Così i padri della Chiesa raccontano Dio
Olivier Clément ha raccolto le voci più preziose della letteratura patristica Da Agostino ad Ambrogio, da Gregorio Magno a Origene e Tertulliano
In questi giorni la comunità di Bose pubblica la Nuova Filocalia: testi spirituali d´oriente e d´occidente a cura di Olivier Clément (edizioni Qiqajon, con prefazione di Enzo Bianchi, pagg. 514, euro 40).
Filocalia significa amore del bello; e sotto questo termine
Olivier Clément raccoglie le pagine più preziose dei Padri della Chiesa,
occidentali ed orientali, fino al VI-VII secolo. Qui appaiono Agostino ed
Ambrogio, Atanasio di Alessandria e Basilio di Cesarea, Benedetto, Cirillo di
Gerusalemme, Clemente di Alessandria, Diadoco di Fotica, Dionigi l´Areopagita,
Efrem il Siro, Erma, Evagrio Pontico, Giacomo di Sarug, Giovanni Cassiano,
Giovanni Climaco, Giovanni Crisostomo, Girolamo, Gregorio di Nazianzo, Gregorio
di Nissa, Gregorio Magno, Ilario di Poitiers, Ireneo di Lione, Isacco di
Ninive, Massimo il Confessore, Origene, Pacomio, lo Pseudo-Macario, Sinerio di
Cirene, Teodoro di Mopsuestia, Tertulliano.
Il metodo antologico della Filocalia offre un rischio: quello di avvicinare e
di assimilare testi di tradizioni diverse o opposte; un allievo di Paolo e un
teologo neoplatonico, Agostino e Dionigi l´Areopagita. Ma è solo un rischio?
Chi conosca i Padri, si rende conto che queste voci, che giungono a noi
dall´occidente romano, dall´Africa latina, dalla Cappadocia, dall´Egitto, dalla
Siria, dal Ponto, dal Sinai, dalla Scizia, dalla Dalmazia, formano un immenso
edificio musicale che obbedisce ad alcune armoniche fondamentali. Malgrado
qualsiasi differenza, il Cristianesimo è uno. La scelta dei brani, l´incastro
dei frammenti esalta il grandissimo dono letterario dei Padri. La loro
scrittura si basa su sentenze e aforismi: sia i Vangeli che San Paolo si
esprimono in forme rapidissime; e i loro eredi amano il bagliore, la violenza
dello stile, la sintesi, lo scorcio, l´invenzione del paradosso.
* * *
Leggendo il Pater Noster, apprendiamo che la nostra vita è
fatta di assoluto presente: attimo effimero dopo attimo effimero, momento dopo
momento, istante dopo istante, ora dopo ora, punto dopo punto, ognuno
sufficiente a sé stesso e benedetto da Dio: «dacci oggi il nostro pane
quotidiano». Qualche secolo dopo, in Agostino, questa idea è capovolta.
L´effimero non è più una condizione beata ma negativa. I nostri anni, dice
Agostino, si disfanno giorno dopo giorno. Quelli che erano non sono più, quelli
che verranno non sono ancora. Gli uni sono passati, gli altri arrivano per
passare a loro volta. L´oggi non esiste se non nell´istante in cui parliamo.
Nessun uomo ha stabilità in sé stesso. Il corpo non possiede l´essere. Cambia
con l´età, con il tempo e con i luoghi, con le malattie e gli incidenti.
Neppure il cuore è stabile. Quanti pensieri, quanti slanci lo agitano: quanti
piaceri lo traggono di qua e di là e lo lacerano. La mente vuole e non vuole,
sa e ignora, ricorda e dimentica. Solo dopo la morte, dopo tante sofferenze e
malattie, difficoltà e fatiche, torniamo umilmente all´Uno. Entriamo nella
città i cui abitanti partecipano all´Essere.
In primo luogo Dio ci appare sotto una grandiosa forma naturale. È la sorgente
dell´acqua, che non può mai inaridire: noi la beviamo, e via via che la
beviamo, la sete interiore non si placa ma diventa più ardente. Cristo è un
ruscello che sgorga, un torrente che inonda l´universo, travolge ostacoli e
dighe, invade tutta la superficie della terra. Il Dio-acqua, il Cristo-torrente
è luce; e nel cuore di questa luce esiste una luce che nulla potrà mai
oscurare. Noi la vediamo, la contempliamo: qualche volta essa ci oscura; ma
mentre la fissiamo sempre più acutamente, il nostro occhio interiore si aguzza,
finché la luce diventa un abisso di fuoco: una sorgente di fuoco, che cresce in
eterno; e il nostro cuore si accende e sfavilla come un carbone.
