Crescita impossibile e fine del progresso
La terza intervista (dopo quelle a Luciano Gallino e Giorgio Lunghini) sulla crisi dell’economia, che trascina con sè il pianeta, l’uomo e la società.
Ripresa,
rilancio della produzione, aumento del Pil, crescita... Questi sono gli
strumenti insistentemente indicati da economisti, governanti, industriali,
politici, per il superamento della crisi. Che ne pensa?
Il mio parere è molto preciso. Ritengo che ci sia veramente un errore di fondo
nello scopo finale di tutte le politiche, che è quello del progresso economico.
Come ha appena detto lei, gli economisti non pensano ad altro: aumentare
produzione e produttività, a tutti i costi. Così quella che era la molla
fondamentale del capitalismo, il progresso economico, è diventata molla
fondamentale di tutti i sistemi; e al capitalismo di mercato si è aggiunto il
capitalismo di stato. Vedi la
Cina: dove accadono esattamente le stesse cose di sempre, a
detrimento dei più deboli. Mentre dovunque quelli che Bobbio chiamava «diritti
di seconda e terza generazione», con questa accelerazione del progresso
economico a tutti i costi, vengono selvaggiamente conculcati. Come dice Robert
Reich nel suo Supercapitalismo, «è stata sostituita la tutela dei diritti dei
cittadini con la tutela dei consumatori». Ormai lo scopo è quello di creare
sempre più benefici per i consumatori a scapito dei tradizionali diritti al
posto di lavoro, alla sicurezza sul lavoro, alla pensione. Noti che lo sviluppo
economico come fondamento dell'attività umana è presente anche nell'ultima
enciclica di Ratzinger; in cui si sostiene che la globalizzazione serve a un
progresso economico che poi si diffonde tra tutti i popoli. Che non è vero. E
non è vero che - come si dice - sono scomparse le ideologie. Di fatto se n'è
creata una nuova, che ha ucciso tutte le altre.
E
questo inseguimento forsennato della crescita continua mentre la crisi
ecologica (conseguenza proprio di un produttivismo insostenibile, per quantità
e qualità) sta toccando livelli di rischio difficilmente reversibili, come
afferma l'intera comunità scientifica. Possibile che personaggi di tutto
rispetto - potentissimi manager, grandi industriali, economisti di fama
mondiale, ignorino tutto ciò?
Il fatto è che appunto il problema prioritario rimane sempre quello della
crescita e dello sviluppo economico, a cui tutto il resto viene sacrificato. E,
attenzione, vengono sacrificate non solo le questioni di cui parlava lei, ma
anche problemi come la fame nel mondo. Che dal 2007 si fa sempre più grave: ora
si parla di un miliardo di persone sottoalimentate; e nessuno se ne occupa.
Veramente l'ideologia dello sviluppo economico cancella qualunque problema che
riguardi qualità della vita e diritti umani, mentre crea guerre senza senso...
Si crea una società di cui l'unico scopo è il dovere di crescere
economicamente: d'altronde in base a parametri del tutto sballati, come il Pil,
che non considerano affatto la qualità della vita.
Ma,
anche dando per scontato che questi signori siano del tutto disinteressati al
sociale, di che cosa credono siano fatti automobili, computer, cellulari,
grattacieli, armi... Non gli passa par la testa che sono «fatti» di natura e
che se la natura va in malora la stessa cosa capita alla loro produzione?
No, non gli viene in mente. E le spiego perché. Perché è un problema che
riguarda il futuro, mentre il presente è quello della crescita, del profitto
immediato...
E però anche questo viene messo a
rischio dagli eventi più recenti. Quella del Golfo del Messico è una catastrofe
economica quanto ambientale.
Non c'è dubbio. Anche su questo sono d'accordo. Quando arriva la catastrofe poi
se ne accorgono. E allora che fanno? Insistono sugli stessi schemi che hanno
provocato la catastrofe: non hanno altro in testa. La letteratura apocalittica
descrive tutto questo. Alcuni libri del genere mi hanno spaventato. Come Portando
Clausewitx all'estremo di René Girard, il quale dice: «il riscaldamento
climatico del pianeta e l'aumento della violenza sono due fenomeni
assolutamente legati». E questa confusione di naturale e artificiale è forse il
messaggio più forte contenuto in questi testi apocalittici. Martin Rees, grande
astronomo di Cambridge, con Our final Century (Il nostro secolo finale), dubita
che la razza umana riesca a sopravvivere al secolo in corso, proprio perché sta
distruggendo il pianeta. E cose simili le dice anche Posner nel suo libro
Catastrofe: con una popolazione mondiale che, secondo i calcoli, nel 2050
ammonterà a più di 9 miliardi di individui, ci saranno tremendi rischi di
carestia: la terra non può dare più di quello che ha.
