Crisi fiscale, contagio e futuro dell'euro
Crisi fiscale, contagio, collasso della moneta unica: potrebbe diventare uno tsunami ben peggiore di quello dei mutui subprime.
Crisi fiscale, contagio, collasso dell’euro … Cerchiamo di
capire cosa sta succedendo, perché gli scenari paventati da giornali e
televisione si stanno susseguendo in modo così tumultuoso che non è facile
seguirne la logica. Invece è proprio in situazioni di emergenza
come questa che è importante fare chiarezza, proprio per evitare che si
realizzino gli scenari peggiori e individuare la via di uscita.
Punto primo. Quando uno stato sovrano accumula un livello
molto elevato di debito, gli investitori cominciano a temere che esso non sia
“sostenibile”, cioè che lo Stato non riuscirà a restuire capitale e interessi
generando avanzi di bilancio in futuro (cioè un gettito fiscale superiore alla
spesa pubblica). In questo caso, chiedono tassi di interesse maggiori per
acquistare nuovo debito pubblico, poiché vogliono essere compensati per il rischio
di insolvenza. Ciò in realtà aggrava il pericolo di insolvenza, perché
appesantisce i conti pubblici, per cui alla fine arriva il momento in cui non
c’è più un tasso di interesse capace di compensarli del rischio di insolvenza:
allora essi smettono di sottoscrivere il debito pubblico. Questa è la crisi
fiscale, e ha solo due esiti possibili, che fra l’altro non si
escludono tra loro: 1) l’insolvenza da parte dello stato, con conseguente
ristrutturazione del debito (come ha fatto l’Argentina); 2) la “monetizzazione”
del debito, che viene acquistato dalla banca centrale immettendo moneta
nell’economia e quindi causando inflazione e deprezzamento del tasso di cambio.
DALLA GRECIA ALL’ITALIA
Punto secondo. Nel caso della Grecia, la
seconda strada – quella della monetizzazione – era esclusa dalla sua
appartenenza all’area dell’euro: il governo greco non poteva imporre alla Banca
centrale europea (Bce) di acquistare i propri titoli del debito
pubblico, per cui la sola strada aperta era quella dell’insolvenza e della
ristrutturazione del debito, a meno di non ottenere prestiti da altri paesi a
tassi inferiori a quelli richiesti dal mercato. Ma perché i paesi dell’area
dell’euro hanno deciso di fare questo sacrificio? Come si è visto in questi
giorni, dopo non poche indecisioni lo hanno fatto soprattutto per timore del “contagio”.
Ma cos’è questo contagio? Qui veniamo alla parte più interessante della storia.
Punto terzo: il contagio. Ammaestrati dalla crisi della
Grecia, gli investitori hanno cominciato a sospettare che altri paesi con
elevato debito pubblico – Portogallo, Spagna, Italia – possano
trovarsi in una situazione simile. Perché? Come i governi di questi paesi si
sono affrettati a spiegare, i loro conti pubblici non sono nello stato
drammatico di quelli greci. Allora perché gli investitori sono preoccupati?
Perché rischiano i propri soldi in una scommessa perdente? Perché, come dicono
gli economisti, in questa partita tra Stati sovrani e investitori ci possono
essere “equilibri multipli” (1): anche quando uno Stato non è
molto indebitato, gli investitori possono cominciare a temere che, non volendo
alzare la pressione fiscale oltre un certo livello “politicamente sostenibile”,
in futuro esso potrà voler ricorrere alla ristruttrazione o alla monetizzazione
del debito, o a entrambe. Nel timore che questo accada, essi spingono i tassi a
livello talmente alto che “la loro profezia si autoavvera”: a
quei tassi, lo stato che altrimenti avrebbe fatto fronte ai suoi debiti finisce
davvero per dover davvero ristrutturare o monetizzare il debito, cioè per non
ripagarlo interamente.
Quindi tutto dipende dalla “fiducia” degli investitori: se e fin quando la
fiducia c’è, si resta nell’“equilibrio buono” con tassi di interesse moderati e
mercati tranquilli; quando la fiducia scompare, si salta all’“equilibrio
cattivo”, quello in cui c’è la crisi fiscale. Il “contagio” che la crisi greca
ha scatenato è stato proprio questo: ha indebolito la fiducia
degli investitori anche verso stati che avrebbero potuto continuare a navigare
in acque tranquille se avessero continuato a godere della loro fiducia. Si noti
fra l’altro che l’onere stesso del salvataggio della Grecia sta appesantendo i
conti pubblici di Portogallo, Spagna e Italia, e anche questo ha contribuito a
indebolire la fiducia nella loro solidità di debitori.
LA BORSA E LA SPECULAZIONE
Punto quarto: il rifinanziamento del debito
pubblico. I paesi in questione sono esposti alla crisi fiscale (l’“equilibrio
cattivo”) nella misura in cui sono costretti a ricorrere ai mercati per il rifinanziamento
del debito pubblico, e quindi a seconda di quanto debito pubblico scadrà nei
prossimi mesi. Ciò a sua volta dipende dalla scadenza media del debito
pubblico: se il debito pubblico è per lo più a lunga scadenza, la quantità di
debito da rifinanziare in un dato intervallo di tempo è piccola, e anche
doverlo fare a tassi elevati è un costo sopportabile. In questo caso, il
rischio di crisi fiscale è escluso. Se invece il debito è per lo più a breve
termine, cosicché la quantità di debito da rifinanziare è elevata, il rischio
di crisi fiscale esiste, come dimostrato da Giavazzi e Pagano (1990). (2)
L’argomentazione è simile quella usata nel valutare la solvibilità delle
imprese delle banche, in cui il “rollover risk”
derivante dall’indebitamento a breve è uno dei fattori che determina il rischio
di fallimento.
