro al "federalismo solidale"

Il federalismo solidale proposto da Fini a Mirabello sembra implicare costi standard più alti al Sud o addirittura definiti ai livelli delle Regioni meno efficienti. Così, il federalismo avrà costi molto elevati per le casse dello Stato.

 

 

“Nessuno può obiettare il fatto che i costi nel fornire servizi pubblici in Emilia Romagna non sono la stessa cosa di quelli in Calabria”. Questo passo del discorso di Gianfranco Fini a Mirabello è stato del tutto ignorato dalla valanga di commenti al discorso del Presidente della Camera che hanno riempito le pagine dei quotidiani in questi giorni. Eppure offre la misura dello spazio politico che il nuovo partito vuole occupare.

 

STANDARD NON PIÙ STANDARD

L’intervento di Mario Baldassarri alla Commissione bicamerale di attuazione della legge delega sul federalismo chiarirà quali siano le precise rivendicazioni del nuovo partito. Ma l’impressione è che si voglia consentire l’esistenza di “costi standard” differenziati tra Regioni. Si tratta di un ossimoro (che standard sono, se non standardizzano?) che stravolge l’impianto della legge delega approvata in Parlamento solo un anno e mezzo fa. Questa stabiliva che quattro quinti dei fabbisogni finanziari di Regioni ed enti locali, le risorse loro comunque garantite per coprire servizi essenziali ai cittadini, dovessero essere fissati in base ai costi che un’amministrazione efficiente normalmente sostiene nel fornire le prestazioni. Il principio allora condiviso da quasi la totalità dei parlamentari e da tutti gli attuali membri del gruppo che fa riferimento al presidente della Camera, è che non ci sono costi diversi nel fornire servizi come l’istruzione, le biblioteche o l’assistenza ospedaliera in diverse parti del paese perché le tecnologie utilizzate sono le stesse ovunque in Italia. Ogni differenza di costo unitario nel fornire queste prestazioni, nello spirito della legge delega sul federalismo, è attribuibile a sprechi e inefficienze, a errori di programmazione e di coordinamento delle amministrazioni che spendono di più. Se l’assistenza alla maternità è più costosa in Calabria, ad esempio, questo avviene perché in quella Regione si ricorre molto di più che altrove (in 44 casi su cento contro i 28 su cento in Lombardia) ai parti cesarei, che rendono di più agli ospedali (e ai medici) di un parto tradizionale. Il principio secondo cui i costi standard sono gli stessi in tutto il paese è, perciò, un principio di efficienza. Tutte le amministrazioni devono raggiungere livelli minimi di affidabilità. Si tratta di risparmi che non riducono la qualità del servizio, ma possono addirittura migliorarlo, ad esempio evitando un eccessivo numero di ricoveri e di interventi chirurgici. La legge delega prevede peraltro un periodo di transizione di cinque anni (purtroppo prorogabili come sempre avviene in Italia) in cui le diverse Regioni devono adattarsi progressivamente ai costi standard, riportando il costo unitario della fornitura di questi servizi in linea con quello definito per tutte le Regioni a livello nazionale. In altre parole, si tiene conto dei tempi necessari a riorganizzare la fornitura dei servizi in base a principi di efficienza. E la conta di questi cinque anni non è ancora iniziata. Dunque, le diverse amministrazioni locali hanno ben più di cinque anni per affrontare i problemi di cattiva programmazione.
Se il “federalismo solidale” proposto da Fini a Mirabello significa costi standard più alti al Sud, o, ancor peggio, standard definiti per tutti ai livelli delle Regioni meno efficienti, il federalismo avrà costi molto elevati per le casse dello Stato. La scommessa sulla sostenibilità del federalismo è proprio legata al raggiungimento di una maggiore efficienza nel fornire servizi ai cittadini. Si tratta di guadagni potenzialmente molto rilevanti. Ad esempio, diverse stime concordano nel ritenere che miglioramenti nel funzionamento della sanità in Campania, Sicilia, Puglia e Lazio, a parità di servizi offerti ai cittadini, potrebbero portare a risparmi superiori ai 10 miliardi, contribuendo fortemente al contenimento della spesa sanitaria complessiva (-10 per cento). 

 

I PARTITI TERRITORIALI

Ma c’è anche un’implicazione in termini di rappresentanze politiche di questa scelta, forse ancora più dirompente rispetto al disegno del federalismo. Il fatto è che, pur nascendo in mezzo ai tricolori e in nome dell’unità nazionale, il partito di Fini si candida a essere un partito territoriale, un nuovo sindacato del territorio, basato nel Mezzogiorno. Potrà raccogliere ampi consensi al Sud, andando ben al di là del bacino elettorale oggi paventato da molti sondaggisti. Perché il federalismo oggi è più che mai un nervo scoperto in queste Regioni. Agli occhi di molti nostri concittadini, le risorse che dovevano essere assegnate alle Regioni meridionali nell’ambito della programmazione del Fondo per le aree sottoutilizzate sono state utilizzate per finanziare ogni tipo di spesa corrente, spesso lontano dal Sud. È un portato della scarsa trasparenza in cui si è mossa la politica economica di questo governo. Ora il federalismo appare come la mazzata conclusiva. Per capire quante ansie siano associate al federalismo, basta sfogliare i quotidiani meridionali. La Gazzetta del Mezzogiorno, ad esempio, ha trattato del federalismo in ben 358 articoli negli ultimi tre mesi, tutti molto preoccupati circa i suoi effetti sull’afflusso di risorse al Sud. Si tratta di quattro volte il numero di citazioni del termine sul Secolo XIX di Genova, sei volte l’attenzione dedicata al federalismo dall’Eco di Bergamo. Addirittura supera i riferimenti al federalismo sulla Padania, il giornale della Lega (341 citazioni negli ultimi tre mesi).
Rischiamo pertanto di trovarci di fronte a un esito paradossale della crisi della maggioranza. Elezioni politiche tenute a 150 anni dall’unità nazionale che sanciscono una cesura territoriale delle rappresentanze politiche senza precedenti: la Lega e ciò che rimane del Popolo delle Libertà presenti soprattutto al Nord, il Pd radicato al centro e il nuovo partito di Fini assieme all’Udc fortemente concentrati al Sud. Equilibri fra partiti così fortemente territorializzati rischiano di richiedere un gonfiamento ulteriore della spesa pubblica, oltre che ovviamente creare tensioni sul piano della coesione nazionale. L’antidoto sarebbe la nascita di una classe dirigente al Sud in grado di capire che è nel suo interesse avere vincoli di bilancio più rigidi e ben definiti. La trasparenza e la scarsità possono infatti diventare una potentissima arma contro i potentati locali e la criminalità organizzata. Ma oggi non esiste ancora un partito, un’organizzazione collettiva, che abbia investito nel costruire questo tipo di classe dirigente al Sud. Ovunque, si vedono ancora i partiti e i politici della spesa pubblica.

 

http://www.lavoce.info  09.09.2010

Azioni sul documento