E
queste cose si sanno. Ci sono anche economisti che criticano in qualche misura
il capitalismo, ad esempio le grandi disuguaglianze sociali, la distanza tra lo
stipendio di un manager e il salario di un operaio... Però nessuno pensa di
rimettere in discussione il sistema, sperano di poterlo emendare...
Perché l'ideologia non lo permette. È una fede. Questi sono dei talebani, non
può farli cambiare...
Ma il guaio è che questa sorta di
riconoscimento del capitalismo come un dato di fatto immodificabile, sembrano
ormai condividerlo anche a sinistra...
Certo, perché hanno scelto il riformismo, ormai quella è l'ideologia che ha
vinto. Ed è un'ideologia che sta prendendo piede anche nelle religioni: non a
caso ho citato l'ultima enciclica di Ratzinger.
Perché
poi pensano che la crescita possa dare benessere a tutti quanti. Ma ormai è
dimostrato che questo non accade. Se l'1% della popolazione del mondo detiene
il 50% del prodotto...
Certo. Ma lei dimentica un'altra cosa. Che il 51%, e oramai anche più, della
ricchezza mondiale è nelle mani delle grandi corporations, e a condurre
l'economia non sono più gli stati: gli stati non contano più niente. Quindi chi
comanda? Le grandi imprese. Hanno in mano la maggiore ricchezza del pianeta:
devono sopravvivere e comandare. E allora... Guardi cosa succede alla
delocalizzazione delle industrie che, pur di sopravvivere fanno di tutto,
sconquassano le economie e i diritti e non gliene importa niente...
L'arretramento della politica è dovuto proprio a questo fatto: che l'economia
ha conquistato un predominio assoluto.
A
questo punto le sinistre, che seppure faticosamente continuano a esistere, non
dovrebbero considerare questa realtà, rifletterci su? Magari ricordando errori
del passato; come il fatto che, per paura della disoccupazione tecnologica, il
progresso l'hanno regalato al capitalismo: mentre la minaccia della crescita
senza lavoro avrebbe potuto essere usata per ripensare l'intero rapporto tra
produzione e vita... Ma hanno lasciato tutto in mano al capitale.
Dopotutto il progresso l'ha inventato lui... e se l'è tenuto ben stretto...
Be'
per la verità l'ha inventato la scienza....
La quale è comandata dalla stessa ideologia...
Anche perché hanno bisogno di
finanziamenti.... Però all'origine delle grandi trasformazioni tecnologiche c'è
il pensiero di uno scienziato...
Non si può dimenticare comunque che non mancano intellettuali che discutono di
queste cose... Amartya Sen ad esempio dice che non si può ridurre la democrazia
al voto... che occorre una democrazia di larga discussione. E arriva a
sostenere che con la discussione si eviterebbero le catastrofi naturali.
Le
catastrofi naturali - come Lei ha detto con tutta chiarezza - non si evitano
finché il prodotto continua a crescere. Perciò mi stupisco che neanche i pochi
consapevoli della gravità della situazione ecologica, non trovino il coraggio
di dire: basta crescere. Cioè basta capitalismo.
Basta capitalismo. Ma con che cosa lo si sostituisce? Nessuno ha un'idea in
testa. Questa è la verità.
Eppure
forse oggi non sarebbe impossibile farsela venire. La globalizzazione è un
fatto che nessuno più nega. E certo esiste una globalizzazione economica ... e
una globalizzazione culturale operata dai mezzi di comunicazione di massa... Ma
non esiste una globalizzazione politica.
E non esiste una globalizzazione giuridica tra l'altro. Questa è a grande
differenza con la globalizzazione di tipo medioevale, regolata dalla famosa Lex
mercatoria, una legge elaborata dai mercanti, non da un singolo stato: e per
suo mezzo il commercio funzionava. Adesso le grandi imprese lavorano tra di
loro. Non c'è più una norma giuridica che ne disciplini i comportamenti: nei
confronti della fame nel mondo, dello sfruttamento delle classi più povere, del
lavoro minorile, della sicurezza sul lavoro che secondo Tremonti è un lusso. E
ovviamente nemmeno nei confronti del pianeta.
