Comunque vada noi non potremo uscirne vincitori
Nella guerra libica, l’Italia ha una certezza. Comunque andrà a finire abbiamo perso
«Nella guerra libica, l’Italia ha una certezza. Comunque andrà a finire abbiamo perso». A sostenerlo è Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la rivista italiana di geopolitica. «La guerra in Libia è una storia a parte - rileva Caracciolo - L’errore di collocarla in una serie, dopo la Tunisia e l’Egitto, è alla radice della scelta franco-inglese-americana di entrare in guerra. Non esiste una rivoluzione popolare in Libia, e comunque Gheddafi può contare ancora su un forte consenso in Tripolitania; consenso che sarà rafforzato dall’attacco occidentale».
Quali scenari apre la guerra in Libia?
«Gli scenari sono totalmente imprevedibili anche perché non sono chiari gli
obiettivi strategici degli attaccanti, Francia in testa. Se è vero, come è
molto probabile, che le ragioni che hanno spinto Sarkozy in guerra sono
innanzitutto domestiche, ossia elettorali, ciò significa che non ci sarà una
logica strategica in questa guerra. E diventata una questione di faccia,
giocata sulla pelle dei libici».
E l’italia?
«L’Italia ha una certezza. Comunque andrà a finire, abbiamo perso. Se
Gheddafi resiste, ce la farà pagare, sotto forma di concessioni energetiche e
non solo. Se vincono i suoi nemici, si legheranno mani e piedi ad americani,
francesi e inglesi, a chi li ha appoggiati davvero. Se non vincessero né gli
uni né gli altri e si finisse in una grande Somalia con il petrolio, non solo
avremmo perso la guerra, ma avremmo una fonte permanente di instabilità alla
frontiera Sud».
C’è chi ha sostenuto, esaltando questo elemento, che l’intervento militare
in Libia sia stato il frutto dell’iniziativa europea e non, come ad esempio in
Afghanistan o Iraq, della determinazione americana...
«Quale Europa? Questa guerra l’hanno voluta francesi e inglesi; non la
vogliono i tedeschi e molti altri Paesi europei sembrano incerti. Quanto a noi,
come al solito siamo vittime della sindrome del “posto a tavola”,
nell’illusione che partecipando, a modo nostro, a questa operazione di matrice
“sarkoziana”, i francesi, gli inglesi e gli americani vorranno spartire con noi
il bottino della vittoria».
Insisto sul quadro internazionale e sul sistema di alleanze che si è
manifestato in questa circostanza. . A spingere per la creazione della
«no fly zone» in Libia è stata anche la
Lega araba..
«Questa copertura della Lega araba è stata decisiva per convincere Obama a
entrare, dopo molte incertezze, nella breccia aperta da Sarkozy. Peccato che
finora di mezzi arabi in questa guerra non se ne vedano, e che gran parte dei signori
della Lega araba che hanno aderito verbalmente all’attacco siedano su troni
traballanti. D’altronde la tardiva dissociazione della Lega araba dai
bombardamenti toglie una importante copertura alla guerra che diviene così
bollata come operazione franco-inglese con la limitata copertura americana e la
partecipazione “straordinaria” dell’Italia».
L’ultimo numero di «Limes», in edicola e nelle librerie, è dedicato al
«Grande tsunami» che ha sconvolto il Nord Africa e il Vicino Oriente”. In che
modo la vicenda libica s’inquadra in questo contesto?
«La guerra in Libia è una storia a parte. L’errore di collocarla in una
serie, dopo la Tunisia
e l’Egitto, è alla radice della scelta franco-inglese-americana di entrare in
guerra. Non esiste una rivoluzione popolare in Libia, e comunque Gheddafi può
contare ancora su un forte consenso in Tripolitania; consenso che sarà
rafforzato dall’attacco occidentale. Non ci resta che sperare che qualcuno dei
suoi lo faccia fuori, ma mi pare una speranza ardita».
«Il Mediterraneo è diventato un campo di battaglia. Attaccheremo obiettivi
civili e militari», minaccia Gheddafi, aggiungendo che «siamo pronti a una
guerra lunga». Sono solo farneticazioni di un disperato?
«È la speranza nostra e delle altre potenze attaccanti ma temo che sia solo
una speranza».
Intervista di Umberto De Giovannangeli
L'Unita' 21/03/2011

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