Punto quinto: il deprezzamento dell’euro. Perché l’euro si sta
deprezzando? Una possibile risposta è che man mano che la crisi si allarga ad
altri grandi paesi dell’area dell’euro, il rischio di monetizzazione del debito
pubblico da remoto si fa più concreto. Se la Grecia può essere salvata (forse) dagli altri
paesi dell’area euro, questo non può certo valere per l’imponente debito
pubblico di Italia, Spagna e Portogallo. A quel punto, il rischio che la Bce debba monetizzarlo esiste,
e i timori di inflazione che ne derivano potrebbero spiegare
il deprezzamento dell’euro. Ma poiché ciò metterebbe a repentaglio la stabilità
dei prezzi nell’area dell’euro, e rappresenterebbe un imponente trasferimento
di risorse dai paesi forti dell’euro a quelli deboli, è uno scenario poco
probabile.
Una spiegazione alternativa del deprezzamento dell’euro è il timore della rottura
dell’eurosistema, uno scenario fino a poco tempo fa impensabile:
proprio per non essere chiamati a contribuire alle finanze dei paesi deboli
dell’area dell’euro con la monetizzazione del debito, i paesi forti potrebbero
spingere quelli deboli al di fuori dell’eurosistema. Ovviamente questo è uno
scenario drammatico, in quanto la ridefinizione dei confini della moneta unica
difficilmente potrebbe avvenire senza impressionanti scossoni. E inoltre nel
frattempo la crisi fiscale potrebbe tradursi nell’insolvenza sul debito
pubblico di vari paesi dell’area dell’euro, con effetti globali devastanti:
considerato che il debito pubblico di questi paesi è massicciamente presente
nei bilanci di banche e assicurazioni di tutto il mondo, e soprattutto
dell’area dell’euro, potrebbero determinarsi catastrofiche reazioni a catena in
tutto il sistema finanziario. Il “contagio” diventerebbe davvero globale. Al
confronto, la crisi innescata dai mutui “subprime” diventerebbe un pallido
ricordo.
Ciò spiega perché le borse stanno crollando, e perché i
governanti siano molto preoccupati, su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Tuttavia, le invettive dei governi contro gli “speculatori” e i “mercati” sono
infantili. La parola “speculatore” nasce dal latino specula (vedetta),
e indica chi cerca di “guardare lontano”, e quindi metaforicamente “prevedere
il futuro”. Nel momento in cui un qualsiasi risparmiatore decide se
sottoscrivere i titoli del debito pubblico, anch’egli cerca di “guardare
lontano”, e in questo senso in qualche misura siamo tutti speculatori.
E tutti contribuiamo a determinare l’andamento dei mercati, perfino quando
decidiamo di non servircene. Sta ai governi dimostrare che in questo momento
speculatori e mercati stanno sbagliando previsioni e scommesse.
RECUPERARE LA FIDUCIA DEI MERCATI
Ma esiste un modo di recuperare la fiducia dei mercati?
Poiché l’origine del problema è nella politica fiscale, il modo di recuperarla
è sul fronte del fisco: occorre dare segnali forti e coordinati che gli stati
deboli dell’area dell’euro sono capaci di “mettere a posto” i propri conti
pubblici, accettando un monitoraggio e una disciplina comunitaria
molto forte sulle proprie finanze.
Ciò vuol dire limitare significativamente la sovranità fiscale degli stati membri,
dopo aver già accettato di delegare quella monetaria alla Bce. Ma occorre andare
ben oltre la fragile disciplina del trattato di Maastricht e del patto
di stabilità, assoggettando direttamente le leggi di bilancio degli stati
membri dell’Unione a limiti comunitari vincolanti e a istituzioni dell’Unione
Europea che li facciano valere. Non è affatto cosa di poco conto: difficile da
realizzare e politicamente dolorosa, come le dimostrazioni e i morti di Atene
dimostrano. I governi e soprattutto i parlamenti nazionali saranno disposti a
farlo? Se sì, allora da questa crisi l’Europa riemergerà più forte di prima, e
procederà verso il completamento della sua struttura sovranazionale
con l’introduzione graduale di istituzioni fiscali federali, ovvero la naturale
controparte della Bce.
Potrebbe anche essere l’occasione per colmare finalmente il deficit
democratico dell’Unione Europea, poiché è naturale che decisioni
vincolanti di natura fiscale siano prese da organismi rappresentativi. In tal
modo, i limiti alla sovranità fiscale nazionale avrebbero una legittimazione
democratica sovranazionale, invece di essere visti come diktat di organismi
tecnico-burocratici o di comitati di ministri degli stati membri. Se i paesi
dell’euro avranno il coraggio di accettare questa grande sfida, non solo la
fiducia tornerà sui mercati, ma questa crisi diventerà l’occasione di una svolta
storica nella costruzione europea.
(1) Si veda ad esempio Guillermo Calvo,
"Servicing the Public Debt: The Role of Expectations," American
Economic Review, September 1988.
(2) Francesco Giavazzi e Marco Pagano, “The
Management of Public Debt and Financial Markets,” in High Public Debt: the
Italian Experience, edited by L. Spaventa and F. Giavazzi, Cambridge
University Press, Cambridge, 1988.
http://www.lavoce.info 09.05.2010

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