Se nominiamo l´acqua, la luce e il fuoco, non possiamo nominare né esprimere il
nome di Dio: ci avviciniamo al suo nome solo quando, vagamente e oscuramente,
affermiamo che egli è "l´aldilà di tutto" oppure, come corregge
Dionigi, è «tutto ciò che è e niente di ciò che è». Desideriamo infinitamente
conoscerlo. Ma, se non lo nominiamo, non possiamo conoscerlo: egli resta al di
là di ogni comprensione; e appena pensiamo di vedere Dio e di capire ciò che
vediamo, non vediamo Dio, ma soltanto una delle cose conoscibili che egli ha
creato. Dio non è anima né intelligenza: non ha numero, né ordine, né
grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né diseguaglianza, né somiglianza, né
dissomiglianza: non resta immobile e non si muove: non è potenza né luce: non è
vita: non è sostanza, né eternità né tempo: non è scienza né verità, né
legalità, né sapienza; né unità, né divinità, né bene; non appartiene al non-essere
e nemmeno all´essere. Così egli sfugge ad ogni denominazione e ragionamento.
Forse dovremo accontentarci di questo rincorrersi vertiginoso di negazioni, e
toccare ciò che Dionigi l´Areopagita chiamava la "perfetta
inconoscenza", sorpassando ogni intelligenza, distaccandoci da tutti gli
esseri, abbandonando noi stessi e unendoci ai raggi più luminosi della luce. Ma
nemmeno l´inconoscenza ci basta. La
Trinità sovrastanziale, di cui parla Dionigi, ci guida non
solo al di là di ogni luce ma anche al di là dell´inconoscenza, fino alle cime
più alte delle Scritture mistiche, là dove i misteri semplici, assoluti e
incorruttibili si rivelano nell´oscurità luminosa del silenzio.
Come il Dio della Bibbia, quello di Plotino e dell´Islam, il Dio dei Padri è l´Uno.
«Vedo una sola grande fiamma – dice Gregorio di Nazianzo - senza poter dividere
o analizzare l´unica luce». Quest´Uno non sta fermo: la sua pienezza gli impone
di mettersi in movimento; questo movimento non può arrestarsi nel Due, perché
la divinità sta al di là di ogni opposizione; la perfezione di Dio si compie
nel Tre. «Non ho ancora pensato a pensare all´Unità, che la Trinità mi immerge nel suo
splendore. Non ho ancora cominciato a pensare alla Trinità, che già l´Unità mi
riafferra». Le persone divine non si sommano: esistono l´una nell´altra: il
Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre, lo Spirito si unisce al Padre insieme
con il Figlio assicurando la circolazione dell´amore. L´Uno si specchia tre
volte in sé stesso, diventando Padre, Figlio, Spirito; e le tre persone non
sono confuse né separate tra loro. In nessun´altra religione (se non, in parte,
nel Tao) l´Uno si esprime così nella molteplicità e nel movimento; e il
movimento è la forma prediletta dell´Uno.
Infine, Dio si manifesta. L´immateriale si incarna, l´invisibile diventa
visibile, l´intangibile si può toccare, l´intemporale ha un inizio, colui che è
entra nel divenire, l´increato è messo al mondo, la ricchezza divina assume il
volto della povertà umana, il Figlio di Dio diventa figlio dell´uomo. Cristo si
umilia, si annichilisce, abita in noi: se non si umiliasse, la realtà si
dissolverebbe al suo contatto. Soffre per le nostre sofferenze prima di salire
sulla croce. Se si manifesta, dovrebbe essere visibile. Eppure il suo mistero
continua ad essere nascosto, anche quando nasce nella grotta, vive la sua
esistenza di bambino, predica, entra in Gerusalemme, viene appeso alla croce.
«In qualunque modo lo si comprenda rimane inconoscibile», dice Dionigi. «Dio
non si fa comprendere se non apparendo ancora più incomprensibile», ripete
Massimo il Confessore, perché «Cristo è il mistero che avvolge tutte le cose».
In realtà Gesù, il mistero nascosto, si era già manifestato. La Scrittura era una forma
di incarnazione: la lettura della Bibbia una specie di eucarestia. Mentre
leggiamo i Vangeli, ci cibiamo di Dio e beviamo il sangue di Cristo. Così ci
introduciamo nel midollo e nell´intimo delle parole celesti. Poi giunge
l´eucarestia. Dio è il pane della vita, e chi mangia la vita non può morire. Dio
è la sorgente della vita, e se beviamo dalla sorgente non avremo più sete o una
sete eterna. In quel momento il nostro corpo diventa quello di Cristo e viene
trasformato nel corpo divino. Se finora eravamo soltanto l´immagine di Dio, ora
ne diventiamo la somiglianza, secondo le parole pronunciate nella Genesi. Come
in un primo momento i pittori tracciano lo schizzo di una figura umana con un
solo colore e poi, facendo fiorire a poco a poco un colore sull´altro, ripetono
l´aspetto del modello sino alle sfumature dei capelli, così la grazia di Dio
segna in ognuno di noi l´impronta della somiglianza. Il Cristo è tutto in
tutti, come un centro nel quale tutte le linee convergono.
Allora veniamo divinizzati: abbiamo in noi soltanto energia divina; mentre
scompare ogni differenza tra Dio e i fedeli. Come dice Gregorio Magno, «l´uomo
è un animale che ha ricevuto la vocazione di diventare Dio». Mentre mangiamo il
corpo di Dio e beviamo il sangue dello spirito, anticipiamo il ritorno di
Cristo alla fine dei tempi. L´evento dell´eucarestia avviene ogni giorno e in
ogni giorno è presente l´ultimo giorno.