E
questo non si deve anche al fatto che una volta le sinistre facevano
opposizione, e ora non la fanno più? O quanto meno la fanno solo riguardo ad
alcune situazioni; le quali d'altronde non possono essere risolte a prescindere
dal contesto generale. Come si diceva, la globalizzazione è una realtà
governata dal grande capitale. Ma nessuno tenta di regolarla, e nemmeno di
capirla. Sinistre comprese.
Ma la ragione c'è. Le sinistre hanno continuato a ragionare fino a quando
esisteva il comunismo, che costituiva un'ideologia contrapposta a quella del
capitalismo, e in qualche modo proponeva delle soluzioni alternative. Dopo la
caduta del muro di Berlino cambia tutto. Questa è la verità. La politica
sparisce, l'economia ha il sopravvento e s'impone come politica. Le sinistre
accantonano il marxismo.
Dunque
una sinistra organizzata di qualche peso non esiste. Però (pongo anche a Lei
una domanda rivolta ai precedenti intervistati) esiste una massa di movimenti,
di piccole e grosse aggregazioni di base, che in complesso, sebbene
separatamente, vanno denunciando le peggio iniquità e assurdità del nostro
mondo, tutte in pratica riconducibili alla logica del capitale. Pacifismo,
femminismo, ambientalismo, colti magari in un solo aspetto dei singoli problemi
(acqua, nucleare, Afghanistan, donne violentate, precariato giovanile, ecc.
ecc.): non crede rappresentino in complesso quella che potrebbe essere la base
per un grande rilancio di un'opposizione valida? Ma le sinistre non ci provano
nemmeno...
Non ci provano perché manca l'ideologia unificatrice. Il marxismo è nato quando
il capitalismo da mercantile è diventato industriale, e Carlo Marx ha elaborato
un'ideologia completamente nuova. In questi anni, analogamente, si è verificata
una nuova rivoluzione, la rivoluzione finanziaria. Contro la quale occorrerebbe
una nuova ideologia. Il brasiliano Unger, filosofo del diritto di Harvard, in
un libro molto bello, Democrazia ad alta
energia, dice che, invece di garantire quella finta libertà contrattuale
che sta alla base della rivoluzione finanziaria, occorrerebbe un'autorità
mondiale capace di imporre nuove regole, e creare così le basi di una struttura
diversa, a dimensione globale.
Ecco, non le pare che le sinistre
dovrebbero pensare qualcosa del genere, magari sollecitando un incontro tra i
non pochi intellettuali di valore che hanno trattato la materia ... Io da tempo
penso a una Bretton Woods del XXI secolo...
Ma non basta più. Vuole la mia opinione? Rischiando l'accusa di leninismo?
Bisogna fare la rivoluzione. La rivoluzione russa è quella che ha cambiato
l'ideologia del capitalismo industriale. Qui se non c'è una rivoluzione vera
cosa si fa?
Se
lei parla di rivoluzione, tutti pensano subito ai cannoni... secondo il modello
storico...
Che non è più possibile, ovviamente...
Appunto.
Per questo parlavo di Bretton Woods, nel senso che occorrerebbe una iniziativa
a livello mondiale, con l'autorità di imporre questi problemi, che sono noti ma
non vengono affrontati.
Sì, la cosa dovrebbe partire dalle Nazioni Unite, l'ho scritto più volte...
Perché
l'Onu dopotutto alcuni tentativi seri li ha fatti. A proposito di ambiente,
sulla fine del secolo scorso ha promosso un paio di grossi convegni, molto più
efficaci dei tanti che sono seguiti... E più volte, nei suoi Rapporti sullo
sviluppo umano, ha preso posizione contro il consumismo, contro il Pil come
misura di benessere, contro la guerra come soluzione dei problemi... E Ban Ki
Moon si è spinto fino ad auspicare un contenimento del Pil...
Be' sì. In fondo, dopo la dichiarazione dei diritti dell'Assemblea generale
dell'Onu del '48, qualcosa è accaduto: come dopo la dichiarazione dei diritti
dell'uomo e del cittadino del 1789. Solo qualcosa di simile potrebbe cambiare
la situazione: una rivoluzione di tipo mondiale, organizzata dalle Nazioni
Unite, in cui si ridefiniscano i veri diritti, i principi per una vita diversa
da quella voluta dal potere economico, e quindi una vita orientata dalla
politica e non dall'economia. Poi mi accuseranno di essere un utopista... Però
io credo che l'utopia sia decisamente meglio dell'apocalisse: che è
l'alternativa che ci aspetta.
Il manifesto, 31 ottobre 2010

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