Con il gioco del pacchetto si faranno tutti male
Il vertice del G-20 in Canada, nel week end, è stato un passo avanti sulla strada della cooperazione o un passo indietro sulla strada del disaccordo?
Il vertice del G-20 in Canada, nel week end, è stato un passo avanti sulla strada della cooperazione o un passo indietro sulla strada del disaccordo? Tutte e due le cose, apparentemente. L'appello finale in favore di «programmi di risanamento dei bilanci pubblici che favoriscano la crescita» accontenta tutti. Ma dà per scontato qualcosa che è tutto da dimostrare, e cioè che un risanamento accelerato dei conti pubblici in questo momento possa sostenere la crescita, invece di danneggiarla.
Ma invece di analizzare nei dettagli i risultati del vertice voglio porre una domanda più generale: a che punto siamo? Mi viene in mente un gioco da bambini, quello in cui un pacchetto viene passato di mano in mano fino a quando la musica si interrompe. A quel punto il giocatore che ha in mano il pacchetto toglie un pezzo dell'involucro e il gioco riparte. Chi rimuove l'ultimo pezzo di carta vince il premio contenuto nel pacchetto.
La nostra versione di questo gioco è molto più raffinata: sono in corso diverse
partite contemporaneamente e ci sono tanti pacchetti, che in alcuni casi
contengono premi e in altri penitenze. Si giocherebbe meglio se ci fosse
collaborazione, come ha osservato il Fondo monetario internazionale nel
documento sul «processo di valutazione reciproca del G-20» preparato per il
vertice. Ma collaborare è molto difficile. A dispetto di tutte le belle parole,
sono molto più probabili esiti non cooperativi.
Ci sono quattro di queste partite. La prima viene giocata all'interno del
settore finanziario: lo scopo di ogni giocatore è fare in modo che i prestiti
in sofferenza finiscano da qualche altra parte e incassare una commissione per
ogni pezzo dell'involucro rimosso nel corso della partita. La seconda partita
si gioca fra la finanza e il resto del settore privato, e lo scopo è vendere a
quest'ultimo il maggior numero di servizi possibile, facendo in modo che le
perdite ricadano sui clienti. La terza partita viene giocata fra il settore
finanziario e lo Stato: lo scopo è fare in modo che se tutti gli altri
tentativi falliscono sia lo Stato a farsi carico di queste perdite. Poi, quando
lo Stato arriva in soccorso, la finanza può vincere giocando allo scoperto
contro quegli Stati che lei stessa ha mandato in bancarotta.
La quarta partita si gioca fra gli stati, per fare in modo che altri paesi si accollino le eccedenze di offerta; i paesi in surplus vincono facendo fallire, uno dopo l'altro, prima il settore privato e poi quello pubblico dei loro partner commerciali. Potremmo definire questa tattica "manda in rovina il tuo vicino con la convinzione di essere moralmente nel giusto"; partita che la Germania sta giocando con grande abilità nella zona euro.
Che cos'hanno a che fare queste quattro partite con il vertice del G20? In una
parola sola, tutto. La prima partita ha disseminato asset tossici per tutto il
sistema finanziario. La seconda ha lasciato il settore privato non bancario
soverchiato dal debito e costretto a stringere la cinghia. La terza ha messo in
crisi i conti pubblici. La quarta ha contribuito a dare origine alla crisi e
ora ostacola la ripresa. Soprattutto, queste partite sono tutte legate l'una
all'altra e vanno affrontate tutte insieme. Il G20 di questo è consapevole, ma
fino a un certo punto.
Come avrebbe detto Talleyrand sui Borboni, i leader politici non hanno
dimenticato niente e non hanno imparato nulla, anche e soprattutto che le
attuali crisi di bilancio nascono dal settore privato. Troppo spesso il
dibattito affronta il risanamento dei conti pubblici come un problema isolato
dal contesto. Ma questo è un errore madornale. Non conta solo il debito
pubblico, ma tutto il debito.
L'ultimo rapporto annuale della Bri mostra che tre importanti paesi in deficit
(Usa, Gran Bretagna e Spagna) avevano apparentemente un debito pubblico sotto
controllo, mentre saliva vertiginosamente la quota del debito delle famiglie in
rapporto al Pil. Sono immagini speculari: se il settore privato è in surplus
finanziario (eccedenza di entrate rispetto alle uscite) ci dev'essere o un
disavanzo di bilancio o un'eccedenza delle partite correnti (o entrambe le
cose). Più il surplus del settore privato è ingente, più ingenti dovranno
essere il disavanzo di bilancio o l'eccedenza delle partite correnti. Se,
all'inverso, si vogliono ridurre i disavanzi, il settore privato dovrà spendere
di più in rapporto alle entrate, oppure il saldo con l'estero dovrà migliorare.
È evidente che questo deve avvenire con un incremento delle uscite, non una
riduzione delle entrate, specialmente dopo una recessione grave.
Che cosa c'entra tutto questo con le decisioni del G20? Prima della crisi
finanziaria, c'erano tre gruppi di paesi con eccedenza di entrate rispetto alle
uscite: alcuni paesi industrializzati storici, in particolare Germania e
Giappone, Cina (che faceva categoria a sé) e alcuni esportatori di materie
prime. Contemporaneamente, mentre la maggior parte delle economie emergenti era
penalizzata da crisi finanziarie, i surplus di questi paesi erano compensati
dai deficit di altri paesi avanzati (gli Usa, l'Europa centrale e orientale).
Quando la crisi è esplosa, gli avanzi dei paesi in surplus si sono ridotti per
effetto del tracollo della domanda esterna. Ma la loro domanda esterna è stata
supportata anche dalla crescita vertiginosa dei disavanzi di bilancio,
specialmente nei paesi in deficit: dunque l'indebitamento pubblico ha
compensato parzialmente la riduzione dell'indebitamento privato.
È opinione diffusa che il risanamento, infondendo fiducia, possa far
germogliare la spesa privata. Ma come dimostra il rapporto Bri, nelle economie
colpite da una crisi il deleveraging di solito è prolungato. Essendo stata
colpita una fetta ampia dell'economia mondiale, gli effetti negativi
probabilmente si protrarranno ancora più a lungo.
Insomma, i pacchetti con eccesso di offerta sono passati dai paesi in surplus
al settore privato dei paesi in deficit e, dopo la crisi, al settore pubblico
di questi ultimi. Diamo per scontato che molti di essi ora rimetteranno in
sesto i conti. Che cosa succederà poi?
Non è chiaro: forse i surplus saranno assorbiti da disavanzi maggiori nel saldo
con l'estero nei paesi emergenti, mentre i mercati finanziari, sedotti dalla
solvibilità relativa di questi paesi, cercheranno di guadagnare; forse, come
temono gli americani, specialmente con l'eurozona che sta passando a un attivo
con l'estero, questi surplus finiranno per tradursi in deficit ancora maggiori
per lo zio Sam; forse i surplus si ridurranno, con la Cina in testa, e forse
verranno sgonfiati da una recessione mondiale prolungata. È abbastanza chiaro
però che una discussione isolata sulla necessità di ridurre i deficit di
bilancio non funzionerà. Il deficit non può essere ridotto senza risolvere il
problema del sovraindebitamento di settori privati in difficoltà, senza ridurre
gli squilibri esterni, o in tutti e due i modi.
Le partite che abbiamo giocato finora sono state economicamente dannose. Saremo
sulla via della ripresa quando cominceremo a giocare partite migliori.
The Financial Times Limited 2010
(Traduzione di Fabio Galimberti)
da Il Sole 24 Ore 30 giugno 2010

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