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Del volersi bene

Significato di un verbo molto usato

 

 

 

l’assenza del professore evento fortunato

L’annuncio dell’assenza imprevista di un docente è uno dei motivi di maggior gioia delle scolaresche, perché origina, molto spesso, un’ora di “niente”: un docente supplente che sorveglia un gruppo di adolescenti che si baloccano e godono del perder tempo ! Un tempo perso  rispetto ad un progetto/programma di formazione e di crescita, un’ora di scuola che non è scuola.

La valutazione dell’evento è molto semplice: manca un’intelligente correlazione tra l’azione e la convenienza della stessa, per il singolo e per il gruppo.

Potremmo dire: quegli allievi non si vogliono bene! Non adottano comportamenti finalizzati al raggiungimento di una loro convenienza, anche se lontana nel tempo, sono incatenati ad un vantaggio immediato e bloccato nel tempo presente.

 

delle rotture delle connessioni

Questo modo di comportarsi potrebbe sembrare un piccolo insignificante costume legato ad atteggiamenti adolescenziali e/o goliardici.

Ritengo invece che debba esser assunto a modello per un’accurata analisi che illumini problemi analoghi, ben più importanti e strategici, ma tutti aventi una comune radice nel “volersi bene” o nel “cercare la propria convenienza”.

Perché gli allievi non si vogliono bene? Perché non pongono loro stessi, la loro convenienza, al centro del loro agire? Elenco alcune ipotetiche cause quali possibili giustificazioni all’atteggiamento:

Hanno perso la consapevolezza del nesso tra azione e convenienza.

I meccanismi relazionali ed educativi, nei quali sono inseriti, danno loro la certezza del raggiungimento di obiettivi positivi e di benefit esistenziali anche in assenza di comportamenti adeguati e azioni compatibili, congrue, sia con le aspettative degli adulti sia, in generale, con la realtà nella quale sono inclusi.

Stanno traslando su altri le spiacevolezze del loro agire.

Il comportamento inadeguato viene ritenuto originato dal gruppo: il branco è all’origine delle irrazionalità, in quanto il singolo, preso a sé, è immune da comportamenti negativi che, invece, mette in atto se opera all’interno di un gruppo.

Stanno traslando le proprie positività.

Gli elementi comportamentali positivi sono rinviati ad altro luogo ed altro tempo, ritenendo in buona sostanza che quell’ambiente e/o quella situazione non siano all’altezza delle migliori qualità esprimibili. E’ quindi giusto adottare, in certi ambienti, comportamenti negativi, adeguati all’ambiente stesso.

Ignorano la consequenzialità tra azione e convenienza.

E’ possibile che, in alcune situazioni, si possa parlare di perdita di collegamenti logici consequenziali, dovuti a modalità cognitive mutuate dai sistemi informatici. I motori di ricerca ed, in generale, i browsers, agiscono con logiche non lineari e sequenziali: questo, a mio parere, ha profondamente mutato i meccanismi logici (in un navigatore informatico dopo la lettera c può seguire d oppure b!).

La consequenzialità, tra azione e convenienza, si giustifica, a seguito,di una lunga catena logica e/o pratica.

Tutto e subito, qui ed ora, può essere il portato di una diffusa sensazione di esiti miracolistici (quasi un complesso “della bacchetta magica”) prodotti dalla tecnologia. Gli studenti sono pertanto sono indotti a cancellare, o ad ignorare, una faticosa sequenza in favore di scorciatoie che creano cortocircuito nella logica o nei fatti. 

La correlazione, tra azione e convenienza, pone in corrispondenza cose e/o fatti lontani nel tempo e nello spazio.

Gli allievi non pensano affatto alle loro competenze e alle loro abilità sminuite dalla perdita delle lezioni: la professione, l’età adulta, sono lontane nel tempo ed è difficile correlare, nella classe, una futura ipotetica “mancanza di abilità” con il gioco estemporaneo che ha sostituito lo studio e generato la medesima.

 

più scuola, non meno scuola

La controproposta, conveniente per gli allievi deve essere: “più scuola, non meno scuola”. Premesso che la quantità non significa automaticamente più qualità, più scuola deve equivalere a maggior densità di impegno, ad una concentrazione, ad un lavoro agito insieme tra allievi e docenti, intensamente. Deve significare anche non perdere ore di lezione. Più scuola deve essere la propensione a condividere un colloquio educativo teso al futuro e ricco di stimoli per una cittadinanza attiva. Quindi, nell’ambito delle prospettive professionali, più scuola è la scelta di educare e orientare in un contesto di sviluppo sostenibile e compatibile con la natura finita del sistema Terra nel quale viviamo ed operiamo.

