Cultura cattolica: il rischio del declino
Nulla disturba la psiche di noi mortali quanto la sensazione di essere irrilevanti.
Nulla disturba la psiche di noi mortali quanto la sensazione di essere
irrilevanti. E si può presumere che il disturbo sia ancora più spiacevole per
le istituzioni collettive e per chi le abita e governa. Mi incuriosisce in
questa luce, e in parte mi coinvolge, la realtà attuale della Chiesa cattolica
che, malgrado la sua persistenza millenaria, è da più parti indicata come
grande icona dell’irrilevanza rispetto alla convulsa attualità delle dinamiche
culturali e dei dibattiti politici. E confesso che anch’io provo frustrazione
per come la Chiesa
spesso cada «sua sponte» nel rischio dell’irrilevanza: troppi documenti ad alta
genericità, troppi appelli di puro volontarismo, troppi sconfinamenti su
argomenti su cui non si ha molto da dire, troppe rivendicazioni valoriali e di
principio, troppi eventi che non riescono a farsi notare fuori dei propri
recinti.
Si è creata così un’aura di pericolosa non significanza nel campo della
comunicazione e dell’opinione pubblica, quali che siano le colpe che in
assoluta reciprocità si rinfacciano gli esponenti del mondo ecclesiale («le
cose che diciamo non sono adeguatamente valorizzate») e gli esponent i della
comunicazione di massa («non ci dicono niente di significativo»). In una
progressiva lontananza che non fa bene a nessuno e che forse è possibile
superare partendo dalla focalizzazione della sua ragione profonda, cioè l’evasione
congiunta e parallela da un confronto culturale doverosamente radicale: da un
lato la Chiesa
conta prevalentemente sull’omogeneità del proprio mondo, fatto di milioni di
fedeli raccolti nelle parrocchie e nelle associazioni; e dall’altro lato i protagonisti
della comunicazione e della politica sanno di poter contare sul fatto che sono
comunque loro a dettare l’agenda.
Si fronteggiano così due mondi autoreferenziali, dove la distanza
fenomenologica delle affermazioni di principio è quasi funzionale a mantenere
la autoreferenzialità, spesso addirittura accentuandola: proclamando da una
parte valori «non negoziabili», e sottolineando dall’altra la inarrestabilità
storica della modernità e dei suoi strumenti. Ma l’autoreferenzialità troppo
replicata alla fine stanca e si esaurisce ed è probabile che ci sia spazio per
un dialogo pur radicale.
Nel mettere a fuoco tale dialogo ed i campi più delicati e ambigui che esso si
trova di fronte, si può constatare che il primo riguarda il rapporto fra
dimensione ecclesiale e potere sociopolitico. È chiaro che quest’ultimo è
propenso, in nome della modernità, a favorire una crescente espulsione della
dimensione religiosa dallo spazio pubblico, ma ciò alla fine crea certo una
diminutio parallela: la Chiesa
è costretta o si adatta a far politica ecclesiastica, di realistico adattamento
al potere e quindi senz’anima ecclesiale; mentre lo spazio pubblico diventa
sempre più troppo prigioniero delle dinamiche istituzionali (la laicità dello
Stato, la esaltazione della legalità, il primato delle procedure decisionali,
ecc.) con l’effetto che proprio lo spazio pubblico, quello di tutti, finisce
per diventare privo di senso collettivo e di adesione partecipativa.
Il secondo ambiguo campo di dialogo è quello del rapporto con la modernità e la
post-modernità. La Chiesa
certamente soffre la crescita della secolarizzazione e della riduzione della
religione a fatto privato, residuale e premoderno, ma ancora più soffre la
crescita del politeismo dei valori e del conseguente relativismo culturale ed
etico. Va però notato che tale politeismo ha effetti devastanti anche sulle
ambizioni di una modernità che, essendo sempre meno governata, lascia il campo
valoriale alla mercé del primato della soggettività (culturale ed etica) con
effetti di egoismo, particolarismo, cinismo, che all’occhio critico appaiono
più guicciardiniani che moderni.
Il terzo campo di dialogo, proprio a proposito di soggettività, è quello della
variazione dello statuto antropologico dell’uomo. La Chiesa avverte che nella società
attuale i suoi basamenti di lungo periodo (la creaturalità dell’uomo, il
primato dell’anima nel corpo, la scansione fra speranze terrene e destino
ultraterreno) hanno meno udienza che nel passato; ma anche la cultura del
secolo avverte lo squilibrio fra le sue ambizioni di autopoiesi e di
autodeterminazione dell’uomo (il suo farsi da sé, il primato della libertà di
coscienza, la moltiplicazione dei diritti, ecc.) e la quotidiana vita dei
singoli, presuntivamente potentissima, ma che nei fatti si consuma in
difficoltà e disagi di «senso», divenendo fragile e troppo prigioniera del
variare delle contingenze.
Ed infine esiste un quarto ambiguo campo di confronto, quello relativo al ruolo
della Chiesa nella storia del mondo. La sua funzione antica di motore della
storia è andata declinando e non solo per effetto della secolarizzazione di
stampo occidentale (che nega anche le radici cristiane dell’Europa) ma anche e
specialmente per effetto della crescita combinata del fondamentalismo islamico
e dell’empirismo continuato dei Paesi emergenti. Tale combinata crescita mette
però in crisi quell’«orgoglio degli umani» che è diventata ideologia tipica
dell’Occidente, ma che non può vivere senza il recupero dell’apporto di uno
spirito religioso inverato nella storia, come è per secoli stato lo spirito
giudaico-cristiano; e senza il quale anche il citato orgoglio rischia
l’irrilevanza storica.
Ce n’è abbastanza per dare senso ad un confronto serio fra la cultura cattolica
e la cultura sociopolitica dominante, due culture che ove si accentuassero i
pericoli sopra richiamati rischierebbero un parallelo declino di incidenza
collettiva. E siccome i pericoli maggiori li corre oggi la cultura cattolica, è
forse opportuno che i primi passi del confronto vengano proprio da quella
parte.
Corriere della Sera 5.12.10

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