Così Sofocle contestò la maggioranza iniqua
Quando la conta dei voti sancisce un abuso
Può sembrare semplificatoria l’osservazione, spesso ripetuta, secondo cui
«quando parliamo dei Greci, allo stesso tempo parliamo dell’oggi» . Non è
retorica. Poche epoche del passato si presentano a noi con una tale maturità di
pensiero (filosofico, etico, giudirico, politico), con una tale avanzatissima
elaborazione stilistica e tecnica dell’oratoria pubblica, per non parlare di
altri aspetti sconcertanti quali la perfezione dell’esametro omerico. Al centro
dell’attività artistica destinata alle masse, praticata ad Atene con il
sostegno dello Stato, c’è il teatro. Ed è lì che il pubblico vedeva —
attraverso il filtro delle trame relative a figure più o meno mitiche —
scontrarsi idee, concezioni della vita, della morte, del destino dell’uomo, del
vivere sociale, della politica. Davide Susanetti ha appena pubblicato un volume
sui sette drammi superstiti della vastissima produzione drammaturgica di
Sofocle, il «beniamino» (si usa dire) del pubblico ateniese. (E per «pubblico»
, non dimentichiamolo, bisogna intendere migliaia e migliaia di persone, più
numerose spesso di quello dell’assemblea popolare). Il titolo può sembrare troppo
duro ma è, in fondo, appropriato: Catastrofi politiche (Carocci, pp. 236, e
18). Qui «politicità» è intesa nel senso più ampio, come è chiaro dal
sottotitolo (Sofocle e la tragedia del vivere insieme). E del resto in senso
ampio va intesa la stessa parola greca politeia, che, soprattutto nel V secolo
a. C., indicava non soltanto il «sistema politico» , ma anche lo stile della
conduzione politica della città: non soltanto, per dirla coi giuristi, la
costituzione scritta e gli ordinamenti, ma anche la «costituzione materiale» .
Del mutamento che convive con la tendenziale fissità degli ordinamenti si
occupa un altro libro appena pubblicato, dovuto ad un nostro notevole storico,
Giorgio Camassa: Scrittura e mutamento delle leggi nel mondo antico (L’Erma di
Bretschneider, pp. 202, e 80). Da storico formatosi— tra l’altro— alla scuola
di Giovanni Pugliese Carratelli, Camassa affronta non solo il mondo greco e
romano, ma anche quello «orientale» , dalla Mesopotamia all’Israele biblico. Ma
certamente il cuore dell’autore batte soprattutto in Grecia. Ed è importante
l’attenzione che egli ha dedicato, nel finale, alla riflessione teorica antica
sul «mutamento delle leggi» , che è quanto dire il modo in cui la costituzione
materiale, consolidandosi, diviene col tempo, a sua volta, nuova costituzione
formale o codificata. È quel processo descritto in modo geniale da Platone,
nelle Leggi, là dove parla del «mutamento» come del «legame» (desmós) tra la
costituzione esistente e quella che si viene formando, per l’appunto nel
mutamento. Il tema è peraltro strettamente legato alla distinzione, vivissima
nella riflessione filosofica-giuridica greca, tra legge scritta e legge non
scritta la cui violazione — dice Pericle nell’ «epitafio» — reca «vergogna
universalmente riconosciuta» . Una formula precorritrice, che storicamente ha
condotto all’intuizione di un diritto «naturale» : fondamento etico profondo
dell’agire morale, svincolato dalle singole confessioni o precettistiche
religiose. Questo è un tema, come ben si sa, particolarmente sofocleo, legato
alla figura e alla «disobbedienza civile» di Antigone nell’omonima tragedia.
Susanetti studia, nel suo volume, questa tragedia soprattutto dal punto di
vista del potere («Rovine e miraggi della sovranità» è il titolo di questo capitolo),
e propone una lettura innovativa della vicenda: «Anche la norma posta da
Creonte (il «tiranno» , l’antagonista di Antigone) è orale tanto quanto le
leggi degli dei. Il richiamo alle norme che vivono da sempre è semmai una mossa
retorica di delegittimazione di un Creonte che si è appena insediato al
governo» . Ma è forse sull’Aiace che l’autore porta il miglior contributo. Egli
dedica attenzione soprattutto alla parte finale della tragedia, quella in cui
si svolge un serrato scontro dialettico tra Teucro, fratello di Aiace, che
pretende sepoltura per l’eroe suicida, e la coppia Agamennone-Menelao, che tale
sepoltura intende impedire in ragione della colpa (il massacro delle greggi) di
cui Aiace si è macchiato. Il paragrafo s’intitola «Voti truccati e principio di
maggioranza» . Infatti al centro della serrata disputa che Sofocle mette in
scena viene appunto affrontata la questione delle questioni: la fondatezza o
meno del principio di maggioranza. Aiace era stato soccombente: una
«maggioranza» aveva decretato che le armi di Achille toccassero a Odisseo, non
ad Aiace. Contro questo verdetto — nella sostanza iniquo ma nella forma
ineccepibile se si assume il principio di maggioranza come risolutivo e
irresistibile— Aiace è insorto. Ma la dea sua persecutrice, Atena, lo ha reso
folle ed egli ha infierito nottetempo sugli armenti, non sugli Achei
addormentati nelle loro tende. «Chi è stato sconfitto in base al criterio di
maggioranza non ha diritto ad alcuna rivendicazione. Deve sottomettersi» .
Questo pretendono due figure «negative» del dramma, gli Atridi. E la
risoluzione del dramma viene dalla lungimirante intelligenza di Odisseo, che
comunque favorisce la sepoltura del rivale suicida, meritandosi parole di
dissenso da parte degli Atridi. Sofocle, che peraltro, da probulo, aveva
agevolato la nascita dell’oligarchia nell’anno 411, ha posto sotto gli
occhi del pubblico l’angoscioso problema in termini lucidi e dilemmatici. La
«maggioranza» non ha necessariamente ragione. Anche se costituisce (o dovrebbe
costituire) uno strumento del convivere civile, il principio di maggioranza —
come bene spiegò Edoardo Ruffini in un fondamentale libretto ristampato da
Adelphi negli anni Settanta — non ha alcun fondamento né logico né razionale.
Corriere della Sera 14.4.11

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