Dai mendicanti agli sfruttatori: come i filosofi facevano soldi
Diogene povero, Aristotele strapagato, Voltaire negriero
Non è vero che i grandi filosofi imparati a scuola furono soltanto apostoli
delle loro idee e vissero come se l’umanità non li riguardasse. Se qualcuno
ebbe tali caratteristiche, fu un’eccezione. La maggioranza conobbe i problemi
della gente comune, sovente lottò contro quelli economici. Il denaro, per dirla
in termini semplici, è stato capriccioso con loro quanto lo è con i comuni
mortali. Noi li studiamo sovente in biografie che ne edulcorano le difficoltà,
ma alcuni di loro furono ricchi e nobili, come Platone, mentre altri faticarono
a tirare la fine del mese, come Comte, che combinò il pasto con la cena facendo
il ripetitore scolastico.
Se Aristotele fu strapagato da Alessandro Magno (talune fonti parlano di 800
talenti versati per la Storia
degli animali, cifra con la quale avrebbe potuto comperare allora oltre un
migliaio di abitazioni) e se Seneca — grazie alle sue frequentazioni, in
particolare Nerone — diventò il più ricco pensatore di tutti i tempi, Nietzsche
visse gli anni creativi con una pensione da professore e da essa doveva
decurtare le spese per pubblicare i libri. Diogene di Sinope, il cinico,
abitava in una botte e girava per Atene come un mendicante, privandosi di tutto
il superfluo e chiedendo anche la carità. Con questo non si deve dedurre che la
storia del pensiero sia piena di morti di fame — tranne ovviamente quelli che
scelsero una simile fine, come taluni stoici quali Dionigi o Cleante — ma che
le idee, vera ricchezza per l’umanità, non sempre hanno ripagato chi le ha
avute. Certo, non mancarono attenti amministratori del loro patrimonio, come
Schopenhauer (il quale, tra l’altro, non sopportava il prossimo) o Voltaire,
che investì le numerose prebende di cui godeva anche nelle navi negriere.
Dinanzi a una nuova edizione dell’Enciclopedia filosofica simili notizie
corrono tra le voci e ci si accorge che le illustri vite, capaci di produrre
sistemi e progetti per il bene del mondo, hanno ancora dettagli da rivelare.
Marx, per fare un altro esempio, era sempre irritato e il problema dei soldi lo
accompagnò tutta la vita. Era distratto: chiedeva prestiti, frequentava il banco
dei pegni, spendeva senza riflettere e infine si infuriava quando giungeva il
momento di onorare i debiti. L’eredità paterna gli portò una cospicua somma in
oro (seimila franchi dell’epoca), ma egli la «investì» in buona parte per
armare i lavoratori del Belgio; la madre, da parte sua, si rifiutò di pagargli
i debiti. Per fortuna trovò Engels, la vera risorsa economica della sua
esistenza. Condusse inoltre vita malsana: mangiava e fumava molto, era goloso
dei cibi ben conditi, apprezzava la birra ad alta gradazione e soffrì —
soprattutto durante la stesura de Il Capitale — di foruncoli. La dieta
sregolata e l’igiene dell’epoca gli causarono questo genere di escrescenze, che
lo innervosì in molteplici occasioni. In una lettera a Engels, scritta nei
giorni di composizione della sua massima opera, Marx collega il protuberante
fastidio alle lotte economiche: «Qualsiasi cosa succeda, spero che la borghesia
si ricorderà per sempre dei miei foruncoli».
Jean-Jacques Rousseau, invece, nacque in una famiglia di Ginevra nella quale il
denaro circolava senza problemi, ma dove non mancavano traumi, tanto che nel
1718 suo fratello maggiore fu spedito dal padre in riformatorio, a motivo di
una «incorreggibile malvagità». Di lui si sa soltanto che nel 1723 riuscirà a
fuggire e poi se ne perderanno le tracce. Nonostante Rousseau abbia scritto
nell’Emilio «l’ambizione, l’avidità, la tirannia e la malintesa prudenza dei
padri, la loro negligenza e brutale insensibilità» et similia, mise i suoi
figli uno ad uno all’orfanotrofio. Che dire? Anche il papà di Hobbes, che era
vicario anglicano di Westport, uomo di non eccelse qualità culturali e umane,
dopo essere stato cacciato dalla sua parrocchia per un litigio con i superiori
decise di abbandonare moglie e figli alla loro sorte. Oggi conosciamo l’autore
del Leviatano perché uno zio benestante si prese cura della famigliola.
Per giungere in tempi vicini a noi, diremo che Bertrand, terzo conte di
Russell, celebre per i suoi studi matematici ma soprattutto perché negli anni
Sessanta gli fu attribuito lo slogan «fate l’amore, non fate la guerra»,
scrisse un’oceano di articoli e di libri su argomenti diversissimi — non
escluso l’utilizzo del rossetto — per avidità. L’amico Miles Malleson (è in
Rupert Crawshay-Williams, Russell Remembered, pubblicato a Oxford nel 1970)
rivela che i suoi ingenti guadagni li registrava su un libriccino, nel quale
elencava scrupolosamente i compensi ricevuti per pubblicazioni e trasmissioni
radiofoniche. Nei rari momenti di inattività o di tristezza, lo estraeva e,
leggendolo, ne ricavava «sempre grande conforto». Godeva, insomma, come Paperon
de’ Paperoni.
Corriere della Sera 14.10.10

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