* * *
Giovanni Climaco pronuncia parole che hanno sconvolto
qualcuno. «Beato colui il cui desiderio di Dio è divenuto simile alla passione
dell´amante per la persona amata». L´uomo allontana i suoi pensieri, pota la
loro esuberanza, non cede ai loro voleri, fugge ogni agitazione, abolisce ogni
dispersione, chiude le porte della stanza della sua mente. Si rifugia nel
deserto dove conosce una quiete profondissima. Soltanto allora, chiuso dietro
la sua porta, l´uomo può pregare. Egli è solo con Dio. La preghiera è un
rapporto personale col Dio vivente, una conversazione con lui, senza
intermediari. Chi prega, non cerca di attirare Dio verso di lui, giacché, come
dice Agostino, egli è più intimo a noi di noi stessi. Dobbiamo invece
avvicinarci a lui, sebbene Dio doni la preghiera a chi prega pregando sé stesso
nelle profondità del nostro cuore.
La preghiera sale verso Dio dalle profondità del cuore: soltanto le preghiere
radicate negli abissi dell´io ascendono al cielo. Ma lassù il cuore non trova
il Dio inaccessibile; e si dispera apprendendo di essere innamorato di chi non
ha nome. Malgrado la disperazione il cuore continua a progredire nella ricerca,
senza smettere mai di salire, fino a quando viene colto dalla punta
dell´amorosa freccia divina. Verso mezzanotte, il fedele si alza, si lava le
mani con l´acqua e prega. In quel momento tutta la creazione si riposa un
istante per lodare il Signore: le stelle, gli alberi e le acque si fermano; e
insieme al coro degli angeli e delle anime cantano le lodi di Dio.
Quando preghiamo, a volte un versetto si ferma sulla nostra lingua, un salmo ci
appare dolcissimo, lo ripetiamo, e questa ripetizione ci impedisce di passare a
un altro versetto, tanto quelle prime righe sono inesauribili. La nostra anima
si immobilizza nel silenzio ed entriamo nella pace. Se ci accorgiamo che le
lacrime riempiono i nostri occhi e corrono senza sforzo lungo le guance,
dobbiamo comprendere che il muro celeste si è aperto davanti a noi. E se
sentiamo che le nostre membra sono prese da una grande debolezza, allora la
nube di Dio ha cominciato a coprire con la sua ombra la nostra dimora.
Nel corso di quest´estasi esiste un punto ancora più alto: un luogo nel quale
la preghiera ci abbandona e scompare. Entriamo nel Tesoro. Tace ogni bocca e
ogni lingua, tace il cuore che raccoglie i pensieri, e la mente che governa i
sensi e il lavoro scrupoloso della meditazione. Tutto si arresta. In noi, è
entrato il Padrone di Casa. Tutti i moti del nostro cuore diventano un´unica
ininterrotta preghiera, che non si allontana mai dalla nostra anima. Sia che
mangiamo, beviamo, dormiamo, e persino se abitiamo il sonno più profondo, il
profumo della preghiera si effonde senza fatica in noi. Non ci abbandona più.
Come dice Origene: «Tutta l´esistenza cristiana può essere considerata un´unica
grande preghiera, della quale ciò che siamo abituati a chiamare preghiera è
solo una piccola parte».
Torniamo a guardare la natura creata, sia buona sia malvagia. Il nostro spirito
arde per tutta la realtà, per gli uomini, per gli uccelli, per gli animali, per
i dèmoni. Quando pensiamo a loro e li vediamo, gli occhi versano lacrime. La
nostra compassione è così forte che il cuore si spezza quando vede il male e il
dolore che torturano le creature. Eleviamo la preghiera versando lacrime per
tutti i nemici della verità e per tutti quelli che ci fanno del male, affinché
siano protetti e perdonati. Quando doniamo, doniamo generosamente con il viso
rischiarato dalla gioia. Diamo più di quanto ci è chiesto. Non facciamo
differenze tra il ricco e il povero. Non cerchiamo di sapere chi è degno e chi
è indegno. Davanti a noi tutti gli uomini sono eguali. Ognuno è nostro
fratello, sebbene, senza saperlo, qualcuno si sia smarrito lontano dalla strada
della verità.
La natura del cristiano non è né la virtù, né la misura, né l´ascesi, né la
pazienza, né la discrezione, sebbene possa assumere questi aspetti. Un giorno,
Abba Lot venne a trovare Abba Giuseppe e gli disse: «Padre, secondo le mie
possibilità io osservo la mia piccola regola, il mio modesto digiuno, il mio
silenzio contemplativo. Faccio le mie preghiere e la mia meditazione, mi sforzo
come posso di cacciare dal mio cuore i pensieri inutili. Cosa posso fare di
più?» Abba Giuseppe si alzò per rispondere e levò le mani al cielo. Le sue dita
sembravano dieci ceri accesi, e disse: «Perché non diventi tutto fuoco?».
Repubblica 29.11.10

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