 

comportamenti di futuro

In generale, abbandonando il caso classe, possiamo dire che la cultura, la tecnologia e l’economia moderne hanno rotto quegli equilibri tradizionali che avevano i ritmi delle stagioni e le localizzazioni di ambiti “a vista d’occhio” Era un mondo semplice, facile da osservare ed abbastanza prevedibile. Ora facciamo fatica a relazionare fatti e conseguenze, spesso lontane tra loro nel tempo e nello spazio e/o collegate da lunghe catene logiche o pratiche.

Tutte quelle ipotetiche annotazioni sulle cause all’origine dei comportamenti degli allievi possono essere generalizzate e, se opportunamente ridefinite, possono essere addotte a spiegazioni dei comportamenti, ugualmente privi di relazione tra azione e conseguenza, che osserviamo nelle scelte degli adulti rispetto a problemi ben più sostanziali e strategici di “un’ora buca”!

 

 

 

della convenienza

Gli studenti non si vogliono bene; ed i lavoratori ed i cittadini se ne vogliono? La correlazione, spesso auspicata, tra azione e conseguenza, la ritroviamo anche in fatti specifici della quotidianità e della politica:

Una pubblicità governativa declama: “la sicurezza sul lavoro – la pretende chi si vuole bene” Lo spot illumina l’ “attenzione al proprio interesse” al “volersi bene”, come fattore scatenante di comportamenti positivi relativi alla sicurezza sul lavoro. Esattamente quanto auspicato per gli studenti, relativamente allo studio! Ma, in questo caso, come può, il lavoratore che si vuole bene, pretendere sicurezza sul lavoro? Il messaggio è confrontabile con la situazione della classe? Il lavoratore ha la possibilità, come gli allievi di fare una scelta di convenienza? In generale, il lavoratore non ha il potere di effettuare scelte di sicurezza: poiché queste sono legate a situazioni complesse e non sono nella disponibilità dello stesso. Anzi è spesso accaduto che la richiesta di sicurezza abbia, in modo perverso, prodotto esiti negativi in quanto non congrua con le scelte manageriali relative al piano industriale e/o comunque fuori budget ! La connessione tra azione e conseguenza positiva, stimolata dal volersi bene, in questo caso è artificiosa e ingannevole, a maggior ragione, in quanto vorrebbe attivare un meccanismo virtuoso senza che questo possa, in realtà, realizzarsi.

A mio parere è, non solo, una pubblicità che usa in modo inadeguato “il volersi bene”, una spinta forte per l’azione positiva da non deprezzare/svilire, ma usa anche, in modo scorretto, la comunicazione stessa rompendo un’altra connessione: quella tra il messaggio e la sua verificabilità/fattibilità/concretezza.

In campagna elettorale, analogamente, troviamo la spot “vota per tizio, difende i tuoi interessi!” L’elettore che voglia difendere i propri interessi come può determinare se tizio lo farà, e quindi se veramente lui si vorrà bene, votando per tizio? Un altro esempio di difficile correlazione tra azione e proprio interesse, di scelta difficile per avere la propria convenienza dall’operare in un certo modo. La risposta, ancorché non certa, potrebbe in parte venire dalla conoscenza del programma elettorale del candidato, ma, spesso accade che la comunicazione elettorale, come nel caso della sicurezza, sia emotiva e non esaustiva, evocativa, celebrativa, ridondante: non pertinente con i problemi della quotidianità del cittadino.

Infine desidero ricordare la Dichiarazione di Indipendenza Americana del 4 luglio 1776 ove leggiamo che a tutti gli uomini vanno riconosciuti il diritto “alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”. C’è un legame tra il volersi bene e la felicità? In un altro Stato, come dovrà agire il cittadino che volesse esercitare il suo diritto alla felicità? come farà a volersi bene per essere felice?

 

la ricchezza delle nazioni

Alla fine del settecento, nel 1776, Adam Smith scriveva nel testo “La ricchezza delle nazioni” : “Non è dalla benevolenza del macellaio, o da quella del birraio o del fornaio che noi ci attendiamo il nostro pranzo, ma dal loro interesse personale. Ci rivolgiamo non al loro senso di umanità ma al loro interesse, e non parliamo mai loro delle nostre necessità ma dei loro vantaggi. Nessuno, tranne il mendicante, sceglie di dipendere principalmente dalla benevolenza dei suoi concittadini”. L’economia di mercato, il capitalismo, nascono da queste e altre considerazioni teoriche tese a delineare un modello di relazioni tra il lavoro, il capitale e lo Stato che, anche grazie ad una evoluzione dei principi settecenteschi, ha permesso lo sviluppo tecnologico e il benessere materiale diffuso e pervasivo, intorno a noi. Ma il benessere, originato in alcune zone più sviluppate non è rimasto relegato a questi fortunati paesi, è intanto diventato l’obiettivo di molti altri Stati, economie e popolazioni che si sono impegnati nella ricerca di più alti tenori di vita: il modello economico e di sviluppo si è diffuso, espandendosi come un diluvio, in tutto il mondo.

Quella genuina (ora fa quasi tenerezza) connessione delle origini tra lavoro e convenienza, tra accumulo di capitale e convenienza, è ora annegata in un mare di variabili economiche, sociali, finanziarie, tecniche, tecnologiche … Una rete di relazioni, né semplici, né lineari, ci costringe ad operare scelte in contesti ove sarebbe più facile far agire un computer, piuttosto che il nostro cervello! È sempre più difficile volersi bene!

La globalizzazione  e la finanziarizzazione dell’economia hanno dato il colpo finale, quasi mortale, a quelle connessioni semplici ed immediate.

 

della conservazione della specie

La forza profonda che anima tutte le specie è la ricerca della loro permanenza, della loro stessa conservazione: è questo il modo con cui ogni specie “si vuole bene”! I comportamenti messi in atto dai singoli componenti trovano, generalmente, una logica definizione/giustificazione in un contesto di sopravvivenza della specie. Il singolo muore ma dopo aver dato vita ad un suo simile; le strategie esistenziali individuali sono finalizzate alla sopravvivenza collettiva. Ma questi meccanismi possono operare in un contesto di comunicazione “drogata”? E’ possibile aver output corretti a partire da input svianti e non adeguati? Ci si può voler bene senza avere le informazioni giuste?

 

della conservazione dell’habitat

La ricerca del benessere genera un modello di sviluppo ricco di benefit ma richiede tanta energia e tanto pervasivo dominio sulla natura: il volersi bene , secondo questo modello di sviluppo, è diventato un non voler bene all’ambiente. A partire da ciò constatiamo che i sistemi economici tendono ad essere, maggiormente, energivori e questo consumo non potrebbe comportarsi diversamente dato che i parametri economici sono positivi solo se in crescita (illimitata?). Fino a quale punto potranno aumentare? Non esiste un punto fisso di equilibrio! Intanto la produzione di energia avviene con modalità sempre di più impattanti sull’habitat e con modalità “vuoto a perdere”!

Fino a quando potremo ancora sognare di rendere compatibile lo sviluppo con la sostenibilità ambientale del medesimo?

 

educare/formare

Che fare? Quale atteggiamento deve assumere un docente per attivare negli allievi una positiva attenzione verso il proprio interesse e un’attitudine a curarlo lungo tutto l’arco della propria vita? Ritengo importante sottolineare la mutazione antropologica in atto che modifica molto i presupposti alla base dei sistemi educativi. Questa mutazione, unita all’introduzione di strumenti tecnologici informativi nella pratica didattica quotidiana, strumenti che sono immediatamente diventati anche formativi, ci dovrebbe costringere a rivedere complessivamente le modalità di erogazione della formazione degli allievi. In un altro mio scritto, sempre inserito nel “Progetto Green Jobs “, ho già analizzato le possibile scelte concrete da fare in questa direzione. Qui ed ora, ribadisco un elemento basilare: la risposta educativa non può esser sviluppata in modo semplice ed ingenuo aggiungendo elementi “ecologici” ai programmi, riverniciando gli stessi sia pure di color verde !

 

dei rumori di fondo

A conclusione di questa riflessione dobbiamo riconoscere l’esistenza di un assordante rumore di fondo che ci distrae e ci porta a cambiare l’obiettivo della nostra convenienza. Il linguaggio pervasivo che ci condiziona, e coinvolge tutti, nasce dallo sdoganamento di quelle espressioni, interlocuzioni, modi di dire, costrutti sintattici che ritenevamo “scorretti o improponibili” mentre cadono miseramente tutte le difese che costituivano barriere, condivise, al degrado linguistico e alla “babele” dei linguaggi. È stata giustificata perfino la bestemmia sulla base dell’assunto, illogico, che le parole, le espressioni debbano essere valutate nel contesto in cui sono inserite! Poiché i contesti sono infiniti, sono infinite le possibilità giustificatorie, interpretative delle parole: abbiamo rotto anche queste certezze. A questo punto la domanda vera, fondante deve essere: riusciremo a ricostruire un linguaggio condiviso che consenta di argomentare e non di urlare le proprie convinzioni? Che permetta di usare dati scientifici per effettuare decisioni strategiche di comune interesse?

L’opera complessiva degli adulti, coinvolti in questa impresa di formare i futuri cittadini, risiede nel costruire un linguaggio condiviso con il quale parlare di futuro possibile, sostenibile, compatibile con la nostra Terra e fare progetti per nuovi lavori.

Il Progetto GJUSTI è inserito in questa comune azione di tanti degni stakeholders.

 

 

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